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Guestbook. Intervista a Davide Licordari

Francesco

By Francesco
Published 21st June, 2011

Dopo Rudy Bandiera e Claudio Gagliardini non potevamo evitare l’altro elemento fondamentale della lovvotica. Social media specialist per l’agenzia torinese Seolab, è sicuramente una delle voci più attendibili del web per quanto riguarda il web marketing e le novità del web. Pronto a sperimentare e a stupire con la sua creatività, abbiamo discusso sulla figura professionale da lui ricoperta e del ruolo dei social network nella comunicazione aziendale odierna.

In un recente post/traduzione, Peter Shankman critica la figura dei social media expert fino ad affermare l’inutilità della figura professionale. In breve credi che una società/marchio abbia bisogno di una figura del genere o è semplicemente un’osannazione temporanea di nuovi strumenti?

Un’azienda ha bisogno di qualcuno che conosca le dinamiche dei social media perché sono il luogo per eccellenza delle conversazioni: è sui SM che le persone parlano del tuo brand, non puoi ignorarle. Ma ascoltare non basta, bisogna rispondere, interagire, proporre, inventare, declinare sui nuovi media i piani di comunicazione: crediamo davvero che sia un lavoretto adatto a tutti solo perché tutti usiamo Facebook come privati? è come dire che se so cercare su Google allora sono in grado di ottimizzare un sito sui motori di ricerca! Shankman, a mio avviso, voleva più che altro rimarcare due questioni: cui fare attenzione: da una parte occhio ai millantatori, dall’altra occhio a non investire su un mezzo solo per il gusto di esserci.

Il brand deve conoscere i suoi utilizzatori. Una rivoluzione che possiamo attribuire all’avvento del web 2.0 e in particolar modo ai social network, che hanno aperto un dialogo diretto tra brand e consumatori. Molti brand/aziende sono ossessionati dai numeri e dal ROI per il SMM. Credi sia plausibile parlare di ROI in questo caso? Come stabilire un’unità di misura?

Le misure contano, ma con moderazione. Pongo io la domanda: è meglio avere una pagina Fb con 100.000 iscritti passivi o averne una da 10.000 attivi, reattivi e propositivi?
La gara “a chi ce l’ha più grossa (la community)” è un classico tra aziende competitor, ma spesso la si vede anche tra brand dello stesso proprietario (colpa dei brand manager?)… la gara al fan in quanto tale è deleteria: meno attenzione ai contenuti, target approssimativo, abbozzi di spam non fanno bene ai social media.
L’unità di misura esatta a mio avviso è data dal tasso di interazione e dall’esatta composizione della base utenti aggregata: una volta riusciti a dar vita ad un vero luogo di ritrovo virtuale intorno al quale discutere (anche) del brand sarà possibile iniziare a pensare alla parte meramente di marketing che coinvolge il ROI.

Puntare sulla qualità degli utenti e non sulla quantità. Stipulare una dialogo diretto che comporti partecipazione, sarebbe molto più produttivo per il brand che ostentare dei numeroni. Ma i social network sostituiranno definitivamente le altre piattaforme (sito, blog, etc.) o ci sarà una “convivenza” dei supporti? Se si perché?

La domanda cade a fagiolo, ne ho giusto parlato l’altro giorno sul mio blog: non credo che i social network sostituiranno in toto i siti web o i blog. Non si è proprietari dei contenuti pubblicati sui social network, non si sa quali siano gli sviluppi futuri delle piattaforme alle quali ci si appoggia (e se diventassero a pagamento, ad esempio?), non si sa quali saranno le tendenze del futuro. Si sa invece che il web in se non passerà di moda (anzi). Il calcolo è presto fatto,no?
Vedo i social network invece come un luogo fantastico sui quali sperimentare, entrare in sintonia con i propri appassionati, cercare di cogliere feedback preziosi, porsi in maniera più informale rispetto alla classica presenza corporate. Soprattutto per quanto riguarda brand che si direbbero poco “divertenti”: vedere che un marchio di (invento) aspirapolvere in titanio si lancia in una campagna creativa e divertente sui social fa capire quale sia la prerogativa di questi canali, ovvero creare brand awareness, intrattenere e far vivere all’utente un’esperienza legata al brand.

Sperimentare, anche per conoscere le potenzialità del mezzo. Quanto riesci a sperimentare nel tuo lavoro quotidiano?

Per quanto riguarda i progetti strettamente professionali, come saprai spesso la capacità, e la possibilità, di innovazione e sperimentazione dipende dall’approccio del cliente. E dal budget. Voglio dire, per sperimentare bisogna essere in due. Per questo mi piace sperimentare in primis su progetti personali, progetti che non rispondono alle decisioni di altri. Insomma, si fa quel che si può. È in questo ambito si può molto più che altrove!

Guestbook. Intervista a Claudio Gagliardini

Francesco

By Francesco
Published 30th May, 2011

L’ospite di oggi è una personalità di cui non potevamo fare a meno. Potremmo definirlo l’uomo evento, non ne perde uno, in particolar modo quelli riguardati il mondo della comunicazione e del marketing. Professionista del settore da molti anni, ma sempre aperto al dialogo e al confronto anche non prendendosi sul serio, senza mai perdere di credibilità (vedi il numero di followers). Un uomo da seguire per capirne di più del web e di come le aziende possano usare in modo più efficace il mezzo. Early adopter di social network, si va da Meemi a Pongr, è sicuramente uno dei portavoce di Twitter in Italia e proprio da esso è generata la nostra conversazione.

#TA11. Hai qualcosa da dichiarare?

Tweet Awards 2011 è un cantiere aperto. L’idea iniziale, per questa seconda edizione, era quella di farla a Milano, ma al momento non c’è copertura dei costi, quindi è molto probabile che saremo nuovamente a Riva del Garda, se Macchianera ci darà ancora spazio. Come lo scorso anno si tratta di un evento informale, scherzoso, senza grandi pretese, ma ci piaceva che potesse iniziare a vivere di luce propria, magari come momento clou di una serie di camp Twittercentrici. Ad oggi dire di più mi sembra un azzardo, ma la volontà di portare avanti questa bella esperienza c’è sempre.

Un #TA per mostrare al pubblico italiano un nuovo e più esaustivo mezzo d’espressione o un evento autocelebrativo? Come mai Twitter cresce vistosamente anche in Italia, ma non ha gli stessi numeri di social network più accessibili?

#TA nasce con diverse finalità. E’ un punto d’incontro per chi twitta quotidianamente, una “promo” per un mezzo dalle grandi potenzialità e prospettive, un invito alle aziende e alle istituzioni ad utilizzare questo canale per comunicare in modo asciutto e diretto, molto più targettizzato e senza eccessivi fronzoli. Twitter era e resta un social “elitario”; si sta sviluppando maggiormente in quegli ambienti in cui la cultura e le esperienze all’estero sono più presenti, come nel caso dei rampolli dell’impresa italiana che rientrano dai college e dalle università USA e UK e si portano dietro un bagaglio di competenze e di strumenti. Ne stanno facendo ottimo uso, ad esempio, le aziende vitivinicole (@tweetyourwines, #twitasta).
Credo cvhe Twitter abbia ampi margini di crescita e di diffusione anche in Italia, ma servono iniziative come #TA, e possibilmente anche di più serie, che sappiano diffondere questo strumento su larga scala. Il fallimento di #italianrevolution, che gli spagnoli di #spanishrevolution hanno cercato di esportare qui da noi, è una prova schiacciante di come questo media da noi non sia ancora maturo.

#TA come movimento portante di una crescita sperata, ma soprattuto voluta.

Non esageriamo. #TA è nato come un gioco, un momento d’incontro tra utenti di Twitter e un modo simpatico per far conoscere questo social. E’ chiaro che su Twitter, come su ogni piattaforma, forum e network, ci sono elementi trainanti che possono contribuire alla sua diffusione. Gente come @RudyBandiera, @Davidelico, @luca_conti / @sb3rla, @CDCMpro e tanti altri, come i vincitori dell’edizione 2010 @sTen, @insopportabile o come i vari @Artlandis, @Simmessa e… cavolo, sono davvero troppi per nominarli tutti! Insieme a questi utenti “privati”, ci sono poi ovviamente le aziende, target cui gente che fa marketing sui social si riferisce e cui per molti versi tendiamo ad indirizzare enevti come #TA. La speranza è che le PMI italiane si accorgano di questi nuovi media e li utilizzino sempre di più e sempre meglio.

Twitter sarà la “killer app” dei blogger o anche questo è solo un omicidio annunciato, ma mai attuato?
Assolutamente non credo. Twitter è uno strumento fantastico per i blogger e per chiunque faccia informazione e crei contenuti in rete. Personalmente vedo Twitter come un particolarissimo motore di ricerca, in grado di aiutarmi a trovare gente che parla delle cose che mi interessano, possibili partner, fornitori e clienti, siti e blog interessanti, “cose” vicine a me o nell’area di mio interesse, cose che accadono in tempo reale in qualsiasi parte del mondo, etc. Chiaro che i blogger debbono tenere conto di questo nuovo strumento e adeguare il proprio stile ai tempi, alle mode e al modo in cui la gente ama leggere e fruire dei loro contenuti. Il modello dell’informazione “in pillole” ha ormai sfondato su tutti i media, primo tra tutti il web, quindi non c’è più posto per i logorroici e per chi si scrive addosso!

 

 

Guestbook. Intervista a Orlando Merone

Francesco

By Francesco
Published 24th May, 2011

Sono entrato in contatto con Orlando leggendo i risulati dello Startup week romano del 2010, dove con una valida squadra è riuscito a buttare giù la struttura di un’idea vincente, di cui torneremo a parlare molto presto. Una personalità poliedrica capace di passare dalla programmazione web alla gestione della comunicazione aziendale. Un personaggio con moltissime idee, pronto alla discussione e al confronto. Essendo un architetto di interfacce web, anche complesse, mi incuriosiva il percorso che la grafica sta facendo e come le aziende stanno rispondendo a questa mutazione.

Sei un freelance che copre molteplici settori del web, ma sei costretto a muoverti per l’Italia per stipulare accordi con il cliente. In Italia c’è ancora bisogno di questo “rapporto fisico”, anche se si forniscono prodotti/consulenze virtuali. Credo sia una vecchia idea imprenditoriale, che modificata potrebbe apportare un miglioramento all’intero flusso economico. Che ne pensi?

Credo che, per la dinamicità richiesta da questo tipo di mercato, le vecchie logiche della “stretta di mano” possano tranquillamente essere svecchiate da approcci web, che riducano e semplifichino tempi, trattative e costi di gestione professionale. Attualmente, la maggior parte delle richieste che ho, mi arrivano dal web. Credo nell’importanza del “sapersi far trovare” da interlocutori (e poi clienti) affini alla propria natura professionale. Uso i social networks e i maggiori strumenti che il web mette a disposizione per presentarsi professionalmente, il passaparola fa il resto anche a centinaia di km dal proprio Mac!

Progetti interfacce per piattaforme complesse, spesso utilizzabili esclusivamente da dispositivi mobile. Le ridotte dimensioni del dispositivo limitano la tua creatività e/o rendono la progettazione molto più complessa? Maggiore fruibilità comporta una forte semplificazione del design o quello che abbiamo oggi è solo l’inizio di un nuovo modo di “guardare” il web?

Maggiore fruibilità comporta una semplificazione del design solo se nello sviluppo di un progetto non si parte già da una visione aperta al multidevice. Il nuovo modo di guardare il web sarà davvero nuovo quando si inizierà a pensare a progetti mobile, o app based, non come “adattamenti”, non come “appendici”, di ciò che esiste o si sta sviluppando, ma come parte integrante di una comunicazione coordinata, e soprattutto senza guardare prima alle statistiche di accesso. La local mobile search è sempre più utilizzata a dispetto di chi si chiede ancora “ma chi li usa ‘sti smartphones?”. “Tutto intorno a te” (qualche anno fa era il payoff di una nota compagnia telefonica) penso che sia ora più che mai vero: il cardine fondamentale da cui partire per costruire realmente un nuovo modo di “guardare” il web.

Viste le vendite dei dispositivi mobile e i mutamenti dell’utilizzo del web, queste idee di progettazione dovrebbero essere adottate quanto prima per evitare delle perdite economiche. Come si può convincere i dinosauri del web browsing ad aggiornarsi? Credi che l’app based sia il futuro di internet e che ruolo avrà la “vecchia” programmazione browser?

I segnali che arrivano dalle vendite dei dispositivi mobile e dagli investimenti che vengono fatti dai giganti del web e delle telecomunicazioni sono chiari. La fruizione di contenuti “mobile” acquisirà sempre maggior spazio soprattutto con l’avvento dei sistemi di telefonia mobile di quarta generazione, che renderanno la navigazione ancora più veloce. Ad oggi, su tre cellulari venduti, uno è uno smartphone di ultima generazione, i prezzi per la trasmissione mobile di dati calano velocemente, i maggiori operatori del web stringono alleanze e partnership con produttori di telefonia ed operatori delle telecomunicazioni.
La possibilità di ottenere velocemente (come anche di produrle!) informazioni utili “intorno a noi” è il futuro di internet  ed è in quella direzione che si deve guardare. L’app based è stato il vero apripista della rivoluzione mobile, ma credo anche che la “local mobile search” prenderà sempre più piede e di conseguenza lo sviluppo, grazie a nuovi standard che aprono un mondo di possibilità per il webdesign, di soluzioni “browser” per i dispositivi mobili.

Guestbook. Intervista a Sasà Tomasello

Francesco

By Francesco
Published 3rd May, 2011

L’ospite di questa settimana è del Sud. Quel Sud che non smette di lottare e credere in un miglioramento generale, che possa partire proprio delle realtà più ostili, difficili e improbabili. Realtà in cui pochi investirebbero il proprio tempo/denaro, realtà che ti consumano una vita intera, ma realtà che ti permettono di osare e stupire proprio perché nessuno si aspetta nulla da esse. Sasà Tomasello, fa parte di queste realtà, è questa realtà. Un Sud che non resta a guardare.

Come può un pubblicitario e Ceo di un’agenzia gestire il tutto da Ischia? La rete abbatte i limiti fisici/strutturali, che sembrano limitare ancora il marketing italiano o le difficoltà sono realmente tante?

Paradossalmente il limite è ben più ampio. Il problema non è Ischia il problema è il Sud. Se proprio poi vogliamo definirlo “problema”, nel nostro caso, quello della comunicazione oserei dire l’Italia intera.
Non ho mai pensato di lasciare la mia città a favore della carriera ho sempre pensato di voler fare carriera dalla mia città (parlo di Napoli, anche se oggi vivo ad Ischia per scelta, ndr).
Ai tempi dell’università (tra l’altro mai finita a dispetto di una carriera iniziata molto presto), io ed un mio caro amico, ex AD in saatchi, jwt ed oggi anche lui diventato  CEO (ma su Roma), avevamo un sogno: riuscire a creare la nostra agenzia, ma su uno yatch e solcare i mari fin dove i clienti avessero avuto bisogno di noi, tanto, dicevamo, ci basta un Mac ed una Connessione veloce il resto ce lo mettiamo noi (parlo della creatività, ndr).
In qualche modo ho voluto continuare questo sogno,  non ho preso una barca ma mi sono trasferito su un’isola, ho il mio Mac ed una Connessione veloce e navigo fin dove i clienti hanno bisogno del sottoscritto.
Ritornando alla tua domanda, non ho mai ragionato sul paradigma “marketing italiano”. Mi definisco un creativo, un consulente creativo per l’esattezza e non posso affliggermi la vita con limitazioni varia che si incontrano ogni giorno fuori e dentro il lavoro, ci si scontra con una realtà “immatura”  dove la rete è ancora un oracolo e la comunicazione è legata alla “tradizione”.
Si fa di necessità virtù, con le nuove tecnologie quasi tutto è possibile: in agenzia comunichiamo via skype, mi squilla il Mac, perchè se squilla il telefono 9 su 10 è un fax di qualche operatore di telefonia che vuole propinarci un nuovo piano tariffario, o chiamano perchè non rispondiamo ai loro fax, ma riagganciano sempre alla fatidica domanda: “Signore quanto spende di cellulare?” – “Circa 10 euro al mese…” – ” … tu tu tu tuuuu”.
Esatto, ho la presunzione di definire la mia agenzia è una vera “agenzia 2.0”, dove i clienti si interfacciano per lo più in rete, con i miei collaboratori lavoriamo in rete e sono disparati in varie città d’Italia e se vogliamo presentare un progetto lo facciamo via “connectnow”, condividiamo i file via Dropbox e come anche nel caso di questa intervista, condividiamo i documenti con Google Doc.
Ma non è oro tutto quello che luccica, chiaramente ci sono anche i casi in cui occorre l’incontro dal vivo, in genere per la stipula dei contratti con i nostri clienti avviene ancora in questo modo. Ma ci stiamo lavorando.
Rischierò di sembrare pretenzioso, ma non è la rete ad abbattere i limiti fisici e strutturali ma sono le persone che imparano a sfruttarla e che stanno scoprendo nuovi modi per superane i limiti, cominciamo a non avere paura del futuro e imparare a sfruttare le nuove risorse anche in nome del “marketing italiano”.

Un supporto difficilmente modifica un contesto sociale originariamente statico, ma il suo utilizzo, la diffusione dello stesso e le innovazione generate dall’utilizzo, possono generare delle evoluzioni inaspettate. Pensi che sia possibile migliorare il “problema” della comunicazione al sud? Quali supporti e/o iniziative potrebbero essere influenti?

Non credo si debba parlare di “problema” della comunicazione quanto, piuttosto, bisognerebbe cominciare a parlare di “educazione” alla comunicazione. Gli imprenditori e non solo del sud a vivono oggi la comunicazione in un contesto nuovo, sono costretti a relazionarsi con marketing e pubblicità con nuovi mezzi, soprattutto quelli che la rete ci mette a disposizione.
Le persone hanno subito la comunicazione passivamente per oltre 50 anni ed ora cominciano a ribellarsi. Vogliono essere partecipi e poter dire la loro.
Per questo bisogna entrare nell’ottica oggi esiste il consumer che non è più il target e bisogna creare una relazione diretta e farsi trovare pronti e cortesi per rispondere alle domande che ci pongono.
Fare comunicazione significa riuscire a far comprendere al consumatore quali sono i benefici di un prodotto/servizio facendo in modo che questi viva un’esperienza, la stessa che hai vissuto tu prima di cercare di trasmetterla a lui.
Oggi il fattore EMOZIONALE la fa da padrone, coinvolgere, stupire e diffondere sono le chiavi di volta del nuovo marketing, quello che viene considerato NON CONVENZIONALE, di cui mi pregio di essere un accanito sostenitore, dove la comunicazione sfrutta mezzi e metodi alternativi a quelli a cui siamo stati abituati in 50 anni e la diffusione, se vincente, avviene attraverso il passaparola: è il pubblico stesso a diffondere la pubblicità.
Questo fattore e la nascita dei social network, hanno accorciato notevolmente il divario tra un imprenditore del sud ed uno del nord, intellettualmente parlando, anche se la strada è ancora lunga e tortuosa prima che gli investimenti si possano equiparare.
Nel frattempo, noi professionisti, studiamo e ci facciamo trovare preparati.
Siamo professionisti della comunicazione. Questo implica che dobbiamo essere più esperti e più bravi dei nostri clienti ed accompagnarli nell’esprimere quello che loro vogliono comunicare. La nostra bravura sarà la capacità di trovare soluzioni creative adatte ai nuovi modelli di business e comunicazione.
Esistono vari supporti, iniziative, eventi, concetti, strategie , modus, mezzi e metodi per realizzare campagne di comunicazione efficaci e tutte con la stessa desinenza: MARKETING.

Guestbook. Intervista a Massimo Guastini

Alessandro

By Alessandro
Published 12th April, 2011

L’ospite di questa settimana non necessita di eccessive presentazioni, almeno per chi è “del settore”. Sto parlando di Massimo Guastini, attualmente “Re-Creative Director” di cOOkies adv e soprattutto da febbraio 2011 presidente dell’Art Directors Club Italiano. Oltre ai suoi ruoli istituzionali, Massimo ricopre anche quello di blogger: su KTTB Libero sulla parola dice la sua su campagne, agenzie e tutto quanto ruota intorno al mondo della pubblicità. Si tratta di uno dei blog italiani sul tema più interessanti, a mio avviso imperdibile per chiunque lavori o sia appassionato di questo settore. Per restare in tema di blog, Massimo e i membri del consiglio ADCI hanno inoltre dato vita alla Bocciofila Brancaleone, spazio in cui documentano il loro lavoro senza prendersi troppo sul serio, un’ottima idea anche per iniziare l’opera di rinnovamento di cui l’associazione aveva indubbiamente bisogno. Fatte le presentazioni, ecco il botta e risposta a cui Massimo ha accettato di sottoporsi con grandissima cortesia e disponibilità.

Ciao Massimo, grazie per aver accolto il nostro invito. Iniziamo con un argomento di attualità: dopo quello che è successo in Giappone, in giro si trovano tante iniziative di solidarietà che spesso vedono come protagoniste più o meno dirette le agenzie. In questi casi si apre sempre il dibattito su quanto queste operazioni siano realmente utili nel concreto e sull’eticità dell’utilizzo di questi disastri come “scusa” per attuare operazioni di branding. Qual è la tua posizione in merito?

Non c’è molto da discutere, in realtà. E’ impossibile fare un processo alle intenzioni. Al più ci si potrebbe chiedere perché la tragedia successa in Giappone abbia attivato l’immaginazione di alcuni colleghi molto più dei terremoti in Italia. Spero non sia solo per il maggiore appealing grafico della bandiera giapponese. Spero anche di vedere nei prossimi mesi almeno un paio di “casi” documentati che mi raccontino quanti soldi sono stati raccolti per la causa, e non decine di eleganti annunci infilati nei vari premi pubblicitari. Perché muoversi sotto l’impulso del momento, giocando con una bandiera per esprimere solidarietà, è impulso lodevole nei dilettanti.

Abbiamo tutti visto – purtroppo aggiungerei – lo spot anti-droga di Giovanardi, verso il quale sei stato anche tu piuttosto critico sul tuo blog. Spesso, per non dire sempre, la comunicazione della PA italiana è di qualità davvero scadente, priva di creatività e senza alcuno spunto anche solo vagamente nuovo. All’estero vediamo invece che spesso sono proprio le campagne sociali a presentare le idee più innovative e interessanti. Come mai secondo te in Italia è così difficile raggiungere o almeno avvicinarsi a quei livelli?

All’estero vengono chiamati i migliori creativi per campagne di questo tipo. Qui è già tanto se viene chiamata un’agenzia degna di questo nome.
Detto questo, troverai meravigliose campagne sociali fatte da creativi italiani. Nel sito Adci ce ne sono diverse. Una, splendida, l’ha fatta Taddeucci, proprio contro la droga: la foto di un padre che abbraccia forte suo figlio. Il titolo dice “È un padre coraggioso: sta prendendo a pugni la droga”. Bellissima. Altro che Giovanardi.

Sempre sul tuo blog hai scritto un post in cui prendi una posizione molto decisa sulle gare, problema atavico del nostro settore. Nei tuoi propositi per la presidenza dell’ADCI uno degli obiettivi riguardava proprio questo punto: ci spieghi come pensi di intervenire, e soprattutto fin dove possono fare qualcosa associazioni come il Club e cosa invece deve necessariamente cambiare da parte di chi le gare le indice?

Un Club come il nostro può intervenire aumentando la consapevolezza, in tutti gli operatori, sul fatto che le gare siano causa e non effetto di una serie di problematiche che stanno distruggendo la nostra industria.
Aumentare la consapevolezza significa promuovere il dibattito sull’argomento, sia all’interno sia all’esterno. Alcuni direttori creativi hanno già cominciato a esprimersi pubblicamente. Maurizio Ratti, di Enfants Terribles, ha abbandonato una gara ormai vinta perché le condizioni erano mutate. Pino Rozzi, United 1861, si è ritirato da una gara perché c’erano più di quattro agenzie invitate. Sandro Baldoni e Lele Panzeri, Le Balene, hanno pubblicato su Il Sole 24 Ore un bando di gara ironicamente rivolto alle aziende automobilistiche dove si propongono le stesse non regole d’ingaggio che di norma le agenzie subiscono.

In un’intervista di qualche giorno fa Aldo Biasi e Salvo Scibilia, gli ideatori della tanto chiacchierata – e criticata – campagna “Oltre” del PD di Bersani, più che respingere le critiche fanno intendere, più o meno velatamente, che un eventuale effetto negativo della campagna sarebbe da attribuire al partito che (non va dimenticato) è il cliente della situazione. Premesso che personalmente ho apprezzato l’intervista “senza peli sulla lingua” e credo che ce ne vorrebbero di più di interviste così, mi chiedo e ti chiedo: è corretto, da parte di un creativo, parlare in questi termini del proprio cliente? Se davvero la pensano così sul PD, perché hanno accettato la campagna, pur sapendo che il risultato sarebbe stato quello?

Ho letto l’intervista ma troverei molto scorretto esprimermi in astratto e quindi superficialmente sul rapporto professionale tra Bersani e i consulenti che gli hanno studiato la comunicazione.
Anche perché al momento non abbiamo alcuna riprova del fatto che la campagna non sia efficace. E spero che non ne arrivino. Quest’ultima non è una considerazione tecnica.

Visto che te l’hanno chiesto tutti quelli che ti hanno intervistato in questo periodo (e sono tanti), non posso esimermi dal farti anche io la fatidica domanda sul ruolo della donna nella pubblicità: facendo un breve “riassunto delle puntate precedenti”, ovvero raccontandoci la tua posizione in merito, mi piacerebbe ascoltare il tuo punto di vista sulla nuova campagna di Yamamay che sostituisce alle modelle cinque articoli di Francesco Alberoni.

Mi pare un’operazione di pierre, più che di pubblicità. Vediamo se per lo meno fa capo a una strategia di comunicazione continuativa o è un escamotage del momento per speculare su un tema attualmente sotto i riflettori. Per quanto riguarda la mia posizione sul ruolo della donna in pubblicità, il 4 aprile ho presentato al Consumers Forum il manifesto deontologico dell’Adci, un’assunzione di responsabilità. Puoi trovare tutti i dettagli nel mio blog.

Grazie mille Massimo, a presto e buon lavoro!

Grazie a te e scusa il ritardo con cui ho risposto alle tue domande. :)

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