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Guestbook. Intervista a Laura Colciago

Ignazio

By Ignazio
Published 31st January, 2012

Parlare di finanza proprio in questo periodo di crisi, di nuove tasse e sacrifici, sembra quasi un azzardo. Penso, invece, che le operazioni finanziare possano sembrare quasi demoniache anche per il fatto che se ne parli poco, vengano considerate oggetto per “addetti ai lavori” e non si abbiano le basi culturali per ponderare nel migliore dei modi i prodotti proposti da istituti di investimento e banche. Ben venga a discuterne allora. È quello che ho fatto con Laura Colciago, social media manager di una start up italiana molto interessante, Moneyfarm, che propone un servizio di consulenza finaziaria che “ti aiuta a scoprire che risparmiatore sei e ti dà gli strumenti più semplici ed efficaci per costruire il tuo futuro in modo consapevole” (cit. dal sito).
Ne è venuta fuori una chiaccherata interessante sul rapporto tra logiche social e consulenza finanziaria, sullo scenario delle stretegie comunicative degli istituti di credito e finanza italiani, sull’essere eclettici e curiosi di ogni tema diverso da noi.

Social media marketing e finanza: qual è il tuo approccio? Come le logiche social possono contribuire alla promozione di un servizio di consulenza finanziaria in un periodo di crisi come questo in cui la fiducia della gente nei confronti di prodotti finanziari non è altissima?

Noi di MoneyFarm sappiamo che la nostra sfida è duplice: siamo una start up e allo stesso tempo nasciamo in un momento in cui la gente rabbrividisce al solo parlare di soldi e investimenti.
Siamo però consapevoli che la nostra piattaforma è una soluzione che avvicina il risparmiatore ad una consapevolezza nuova: i propri risparmi possono essere gestiti autonomamente dedicandogli uno spazio minimo all’interno della propria giornata.
Per questo i social network sono un’ottima via per viralizzare contenuti che avvicinano passo per passo il consumatore al mondo della finanza personale.
Essere su Twitter, Facebook, Linkedin e Google Plus ha quindi più funzioni: creare un contatto diretto con le persone, veicolare argomenti che possono essere utili a capire il mondo della finanza personale e avere un feedback costante dalla community che si è venuta a creare nel tempo.

Come reputi le strategie comunicative (soprattutto social) degli istituti di credito e finanza italiani? Qual è quello che secondo te si muove meglio in questo scenario?

Trovo che gli istituti bancari, tranne qualche rara eccezione siano poco aggiornati verso “la rivoluzione social” e in generale verso il nuovo approccio che hanno le persone nell’utilizzare il web. Costruire infatti un bel rapporto con i clienti non significa solo regalare premi da una pagina fan di Facebook o promuovere offerte via Twitter.
Bisogna costruire una serie di contenuti che siano interessanti e che possano permettere l’interazione reciproca, facendo sentire il futuro cliente a suo agio nel chiederti consigli o opinioni. Non si tratta solo di vendere un prodotto o di simulare l’interazione che c’è ad uno sportello ma di capire l’esigenza della gente di comunicare costantemente e che per farlo ha bisogno di conoscerti e di fidarsi di te.
Per quanto riguarda gli esempi positivi di banche che sanno gestire social, segnalo Ing Direct Italia per la creatività del blog Voce Arancio e E-Toro Italia per la capacità di comunicare attraverso una pagina Facebook in maniera coinvolgente e mai banale.

Vieni dal mondo del booking e della promozione musicale, dal videomaking, ma adesso sei social media manager per una “fredda” realtà finaziaria ed economica (sono un po’ provocatorio lo so). Cosa ti manca, cosa hai perso e cosa hai acquisito/imparato in questi 5 mesi di lavoro a Moneyfarm?

Ho sempre lavorato in posti diversi (oltre a quelli che hai citato agenzia stampa, sito web con contenuti editoriali, produzione televisiva..) perché ho sempre pensato che confrontarsi con temi diversi sia più stimolante e che l’ecletticità sia un valore e non un limite. La finanza e l’economia in generale non sono le bestie nere che pensiamo noi profani: ci si può avvicinare con interesse e voglia di capire. Farlo in questo momento di cambiamento per l’economia mondiale è poi decisamente indispensabile per essere consapevoli di quello che succederà. Certo, io non mi addentro in argomenti troppo specifici, per quello ci sono i miei colleghi.
Questo è un punto decisamente forte di MoneyFarm: siamo teste in fermento che scambiano opinioni e conoscenza, con percorsi diversi e che si arricchiscono a vicenda.
Allo stesso tempo non ho abbandonato del tutto i miei progetti video, solo li coltivo in spazi al di fuori del lavoro.
Insomma, la giornata ha 24 ore e se le sfrutti tutte, hai il tempo sia per coltivare nuovi progetti che per continuare a seguire i tuoi interessi.

Questione di punti di vista

Ignazio

By Ignazio
Published 2nd December, 2011

Croce e delizia di distributori e registi. Da esso dipendono fama e successo degli attori: immaginate che ne sarebbe stato di Kristen Stewart, di Robert Pattinson, di Emma Watson, di Daniel Radcliffe senza le produzioni “sbancabotteghino” del maghetto Harry Potter e dei vampiri di Twilight. Il box office può rappresentare una scala per il paradiso delle celebrità che bypassa  il purgatorio di anni di gavetta in pellicole meno note. Riconosciuto canone di successo, fonte di ansia, gioia, esaltazioni e delusioni. Meta teleologica delle produzioni, il box office sta al cinema come lo share alla Tv. I greci avevano il canone di Fidia, Hollywood i dati di botteghino.
Ma ciò che può sembrare granitico e inattaccabile, ad occhio critico, presenta crepe e bastioni assediabili. Il box office è una convenzione e come tale non è assoluta e tanto meno perfetta. È solo un modo condiviso di guardare al mondo delle produzioni cinematografiche.
La classifica degli incassi al botteghino, basata esclusivamente sui dati di incasso dei weekend non tiene conto né del numero di sale in cui una pellicola viene distribuita, né delle settimane di permanenza nel circuito delle sale cinematografiche.
Sono variabili senz’altro importanti, ma nelle posizioni della tradizionale classifica del lunedì non c’è traccia di questi elementi. Quello che viene misurata è “la potenza di fuoco” di una produzione ed è inevitabile che le grandi mayor hanno più pallottole da sparare rispetto alle distribuzioni indipendenti.
Insomma, il box office semplifica molto una realtà, quella promozionale e distributiva,  di cui si dovrebbe invece tenere conto.
La soluzione più sensata? Creare un indice ponderato in grado di tenere conto non solo degli incassi nel weekend, ma anche della media sala e delle settimane di presenza al botteghino.
Ed è proprio quello che abbiamo fatto per Own News: l’abbiamo chiamato, Own Index e ogni lunedì (in concomitanza del box office tradizionale delle altre testate) darà vita ad una classifica sintetica ed esplicativa non solo della “potenza di fuoco” ma anche dell’ ”endurance” di un prodotto cinematografico.
Siamo sicuri che guardando la classifica sotto questo punto di vista, l’Own Index potrà presentare senz’altro delle sorprese. Un esempio? Nella classifica dello scorso weekend, Ficarra e Picone ottengono il primo post della classifica riuscendo a trionfare sui vampiri di Twilight; mentre Miracolo a le Havre, che nel box office tradizionale del 25 novembre è in decima posizione, nella classifica  di Own News si posiziona quarto a 1,2 punti di differenza da Anche se è amore non si vede.
Insomma, di settimana in settimana l’Own Index ci presenterà uno sguardo differente sul botteghino italiano. Non resta che domandarsi chi sarà il vincitore di questo weekend che sta per cominciare. Appuntamento a lunedì prossimo per il responso.

Italian Jobs

Daniela

By Daniela
Published 20th October, 2011

Alcuni ricevono in eredità ricchezze. Alcuni, beni. Altri ancora, posti di lavoro.
Alcuni ne comprendono la valenza e ne godono i frutti.
Altri li lasciano, moltiplicati, alle generazioni che seguono.
Altri ricevono in eredità storie. Esempi viventi di cambiamento.
Oggi, posso dire di aver ricevuto in eredità sogni. E fame. Quella fame avita profonda implacabile che si traduce in intraprendenza, tenacia, fiera baldanza, al limite quasi arroganza. Quella fame che ho riconosciuto negli occhi del nostro CEO. Lui, che l’altro giorno -parlando del sogno americano con Francesco e Alessandro- scriveva siamo figli consapevoli del sogno americano (inconsapevole) di mio padre. E Estrogeni è figlia (anche lei consapevole) del figlio del sogno americano di mio padre…
Era il bar di Ponticelli. Quello di cui il ragazzo che lavava i pavimenti, è diventato proprietario. E poi medico.
Era la storia di mio nonno, da contadino diventato professore, poi notaio e imprenditore.
Quelle storie sono arrivate a noi, le portiamo dentro. Nessuno di noi è un miliardario, né di posizione né di nascita. Abbiamo avuto il privilegio di avere in eredità sogni. Tutto questo, a Napoli, non a Palo Alto o a San Francisco.
Abbiamo avuto in eredità la testimonianza vivente che il destino è nelle nostre mani.
Da dove siamo partiti, non lo dimentichiamo.
Da dove sono partiti gli uomini prima di noi, lo abbiamo sempre chiaro.
È per questo che oggi al di là di tutto (ma proprio tutto quello che è successo e che, talvolta anche ironicamente e solo per ipotesi, possiamo immaginare come tipicamente italiano), ciò che non perdiamo di vista è la possibilità di ripartire. Di ricominciare. Ogni volta.
Con profonda flessibilità, con quella tenacia che è rimboccarsi le maniche, avendo chiaro l’obiettivo e lo sguardo aperto sulla realtà.
E sappiamo pure che dobbiamo comportarci bene. E condividere. Con la comunità, come ha fatto mio nonno; con la famiglia, come ha fatto il ragazzo di Ponticelli; con i giovani, come facciamo da sempre, qui, in Estrogeni.
È per questo che nasce Italian Jobs. Una rubrica del nostro blog in cui, dal 21 novembre, racconteremo (e poi ospiteremo dal vivo) piccoli casi di successo a livello imprenditoriale. Storie vere (alcune esperienze le abbiamo già individuate, altre ci auguriamo arriveranno da voi), di chi è partito da un sogno e ce l’ha fatta. Nonostante viva in Italia.
Il nostro esplicito e concreto omaggio a una delle più affascinanti icone contemporanee.

L’e-commerce nei paesi dell’Unione

Ignazio

By Ignazio
Published 28th September, 2011

Il rapporto sul comportamento dei consumatori on-line rilasciato dalla Direzione Generale per le politiche interne dell’Unione Europea fotografa lo stato dell’arte del commercio elettronico in Europa.
Il documento sottolinea le nuove opportunità che il commercio online ha aperto sia per i venditori che per i consumatori: “Businesses can benefit from better access to larger markets and to markets in other countries. Consumers benefit from access to a wider variety of goods and sellers, greater convenience, improved possibilities to compare products and prices, and in some instances, lower prices. In addition, all users potentially benefit from better access to content and information, lower transaction costs, reduced environmental costs and wider benefits such as improved learning, innovation and creativity“.
Il primo dato di particolare interesse è che rispetto al 20% del 2005, nel 2010 il 40% degli Europei ha acquistato online. Un dato tuttavia non omogeneo in tutti i paesi dell’Unione. Nel nord Europa la percentuale aumenta fino al 65% mentre gli utenti connessi dall’Est e dal Sud Europa (Italia compresa) fanno registrare un più basso tasso di acquisti online (nel nostro paese la percentuale si attesta sotto il 20% della popolazione totale). La ricerca sottolinea come nell’area mediterranea e orientale dell’EU la rete venga usata più come mezzo per ottenere informazioni e opinioni sui prodotti di interesse piuttosto che come canale di transazione economica.
Ciò che i consumatori europei comperano maggiormente online sono viaggi, vestiti e ticket per eventi. La fiducia nell’acquisto in rete decresce, invece, quando si tratta di ordinare prodotti hi-tech. Essendo un tipo di bene dal costo elevato,  il rischio percepito aumenta sensibilmente ed ecco che gli utenti preferiscono vedere e testare il prodotto prima dell’acquisto.
Il documento continua indicando ciò che rappresenta un limite allo sviluppo dell’e-commerce in Europa: “purely digital products and services overcome the most common problem with ecommerce for consumers: non-delivery or the late delivery of products“. Questo è più vero quando si tratta di effettuare transazioni da siti di altri paesi membri, tanto che solo il 23% degli europei ha comprato da siti stranieri.
Abbastanza ragionevole, per non dire scontata, è la conclusione secondo la quale anche se tutte le barriere (tecnologiche e culturali) al commercio elettronico fossero rimosse, sarebbe improbabile che tutte le aziende e tutti gli utenti europei vorrebbero usufruire del commercio elettronico. Molte aziende sostengono che il commercio elettronico non è appropriato per il proprio business e una quota significativa di consumatori preferisce fare acquisti di persona. Pertanto, l’ e-commerce “is likely to continue to be a supplement to offline trade“.
Come forse è giusto che sia per un ente regolatore,  nel documento si fa particolare attenzione alla legislazione sui diritti del consumatore, che nel contesto del web si è evoluto in “prosumer”. L’esigenza che il report fa emergere è quella di calibrare il quadro legislativo vigente aggiornandolo su questo nuovo soggetto giuridico: “trust and confidence in the digital market-place will only improve if basic rights as well as obligations in the digital environment are clear”.

The Nation’s Oil Paintings

Ignazio

By Ignazio
Published 1st August, 2011

Stamane mi sono ritrovato a parlare con una mia cara amica (che ringrazio per la segnalazione) sul progetto della Public Catalogue Foundation che, in collaborazione con la BBC, sta pubblicando online l’intero catalogo di dipinti a disposizione dell’organizzazione. Come si legge dal loro sito, c’è la consapevolezza che il web rappresenti senz’altro un modo per sviluppare l’accesso pubblico a questa collezione di ben duecentomila dipinti ad olio. Una quantità considerevole che necessita di essere ricercabile (perché non esisti se i motori di ricerca non ti trovano).  Per questa esigenza è stato sviluppato “Your Paintings Tagger“, una piattaforma in cui gli utenti possono contribuire a taggare i dipinti del catalogo e renderli disponibili ad essere trovati e consultati. Una sorta di SEO crowdsourcing insomma.

Secondo me, un’iniziativa da promuovere a metà.
Cosa mi piace. L’approccio “social” che risponde a due esigenze: quella di diffusione e conoscenza della collezione e quella di supporto  alla catalogazione.  La rete è fatta di persone, sono loro che ne rappresentano la risorsa più grande. In progetti di utilità pubblica,  esse possono contribuire creando “valore” e ricevendone in cambio.
Cosa NON mi piace.”The principal outcome of the partnership with the BBC will be the creation of a vibrant and highly searchable website“. Highly searchable sì, vibrant per niente. Non c’è niente di pulsante, né nella struttura del sito, né nei colori, né nel processo di tagging. È tutto così statico e chirurgico. Vuoi fare conoscere una preziosa collezione d’arte completamente gratuita? Vuoi l’aiuto della gente? Dove sono le emozioni? È il “calore” della call to action che fa “affezionare” al tuo sito. Posto così, il prendere parte al progetto di tagging è quasi da compito in classe  o passatempo per gli anziani in una casa di riposo. Ecco,”vibrant” proprio no.
Non sarà che non rientro nel target di questo progetto e con me quella fascia di età tra i 24 e i 45 anni? Se fosse così, si perde quell’afflato di diffusione dell’arte tra la gente che tanto viene sbandierato nel progetto. Effetto indesiderato o approccio cosciente? Volendo estremizzare, i tag che ne usciranno potranno essere rappresentativi per una fascia di pubblico ma un target diverso forse non riuscirà mai a trovare un dipinto categorizzato con criteri a lui estranei.
Sono troppo critico? Qualcuno mi aiuti a capire. Grazie.

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