silvio berlusconi

I volti dei politici 2.0

Alessia the second

By Alessia the second
Published 2nd May, 2011

Finiti i tempi in cui vigeva solamente la comunicazione di piazza, i politici 2.0 si stanno affacciando da qualche anno al mondo dei social network. Ci troviamo di fronte ad una generazione che li costringe ad inseguire la rapidità dell’informazione, in cui tuttavia permane il contatto e la comunicazione face to face nelle piazze. Approcci diversi, modi di comunicare diversi. Se si vuole raggiungere il pubblico giovanile o semplicemente “smart”, bisogna capirne il linguaggio ed appassionarsi ai loro trend. Da pochi giorni è stato pubblicato un Infografico, realizzato da Info che mostra sinteticamente l’uso che i nostri politici fanno del social network più in voga: Facebook. La ricerca si è basata su una raccolta di dati dal 2008 al 2010 su 952 parlamentari, 109 sindaci e 713 amministratori locali. Emerge che Nicola Vendola è il politico più popolare su Facebook, seguito da Silvio Berlusconi. Ciò che non stupisce è il fatto che i giovani amministratori locali sono principalmente coloro i quali utilizzano correttamente il mezzo. Non basta aprire una pagina fan per far parte della community, la presenza non equivale all’integrazione. Per essere social si deve interagire con i propri utenti ed è proprio questo lo stallo di molti politici che si definiscono 2.0; solamente il 55% di questi interagisce con gli utenti. Andando ad osservare come i primi tre politici in voga su Facebook si muovono su Twitter, si notano comportamenti distinti. L’Onorevole Antonio Di Pietro – al terzo posto su Facebook – è un utente Twitter “doc” che conta 33.164 follower – al momento – e il suo aggiornamento di status è molto frequente. Differentemente il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ha un profilo Twitter ufficiale, pur stando al secondo posto in classifica tra i politici che hanno più fan su Facebook.
Cosa significa quindi essere un politico 2.0? Basta semplicemente avere un profilo su un social network?

 

La luna e le àncore

Alfredo

By Alfredo
Published 8th September, 2010

Ci sono termini che utilizziamo comunemente ma sul cui significato riflettiamo poco.
Li usiamo per convenzione, perché ci piacciono, per rendere un’idea in maniera immediata o per dare un’impressione di noi. Poi, così quasi per caso, ci svelano significati nuovi, profondi più dell’etimo.
Uno di questi termini è anchorman.
Ci riflettevo, ieri sera, vedendo il nuovo telegiornale de La7, condotto da Mentana.
Sulle ottime performance realizzate, si sono espressi i più importanti critici televisivi.
Quello che invece vorrei condividere, sono alcune riflessioni. Partendo proprio dal valore dell’ancora.
Parto dall’esperienza accumulata attraverso lavori per i centri commerciali. Non a caso, anche lì, si utilizza il termine ancoraggio per far riferimento alla piattaforma alimentare (Auchan, Carrefour, Conad, Despar e così via), che garantisce la maggiore percentuale di footfall (ingressi, pubblico, clienti). Elemento che determina, poi, le strategie di marketing e comunicazione.
Se ci pensate, è un modo di dire veramente appropriato. Il modo di tenere con i piedi per terra, nella realtà, ogni investitore.
Àncora, nel mondo dell’informazione televisiva, è colui il quale ha acquisito nel corso degli anni credibilità, fiducia, esperienza, tale da garantirsi un proprio pubblico di fedeli spettatori. Al pari di un romanziere, un regista, una band musicale.
Mentana, nella sua carriera, ha dimostrato di essere un àncora. Dove va, sposta flussi di audience.
Pensando ad un omologo nello stesso mondo dei tg, mi viene in mente solo Fede. Anche lui anchorman, con uno stile e un modo di comunicare personalissimi.
Mettendo insieme questi pensieri, sono giunto alla conclusione che gli unici due anchorman che riconosco, si sono formati e affermati (al di là della comune esperienza al Tg1) alla scuola di Berlusconi.
Continuando, non a caso Berlusconi è l’unico anchorman riconosciuto della politica italiana (e forse, internazionale, laddove abbiamo come riferimento democrazie reali). È l’unico che ha un pubblico; un pubblico fedele; un pubblico fedele e aprioristicamente appassionato.
L’ultima riflessione è su quanto siano, dunque, davvero strettamente connessi gli ambiti della televisione e della politica.
Toccherà, poi, analizzare le capacità suadenti degli anchorman. L’abilità, il talento a captare il sentiment del pubblico, la capacità di costruirlo, un sentiment, di alimentarlo con costanza e modularlo su tutti i campi del sociale. Al di là di come la pensiamo, sia a Mentana che a Fede che, soprattutto, a Berlusconi, va riconosciuto l’amore per sé, l’amore per ciò che fanno, l’amore per il pubblico a cui si rivolgono. Sono (comunque, danno l’impressione di essere) uno tra loro e mai uno su loro. Sensazione che emerge, netta, in chi li contrasta (Minzolini come Scalfari, D’Alema come Bersani, così, alla rinfusa) e che, pertanto, spesso risulta pertanto perdente. Come dire, il celebrare versus il cerebrale.
A tal proposito, mi sono ricordato di un bel passo de Il vecchio e il mare, quando Hemingway descrive l’approccio di Santiago, il vecchio pescatore, al proprio mondo.
Scrive: “Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano le barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò”.

PS Chi è l’anchorman del calcio italiano? Domanda retorica. Ma sì, è lui. Zlatan Ibrahimovic, l’uomo dei sette scudetti negli ultimi sette anni. E dove gioca, quest’anno? Bravi, nel Milan. Di Berlusconi. E dove ha vinto gli scudetti in Italia? Prima nella Juve, di cui è tifoso Fede. E poi, nell’Inter, di cui è tifoso Mentana. Quando si dice le àncore…

Il simbolo perduto

Vittorio

By Vittorio
Published 4th January, 2010

Permettete? Un pensiero simbolico.
Sono a Varese, fuori fa freddo, quindi meglio prendere un po’ di caldo prima di riuscire, e fare quattro saldi in giro per i negozi (:DDD). Sono nell’ufficio di una mia amica, ma qui dai pc aziendali non si va né su Facebook, né su Youtube. “Nè! Terun! ki se laùra.” Beh, almeno Repubblica.it lo posso leggere (fiù..) e allora becco questo articolo.
Lance e carte di credito ecco i simboli della civiltà, interessantissimo di Enrico Franceschini che parla di una lista redatta dal direttore del British Museum di Londra, Neil MacGregor, che ha selezionato i cento oggetti che hanno fatto la storia dell’Homo Sapiens, in collaborazione con la Bbc che ne farà un programma radiofonico settimanale a partire da fine gennaio.
Continuo a leggere e scopro che è un articolo teaser. Infatti, la lista non compare, è segreta (shhh…). Sarà oggetto del programma radiofonico, tuttavia qualche items è stato svelato. Ciascuno di essi fotografa un momento dell’evoluzione umana, una situazione o un evento che hanno condizionato i nostri antenati e ne hanno influenzato il cammino successivo. Una svolta tecnologica, come per esempio la lancia acuminata, sorella della clava, con cui l’uomo primitivo cominciò a cacciare e combattere, imparando ad assottigliare un ramo d’albero con una roccia fino al punto da renderlo un’arma letale. Oppure un cruciale passaggio di comunicazione e cultura, come la stele di Rosetta, la pietra – uno dei tesori del British Museum, di cui l’Egitto ha recentemente chiesto la restituzione – che permise di comprendere e tradurre finalmente i geroglifici. Solo l’ultimo simbolo, il centesimo, non è ancora stato trovato e i curatori della lista hanno pensato bene di chiedere al pubblico di esprimere il proprio parere.
Un articolo teaser è fatto per suscitare interesse e curiosità intorno all’argomento. E questo lo ha fatto. Mi sono chiesto cos’altro ci potrebbe/dovrebbe essere nella lista? – Vediamo.. la tv, internet, telefono, telefonino, cinema, macchina fotografia. Uff…
Poi mi sono chiesto, cosa ci sarebbe nella mia lista? Ovvero quella che ha reso me un uomo sapiens (aspetto anche in questo caso una battuta di Alfredo).  – Ri-vediamo:
- l’isola del tesoro (il primo libro che ho letto);
- il commodore 64 (e da lì tutte le varie console della sony);
- il pc (doh..);
- il mac (:D);
- l’adsl (= internet a casa 24h24);
- l’iphone (= internet ovunque 24h24)
- braveheart ’95 di Mel Gibson (il primo film che vidi al cinema)
- holly & benji (anche se sono rimasto deluso quando poi ho scoperto che il campo di calcio non è lungo 1,5 km);
- destro a volo di Van Basten nella finale dei Campionati Europei del ’88 (ho scoperto una nuova religione, il calcio);
- i videotutorial (di qualsiasi genere dalla grafica all’editing alla cucina);
- il marketing non convenzionale.
Vabbè 10 possono bastare. I vostri quali sono invece? O cosa non dovrebbe mancare nella lista di Neil MacGregor?

Ho commesso tre peccati

Vittorio

By Vittorio
Published 16th December, 2009

Permettete? Un pensiero poetico.
Da qualche giorno non si fa altro che parlare di quanto abbia sanguinato il nostro premier, di quante dimostrazioni di affetto, disprezzo o pietà abbia ricevuto.
Si è scatenata una corsa forsennata a scrivere quanto apocalittico fosse stato quel gesto, passando in rassegna tutti i mali della nostra società spinta dai media sull’orlo del baratro (ma non sono i media stessi a parlare? mmm..), la cui unica salvezza risiederebbe nel diluvio universale che tutto lava. Amen.
Sono inorridito (primo peccato). Tutti parlano. Pronti a dire “Eh no, questo non si fa.”. Esplode il moralismo sulle pagine dei quotidiani, nei servizi dei tg, ovunque nella rete. Andiamo… tutti sanno che è una cosa vile. Ma chi non lo ha preso nella vita un pugno in pieno viso? Fa male. Ma dopo ti metti una mano in volto e senti che sei ancora lì. Magari vedi un po’ di sangue, ma serve solo a ricordarti che sei un uomo. In questo caso, che “non sei un superuomo”. Non fraintendetemi. Il gesto è gravissimo. Ma tutti sbagliano, e lo sbaglio non è più grave perché si parla del premier.
Come dire, chi è senza peccato scagli la prima pietra (meglio se intarsiata e definita).
Non prendiamoci in giro. Il problema di questo gesto non è il sangue versato dal premier. Il problema grave, per tutti, è la caccia alle streghe che si è scatenata nei confronti della libertà della rete. Leggevo questo sulla Repubblica online di stamane: Giovedì il Consiglio dei ministri esaminerà nuove, più rigide norme sulle manifestazioni e su internet. Lo ha annunciato il ministro degli Interni Roberto Maroni, parlando di “misure più adeguate e urgenti” per cui è ipotizzabile che il governo agisca per decreto.
Sono inorridito (secondo peccato). Perché ci troviamo di fronte persone che stanno strumentalizzando un fatto di cronaca per condizionare la vita sociale e relazionale, la nostra libertà. Anche quella di sbagliare. Prima si sarebbe andato al bar a farsi quattro risate, o a discutere seriamente, sull’accaduto. Oggi ci ritroviamo in rete. Nelle chat, su Facebook. Ci iscriviamo in gruppi pro e contro le cause che riteniamo pertinenti. L’ambiente è cambiato. Ma non è cambiato il contesto. Siamo sempre in pubblico. Ma siamo di più. Questo è il problema. Un opinione oggi circola velocemente, e se è scomoda va censurata. O come dicono delicatamente oggigiorno, filtrata. Come se, ancora una volta, si potesse dire alle persone di non pensare, di non sentire, di non sbagliare. Senza queste tre cose, non c’è crescita. Senza queste tre cose facciamo un altro passo verso il baratro.
Il fatto è che credo che il problema è ancora (se possibile) più profondo.
Sono inorridito ancora (terzo peccato). Perché non sono a rischio i nostri bei social network, la nostra quieta routine di navigatori. Il rischio lo corre chi nella rete ha deciso di navigare contro corrente. Si strumentalizza un atto folle per attaccare avversari politici (la dialettica è il sale della democrazia), giornalisti che pensano e, cosa più grave, fanno pensare. Ora questo decreto passerà, non passerà, vedremo. Ma è importante che tutti, idealisti o meno, ci rendiamo conto che esiste uno spazio in cui noi non abbiamo padroni. È quello della nostra mente. Spazio in cui siamo liberi di credere e no, di sbagliare e riparare ai nostri sbagli. E la verità è che non ci sono (fortuna per noi) decreti che priveranno mai le persone del libero pensare, del libero sentire, del libero sbagliare.

Lo streaming della legalità

Francesco

By Francesco
Published 4th December, 2009

La comunicazione è un flusso informativo, tra due o più entità, che nel suo tragitto può subire delle interferenze (rumore), delle distorsioni, delle mutazioni, che possono portare alla rottura del flusso. Omertà. Questa interruzione, questa distorsione, questa cesura del flusso comunicativo è omertà. Un silenzio non voluto, ma imposto. Un silenzio che fa male dentro, ma che non si riesce a combattere. Un silenzio che ti toglie l’aria, che ti avvolge le corde vocali e che ti porta al non sapere nulla. L’omertà è la censura della vita.
Nella società contemporanea i canali, su cui viaggia, si sono moltiplicati ma allo stesso tempo sono diventati più accessibili, più diretti e immediati. Un moltiplicarsi di medium, che rendere il canale informativo privo di rumore di fondo. Qualora questo rumore di fondo sia presente o limiti l’accesso, c’è sempre la possibilità di servirsi di un altro canale.

Diversi canali, stesso messaggio, così si combatte l’omertà nella società 2.0.
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