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Ignari untori

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Photo0006 300x225 Ignari untoriEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Questo post inizia con un’immagine. Un frame della vita aziendale, che stamattina è iniziata con un vuoto virale. Le ore notturne, che dovrebbero portare consiglio, hanno decimato l’agenzia. Un movimento virale, partito dall’untore anonimo, ha raggiunto la maggioranza.
C’è chi ha iniziato alle 2.00 per ritrovarsi con una flebo alle 7.00  e chi ha tentato di resistere al virus, per poi arrendersi e tornare a casa. Tutti vittime ignare dello stesso virus, tutti portatori che mutano gradualmente in untori. Tutti ignari del più grande Virale di Estrogeni.
Un saluto a tutti coloro i quali si sono immolati per la Comunicazione.

A lezione di creatività

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Permettete? Un pensiero poetico.
In periodo di tesi (sembra una vita fa, in realtà sono passati appena nove mesi) non ricordo il numero di articoli, pagine web, video, news, post, topic e spunti vari che mi piovvero addosso. Non so se ero io a cercarli, o loro a trovare me tutte le volte che mi avvicinavo al pc. La rete ha dei percorsi infiniti, e oggi come allora andavo alla ricerca di qualsiasi cosa appagasse la mia curiosità. Oggi, seguo (o cerco di…) almeno 40 siti che parlano di comunicazione, marketing, viralità, creatività, editing e compositing.
Ma tutto, dico tutto, non sarebbe successo se non avessi visto questo video.

Ken Robinson – Do Schools Kill Creativity? from Andrea Benassi on Vimeo.

Ho fame. Tu non hai fame?

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Scrivo questo post dopo pranzo così per non far torto a nessuno. Ma tanto non parlerò di nessuna ricetta né del buonissimo kebab che ho mangiato ieri sera.
Volevo scrivere di un bellissimo articolo che ho letto ieri pomeriggio. Letto su Nova, l’inserto del giovedì de ilSole24ore, scritto da Roberto Verganti, docente di Project Science al Politecnico di Milano. Il titolo, molto indicativo, è “Il Cliente Non Ha Sempre Ragione”.
Senza tirarla per le lunghe, quello che dice è questo: oggi tutti sono convinti che l’innovazione della comunicazione debba essere user-genereted. Ovvero, “prendere una macchina fotografica e immortalare i clienti mentre usano i prodotti, alla ricerca di spazi di miglioramento“. Sbagliato! Secondo quanto afferma Harald Grundl, designer dello studio Eoos, citato dal prof. Verganti nell’articolo.
Perché non è possibile innovare soltando osservando i consumatori nel momento di quotidiano e standardizzato utilizzo del bene. La Wii non avrebbe inventato il Wiiremote, avviando il mercato delle console verso una integrazione gioco/utente sempre più profonda, se avesse osservato i videogiocatori mentre giocano alle solite console con gamepad.
Quindi l’innovazione non è osservare l’utente al fine di creare un prodotto in grado di assecondare le sue necessità, ma immaginare nuove necessità. Pensare, ad esempio, a quale videogioco giocherà un videogamer da qui a 5 anni, lavorando per ottenere l’approssimazione migliore di quella visione. Il consiglio che Grundl dà alle aziende è di inseguire i cosiddetti “interpreti“. Ricercatori, fornitori di tecnologia, artisti, designer, scrittori, persone che sono outside of the network, ovvero “guardano dove nessuno ancora sta guardando” e che devono essere individuati e opzionati prima che lo facciano altre aziende. Il difficile è capire che test di mercato, focus group, statistiche, brainstorming, sono tutti strumenti utili solo quando si lavora su qualcosa che c’è già. Ma il sale dell’economia, il sapore insito nella parola business, lo si sente molto prima, in quell’idea che ancora non è venuta a nessuno. Citando (non alla lettera) Tom Cruise dal film Cocktail, “Mentre noi parliamo, c’è qualcuno che sta facendo soldi vendendo ombrellini da cocktail…”.
Ma come vengono queste idee? – “…Steve Jobs non guarda in uno specchio magico. Ma semplicemente nello specchio della sua cultura personale.” Per tanto, “la cultura personale è un bene enorme.
Questa è la chiave di volta di tutto il discorso. La cultura è quel caos di esperienze, parole, sentimenti e sogni che è alla base di tutte le idee. Senza di essa, siamo come revolver senza pallottole. L’unico modo che io conosca per far crescere la cultura è la curiosità. Intendo per curiosità quel vuoto allo stomaco che mi si apre quando sento parlare di qualcosa che non conosco. Capace di guidarmi fino alla credenza di internet per attingere qualcosa dai suoi innumerevoli scaffali (a proposito, grazie Alessia F per la buonissima caramella al limone). E noi giovani di oggi, siamo molto fortunati, perché grazie alle varie device mobili esistenti abbiamo la possibilità di soddisfare ogni minima curiosità quasi in real-time. Il rischio è diventare phone dipendenti. Un giorno forse si battezzeranno bambini con i nomi iFranco, o iNdrea. Ma forse tutti avranno la possibilità di espandere in modo esponenziale il loro mondo interiore.

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Ever dream this man?

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Ormani ne parlano tutti. Di cosa parlino non si sa però precisamente. Ci si chiede solo questa domanda: Hai mai sognato quest’uomo?
No, sì, forse. Non si sa. Il fatto è che da un paio di giorni, tutti ne parlano, tutti ne scrivono. Il sito è davvero minimal. Costruito tutto sul volto di quest’osceno discendente della scimmia. La storia però è davvero interessante. Nel gennaio 2006, a New York, la paziente di un rinomato psichiatra disegna il volto di un uomo che ripetutamente appare nei suoi sogni. In più di un’occasione, l’uomo le dà un consiglio sulla sua vita privata. Quel ritratto rimane dimenticato sulla scrivania dello psichiatra fino a quando un altro paziente non lo riconosce, affermando di non averlo mai visto nella vita reale…
Ma non voglio svelarvi nient’altro. Tutto quello che c’è da sapere lo trovate qui.

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Il ctr è andato in pensione. Arriva Dwell

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clicker analysis Il ctr è andato in pensione. Arriva DwellEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Restando in tema di banner, ho trovato proprio ora un articolo che mette a confronto uno studio di comScore e Starcom USA del luglio 2007 con un’analisi fatta quest’anno. Nello studio del  2007, si evinceva che il 6% degli utenti generava la metà di tutti i click effettuati sui banner. Aggiornando i dati e scendendo nel dettaglio, vediamo (nella tabella in alto) come la percentuale dei Non-clickers, ovvero di coloro che non li considerano, sia addirittura dell’84%.  Fortunatamente, ragionare sul tasso di CTR è divenuto demodè.
Risulta troppo restrittivo pensare che solo le persone che cliccano sul banner rimangano influenzate dalla comunicazione. Per esempio, è stato rilevato una notevole correlazione fra quanto un utente vede su un banner e l’azione che compie successivamente all’interno di un motore di ricerca.
Quindi, ci si sta impegnando a fondo per sviluppare nuovi metodi di rilevazione dell’efficacia dei banner, come il  Dwell (ovvero, misurare l’”attenzione/interazione” che l’utente prova nei confronti del banner, anche se poi non cliccherà) messo a punto da Eyeblaster, società pioniera della rich media comunication. Chi è interessato all’argomento può leggere questo articolo, che consiglio vivamente.
Morale della favola, chi per valutare una campagna pubblicitaria si basa esclusivametne sui click non sta dando valore a parte di quell’84% che fruisce della comunicazione ma non clicca, citando Linda Anderson di comScore. Continua dicendo che – in base a questo, i marketer più esperti sono oramai orientati a valutare l’impatto che tutte le impression – cliccate e non – hanno sulle abitudini dei consumatori, rispecchiando il modo con cui la pubblicità tradizionale è stata misurata per decenni.” Infatti, “un click non significa nulla, non ti fa guadagnare e non crea brand equity. La tua pubblicità online ha degli obiettivi e certamente non sono quelli di generare click” incalza John Lowell di Starcom USA, concludendo con: “Tu vuoi che gli utenti visitino il tuo sito, cerchino informazioni, comprino un prodotto, si interessino ai tuoi servizi, si ricordino del tuo brand, imparino qualcosa di nuovo, si sentano diversi. Indipendentemente dal fatto che il consumatore faccia clic o meno su un banner, la chiave è quella di determinare come gli annunci pubblicitari abbiano influenzato il suo modo di pensare, sentire o fare qualcosa che non avrebbe potuto fare diversamente.”
Non mi ero mai soffermato a pensare a questo aspetto, dopo aver letto queste interviste credo di essere totalmente d’accordo. Pensavo infatti a quanti banner ho visto in giro del film New Moon o del film La ragazza che giocava con il fuoco, eppure su quanti di questi ho cliccato? Ciò significa che il banner ha comunque svolto il suo compito. Dirmi, cioè, ad esempio, che al cinema c’è La ragazza che gioca con il fuoco.
Ringrazio ilTagliaerbe per lo spunto al ragionamento.

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