Web Marketing

Guestbook. Intervista a Sara Paolucci

Francesco

By Francesco
Published 13th December, 2011

L’ospite di oggi è un’assidua viaggiatrice e voce narrante delle sue scoperte. Il sogno di molti è quello di poter viaggiare e guadagnare/vivere con le proprie storie, lei è una che ha realizzato questo sogno. Appassionata da sempre di viaggi è riuscita a diventare “voce narrante” di TUI.it, ovvero l’agenzia di viaggio online che fa capo al più grande gruppo turistico del mondo. Una realtà immensa, che promette ai proprio clienti di rendere reale tutte le pretese nell’ambito travel, anche a basso costo. Un lavoro tanto bello quanto impegnativo, visto la quantità di informazioni e interazioni che una realtà come TUI.it può generare.
Con Sara Paolucci abbiamo cercato di comprende come d’appassionati si diventa professionisti del settore e cosa c’è dietro TUI.it

Social Media Specialist ci si diventa, ma saccenti e curiosi ci si nasce. :) Credo che la curiosità sia una caratteristica essenziale di ogni SMS, ma come si può trasformare questo valore in lavoro? Tu come sei arrivata a TUI.it?

Mmm… diciamo che ho puntato molto su quella che è la mia passione/conoscenza della rete. Quando ancora andavo a scuola d’estate facevo “la gavetta” nella web agency di mio fratello (ovviamente non pagata), così ho imparato tantissime cose e soprattutto ho seguito i cambiamenti del web da quando “web marketing” erano i banneroni lampeggianti sulle testate di siti in html fino ad oggi. Ovviamente però, come produttrice di contenuti, è stata importante anche la mia passione per la scrittura. Sono sempre stata un po’ grafomane, anche se poi non avrei mai pensato di avverare il mio sogno, ovvero scrivere per lavoro.
Infine, mi piace raccontare che il mio responsabile una volta mi ha detto di avermi scelta per la mia umiltà. In lizza per quel posto c’erano anche persone più esperte e affermate di me, ma evidentemente la mia apertura e disposizione ad imparare ciò che ancora non sapevo, hanno fatto la differenza

Il settore turistico è uno di quelli in cui l’utente necessita più frequentemente di attività di costumer care. Da questo punto di vista, i social media rappresentano una grande opportunità, ma allo stesso tempo vanno gestiti sapientemente per evitare situazioni di crisi che sono sempre dietro l’angolo. Come gestisci questo aspetto e come crei la relazione col cliente? Avete mai avuto episodi di crisi o “al limite”?

Le situazioni di crisi ci sono, nel nostro settore più che in altri. I nostri clienti risparmiano un anno intero per poi regalarsi le tanto agognate ferie, quindi è normale che si arrabbino se qualcosa va storto durante le proprie vacanze. In questi casi i social media sono uno strumento infinitamente utile per la velocità e l’immediatezza (non solo temporale) con cui ci consentono di comunicare e risolvere eventuali problemi.
Un altro aspetto che amo molto è che i SM ti consentono di “formare” l’utente. Troppo spesso infatti i problemi nascono da incomprensioni, mancanza di chiarezza da parte degli operatori turistici e delle agenzie, informare prima è molto importante per avere clienti preparati e consapevoli e per prevenire inutili crisi poi c’è tutto il discorso delle recensioni e delle opinioni online che personalmente affronto molto serenamente. In caso di recensioni negative trovo che l’importante sia sempre cercare di capire cosa sia successo, dialogare con il cliente e nel caso il problema sia nostro, ovviamente, risolverlo. Infine, la relazione con il cliente. La parte più bella e gratificante del mio lavoro.
In teoria per una OLTA (online travel agency) il rapporto con il cliente dovrebbe essere praticamente nullo, limitato al processo d’acquisto (online) e ad eventuali rapporti post-vendita.
Grazie ai canali sociali invece, posso essere una vera e propria agente di viaggio che cerca di capire le esigenze dell’utente e, secondo queste, gli consiglia il prodotto giusto.
Un altro aspetto divertente che rende il contatto con il cliente più forte è la condivisione. Un viaggio è un’esperienza, un insieme di emozioni, ed è bellissimo che i nostri clienti sentano il bisogno di condividere tutto questo con noi… così come io faccio con loro, raccontando ogni mio spostamento, per lavoro o per piacere.

Raccontarsi problematiche, emozioni e chicche di un viaggio è sempre stata la prerogativa dei maggiori forum di viaggi. Community nate sul web ma sempre più spesso si sono ritrovate on the road per vivere insieme il Viaggio. I nuovi media hanno reso i forum ambienti da nerd, spostando i “narratori” al blog. Pensi si sia stato un decentramento delle community o solo una nuova modalità di fruizione della rete?

Sono sincera, non ho mai partecipato ad un forum di viaggi se non per offrire/cercare consigli pratici forse con “l’avvento” dei blog la narrazione ha trovato un “luogo” più congegnale. Il blog, prima di essere luogo di scambio (con i commenti nascono discussioni interessanti) è innanzitutto un luogo di introspezione, di dialogo con sé stessi una sorta di diario segreto che segreto non è più (vedi Travelgum).
A mio avviso forum e blog sono due strumenti differenti con finalità differenti. I primi per lo scambio ed il confronto, mente gli altri nascono come strumenti personali e meno collettivi, più incentrati sull’esperienza e, appunto , la narrazione di chi li scrive. Dunque con “l’avvento” dei blog la narrazione ha trovato un luogo a sé più congegnale.

Quindi si può fare network anche con un blog non solo personale ma anche aziendale. Quanto ritieni fondamentale un corporate blog e in che modo lo è per TUI?

Il blog è uno strumento per TUI.it, tutti i contenuti si trovano sul blog ma poi sempre più spesso vengono commentati sulla pagina facebook, per quello che è ill mio lavoro questi due strumenti/canali si completano alla perfezione.
Nella mia esperienza il blog aziendale serve a creare le basi, del network. Diciamo che fornisce le tematiche su cui poi si va a discutere in un canale diverso, più adatto al confronto e alla discussione, come quello che è FB.

 

Roma 2011

Davide

By Davide
Published 20th October, 2011

Roma 2011. Ti occupi di Web Marketing e di Business Intelligence. Hai un convegno di una nota casa produttrice di software. Un appuntamento importante, dove stimolare la mente e incontrare gente. Dove provare ad immaginare il futuro, quantomeno del tuo ambito lavorativo, ma non solo.
Roma 2011. Ti alzi la mattina e vedi che piove. Brutto segno. A Roma il traffico è tremendo quando piove. Dopo un po’ ti accorgi che piove molto, e, a giudicare dai fiumiciattoli che percorrono le strade, piove anche da molto. Prendi la macchina, per raggiungere la metro più vicina. Su twitter i tuoi amici e colleghi imprecano contro il traffico impazzito. Raggiungerla, la metro. Le macchine sono ferme. Impieghi un’ora per arrivare ad una strada allagata, in mezzo un autobus e una macchina abbandonate con l’acqua che arriva fino a sopra le ruote. La strada è allagata, perché? Perché l’acqua non defluisce nei bocchettoni? Provi a raggiungere un’altra stazione, impieghi altri 45 minuti. Prendi la metro. Un annuncio dice che la corsa è limitata, perché alcune stazioni sono allagate. Perché sono allagate? Perché negli altri paesi non si allagano? Chi le ha progettate? L’annuncio è solo in italiano. A fine corsa gli stranieri vedono che tutti scendono e si guardano intorno spaesati. Ti vergogni un po’. Raggiungi la fermata del bus dove dovrebbero passare le navette sostitutive. Dovrebbero. Forse un centinaio di persone aspetta un autobus che non arriva. Quando si intravede, lontanissimo, fermo nel traffico e già pieno, hai già deciso che non andrai più al convegno.
Roma2011. Ti viene in mente Copenaghen dove sei stato poco tempo fa. Città bella e vitale. Una metro efficiente e leggera, come serve alla città. L’ha costruita l’Ansaldo. L’abbiamo costruita noi. Ma allora siamo bravi. Talmente bravi che ci chiamano dall’estero. E invece qui non funziona niente. Per qualche ragione incomprensibile, o forse comprensibilissima, siamo fermi al 1980.
Roma 2011. Non è cambiato niente, solo più smog. Trent’anni fermi. Scopri che c’è una vittima. Il nostro tributo di sangue all’eterno passato. Ti sfoghi anche tu su twitter, gli hashtag sono #piangiroma #roma2011 #echecazzo e tanti altri.  In qualche modo raggiungi l’ufficio. Poi ci scrivi pure un post. Torni al web 2.0. In qualche modo, bisogna continuare a sognare il futuro.

Tradurre, diagnosticare, curare

Ignazio

By Ignazio
Published 27th June, 2011

Non ci avevo mai pensato, ma, per certi versi, l’analisi del traffico di un sito web e lo studio di una lingua straniera condividono una logica comune. Si tratta, in fondo, di acquisire la capacità di comprendere con facilità quello che viene scritto in un altro modo e con un altro linguaggio. E anche i numeri “parlano”.
Per questo motivo c’è sempre un po’ di soddisfazione quando si riesce a trasformare statistiche e dati grezzi in qualcosa di più. Quando, poco a poco, quei numeri cominciano a significare qualcosa e a fornirti preziose indicazioni su dinamiche e andamenti che non credevi di poter cogliere all’inizio di un’analisi. È un po’ come quando impari una lingua straniera e da poche sillabe, con dedizione e tenacia,  diventi in grado di comprendere un intero discorso.
Per l’analisi di un sito di e-commerce, ai dati di traffico si aggiungono quelli più propriamente commerciali: prodotti più venduti, carrello medio, ricavi…
È di quello di cui ci siamo occupati un paio di settimane fa nei confronti della Farmacia Montera, un sito di vendita di prodotti medicali, farmaceutici e parafaramaceutici. Diagnosi: anemia di CTR sul funnel di navigazione e bassa frequenza di acquisti ripetuti.  Ci siamo trovati a prescrivere una cura per ottimizzare il traffico in entrata e le vendite sul sito utilizzando dosi massicce di CRM per trenta giorni. Per noi, una terapia “sperimentale” su più fronti: sia per il campo d’azione, l’e-commerce, sia per la remunerazione delle performance garantite.  Abbiamo ritenuto opportuno, infatti, legare parte della nostra retribuzione ai risultati che otterremo dalla nostra attività. A volte, per certi versi, si può essere sia traduttori che medici occupandosi di web marketing e e-commerce.

 

Guestbook. Intervista a Davide Licordari

Francesco

By Francesco
Published 21st June, 2011

Dopo Rudy Bandiera e Claudio Gagliardini non potevamo evitare l’altro elemento fondamentale della lovvotica. Social media specialist per l’agenzia torinese Seolab, è sicuramente una delle voci più attendibili del web per quanto riguarda il web marketing e le novità del web. Pronto a sperimentare e a stupire con la sua creatività, abbiamo discusso sulla figura professionale da lui ricoperta e del ruolo dei social network nella comunicazione aziendale odierna.

In un recente post/traduzione, Peter Shankman critica la figura dei social media expert fino ad affermare l’inutilità della figura professionale. In breve credi che una società/marchio abbia bisogno di una figura del genere o è semplicemente un’osannazione temporanea di nuovi strumenti?

Un’azienda ha bisogno di qualcuno che conosca le dinamiche dei social media perché sono il luogo per eccellenza delle conversazioni: è sui SM che le persone parlano del tuo brand, non puoi ignorarle. Ma ascoltare non basta, bisogna rispondere, interagire, proporre, inventare, declinare sui nuovi media i piani di comunicazione: crediamo davvero che sia un lavoretto adatto a tutti solo perché tutti usiamo Facebook come privati? è come dire che se so cercare su Google allora sono in grado di ottimizzare un sito sui motori di ricerca! Shankman, a mio avviso, voleva più che altro rimarcare due questioni: cui fare attenzione: da una parte occhio ai millantatori, dall’altra occhio a non investire su un mezzo solo per il gusto di esserci.

Il brand deve conoscere i suoi utilizzatori. Una rivoluzione che possiamo attribuire all’avvento del web 2.0 e in particolar modo ai social network, che hanno aperto un dialogo diretto tra brand e consumatori. Molti brand/aziende sono ossessionati dai numeri e dal ROI per il SMM. Credi sia plausibile parlare di ROI in questo caso? Come stabilire un’unità di misura?

Le misure contano, ma con moderazione. Pongo io la domanda: è meglio avere una pagina Fb con 100.000 iscritti passivi o averne una da 10.000 attivi, reattivi e propositivi?
La gara “a chi ce l’ha più grossa (la community)” è un classico tra aziende competitor, ma spesso la si vede anche tra brand dello stesso proprietario (colpa dei brand manager?)… la gara al fan in quanto tale è deleteria: meno attenzione ai contenuti, target approssimativo, abbozzi di spam non fanno bene ai social media.
L’unità di misura esatta a mio avviso è data dal tasso di interazione e dall’esatta composizione della base utenti aggregata: una volta riusciti a dar vita ad un vero luogo di ritrovo virtuale intorno al quale discutere (anche) del brand sarà possibile iniziare a pensare alla parte meramente di marketing che coinvolge il ROI.

Puntare sulla qualità degli utenti e non sulla quantità. Stipulare una dialogo diretto che comporti partecipazione, sarebbe molto più produttivo per il brand che ostentare dei numeroni. Ma i social network sostituiranno definitivamente le altre piattaforme (sito, blog, etc.) o ci sarà una “convivenza” dei supporti? Se si perché?

La domanda cade a fagiolo, ne ho giusto parlato l’altro giorno sul mio blog: non credo che i social network sostituiranno in toto i siti web o i blog. Non si è proprietari dei contenuti pubblicati sui social network, non si sa quali siano gli sviluppi futuri delle piattaforme alle quali ci si appoggia (e se diventassero a pagamento, ad esempio?), non si sa quali saranno le tendenze del futuro. Si sa invece che il web in se non passerà di moda (anzi). Il calcolo è presto fatto,no?
Vedo i social network invece come un luogo fantastico sui quali sperimentare, entrare in sintonia con i propri appassionati, cercare di cogliere feedback preziosi, porsi in maniera più informale rispetto alla classica presenza corporate. Soprattutto per quanto riguarda brand che si direbbero poco “divertenti”: vedere che un marchio di (invento) aspirapolvere in titanio si lancia in una campagna creativa e divertente sui social fa capire quale sia la prerogativa di questi canali, ovvero creare brand awareness, intrattenere e far vivere all’utente un’esperienza legata al brand.

Sperimentare, anche per conoscere le potenzialità del mezzo. Quanto riesci a sperimentare nel tuo lavoro quotidiano?

Per quanto riguarda i progetti strettamente professionali, come saprai spesso la capacità, e la possibilità, di innovazione e sperimentazione dipende dall’approccio del cliente. E dal budget. Voglio dire, per sperimentare bisogna essere in due. Per questo mi piace sperimentare in primis su progetti personali, progetti che non rispondono alle decisioni di altri. Insomma, si fa quel che si può. È in questo ambito si può molto più che altrove!

Guestbook. Intervista a Andrea Antoni

Francesco

By Francesco
Published 7th June, 2011

Affascinato da ogni forma d’arte, in particolar modo per la mia incapacità nel generarla, ho sempre nutrito un interesse per ciò che si manifesta in modo non convenzionale, violando regole strutturali e non, stupendo. L’ospite di oggi il writer style, che negli anni è riuscito ad apportare “un upgrade” alla bomboletta spray attraverso nuovi supporti offerti dalla tecnologia.

Prima di essere un grafico sei un writer di vecchia data, che dalle pareti è passato alle tele prima di giungere al multimediale. Quali influssi e/o commistioni derivano dal mondo delle crew nel tuo lavoro odierno?

In realtà la mia multimedialità si è sviluppata passo passo con il mio essere writer. Da subito ho cercato pubblicità tramite il web e già nel 1998 avevo un mio primitivo sito internet, fatto con frontpage, in cui pubblicavo solo graffiti. Poi sono cresciuto, ma appena lo scorso anno ho unificato il sito relativo alla mia attività di grafico con quello da writer.
Credo quindi di essere arrivato alla grafica per un bisogno dovuto dal pubblicizzare il mio essere writer, per poi divenire un grafico con il plus dei graffiti. Il writing mi ha dato molto dal punto di vista della composizione e della creatività, ma ora che le ore di grafica sono superiori a quelle di graffiti, è quest’ultima che sta cambiando prepotentemente il mio modo di dipingere. Diventa evidente nei miei lavori degli ultimi due anni, ho smesso di fare le sfumature nei 3D per passare alle tinte piatte, proprio come quando disegno gli stessi soggetti in vettoriale.

Quindi il multimediale influenza, inevitabilmente, il tuo reale rendendo il tutto organico. L’uno senza l’altro sarebbe limitato, infatti anche il reale influenza il virtuale. Il tuo lavoro Be Happy Project può essere concepito come una trasposizione del concetto di crew hip hop, ma più dinamica e “open space”?

Io sono un poco contrario, ormai, alla differenziazione tra il reale ed il virtuale. I tempi in cui il web era territorio di soli nerd, esclusi dalla società civile, credo sia finito. E’ sicuramente vero che in molti usano personalità doppie tra la vita reale e quella multimediale, ma per quanto mi riguarda non c’è differenza. Le cose che non faccio al computer vengono veicolate tramite la rete, e spesso in sua funzione: ne è esempio il mio ultimo progetto di graffiti 2.0 fatto assieme al mio compagno di crew Asker e all’aiuto multimediale di @zagher. Abbiamo realizzato uno stencil, con cui abbiamo dipinto su parete un QRcode, che rimandava ad una landing page creata ad hoc per quell’occasione. In questa l’utente trovava un video con la preparazione della bozza del graffito e una galleria fotografica con uno script, che inseriva in tempo reale tutte le foto pubblicate su instagram e taggate con un determinato tag.
Per quanto riguarda il Be Happy Project non so neanche io cosa sia: è nato per caso e sta prendendo sempre più piede. Agli inizi era street art pura, ma da sempre ho voluto che fosse una sorta di club, chiamiamolo anche open space si, dove i protagonisti siano le persone felici e il mio operato solamente un veicolo per il raggiungimento del sorriso.

Vista la crescita esponenziale della fruizione in mobile e attraverso applicazioni, come sta evolvendo la tua arte (web e non)? Credi che l’apporto grafico subirà delle perdite o delle mutazioni di espressione?

Io parlo per quel che ho visto nella mia piccola esperienza: quando iniziai a dipingere graffiti nel 1997 si faceva un pezzo, gli si facevano le foto analogiche, si aspettava di finire il rullino, le si mandava in stampa e poi si spedivano ad alcune delle pochissime fanzine, che te li pubblicavano quando uscivano (se poi uscivano con un nuovo numero) 6 mesi dopo. Quando compravi un nuovo numero avevi un percepito delle news, che invece erano già vecchie di un anno. Di conseguenza quando tu vedevi i lavori di quelli “bravi” facevi la rincorsa su stimoli che per loro erano vecchi e superati. Ora siamo come in una centrifuga: dipingi e le tue foto sono online già prima che l’opera sia completa. Gli stili, una volta molto differenziati tra città e città, vanno uniformandosi o comunque contaminandosi prepotentemente: restano comunque sempre caratteristiche peculiari, ma la divisione non è più così netta.
Come stia evolvendo la mia arte non lo so, spero in meglio, credo di si, fondamentalmente cerco maggior pulizia e nuove semplificazioni, i graffiti ti portano ed essere caotico, la grafica invece ti rende più minimal, di conseguenza sto esplorando il confine tra i due.

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