Il virus del ’69

Taking Woodstock è l’ultima pellicola diretta del premio oscar Ang Lee, che ieri sera abbiamo avuto il piacere di vedere in anteprima all’Anica, in previsione dell’attività di marketing che dovremo realizzare nei prossimi giorni. La traduzione del titolo, raggirando la polisemia dell’originale, non è stata proprio delle migliori e così Motel Woodstock ha perso già quell’alone di fascino che si porta dietro. Contagioso è la traduzione di “taking” che più mi colpisce. Contagioso come un virus, una malattia, come qualcosa che ti entra dentro, diviene parte di te, fino a trasformarti in portatore. Il virus della controcultura americana è ciò viene immortalato dalla camera da presa, con tutte le sue sfaccettature e con i suoi fallimenti. Una macchina da presa che attraverso il suo sguardo dinamico, inquadra una molteplicità di personaggi e realtà senza mai curarsi della messa a fuoco. Tante storie che percorrono i 120 minuti della pellicola e che ti fanno chiede il perché di questa instabilità. Si va dai problemi interni di una piccola cittadina al guerra in Vietnam, dal rilanciare l’allevamento locale allo sbarco sulla luna, dall’uso di stupefacenti ai farmaci prescritti ai reduci del conflitto. Tematiche così distanti, che sembrano viaggiare in parallelo, ma che ad una più attenta riflessione risultano l’anima costitutiva di quell’evento culturale svoltosi nell’agosto del ’69. Un evento che viene catturato da Lee in tutte le sue sfaccettature nella sua costruzione/consumo. Non il concerto, al quale Lee delega la parte conclusiva della pellicola, ma l’impatto, che le idee della controcultura americana hanno su tutti i personaggi del film. Ang Lee sceglie di chiudere la pellicola con la voglia dei ragazzi di costruire il proprio futuro, anche se l’orizzonte non promette niente di buono. Un futuro incerto e fallimentare che viene rappresentato nel frame finale, quando l’inquadratura si blocca sul campo ormai vuoto, sporco e pieno di immondizia. Un campo in cui nulla potrebbe più germogliare.







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