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Facebook supera Google?

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Permettete? Un post veloce.
Non capisco. E le domande conclusive lette in un interessantissimo articolo sul Tagliablog non mi aiutano a farlo. Doh.
Non capisco perché è così importante che Facebook abbia superato Google nel tempo medio speso sul sito. A parte che i Social Network nascono come “passatempo”, quindi è del tutto normale. Inoltre, teoricamente le persone non dovrebbero passare meno tempo possibile su un motore di ricerca? Se il motore di ricerca non mi aiuta a trovare più velocemente ciò che cerco, che utilità ha? Tanto più che Google si fregia della velocità di risposta in seguito ad un’interrogazione. Perché c’è da stupirsi?
Fonte della domanda qui: http://blog.tagliaerbe.com/2010/03/tempo-utenti-social-motori-di-ricerca.html

Schermata 2010 03 18 a 13.02.25 300x69 Facebook supera Google? Estrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Come faceva notare il buon Ignazio qui accanto a me, sono chiarificatori i dati che si trovano in quest’altro articolo. Se Google fattura 23 e più miliardi dollari all’anno, contro gli 1,5 di Facebook, di che cosa stiamo parlando?
Ringrazio sia IlTagliaerbe che Il Disinformatico per avermi aperto a nuove vedute.

Internet non è Facebook

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… ma nemmeno Google. Il più grande motore di ricerca ha perso lo scettro di re delle rete. Per un’intera settimana la home page di Facebook.com è stata visita da più utenti di quella di Google.com. Il sogno di Zuckerberg si sta avverando. Superare Google anche nelle ricerche in rete. Sfruttare le relazioni tra i membri del più grande network mondiale per fornire le stesse ricerche di Google, non servendosi di un algoritmo informatico ma semplicemente degli utenti. Un’idea così banale da risultare semplicemente geniale. Se gli individui si fidano dei loro simili per informazioni e consigli, perché non dovrebbero farlo per il web? Sfruttare non più i consumatori, ma i prosumer. Gli utenti che nell’utilizzare il mezzo lo modificano, lo implementano, lo arricchiscono.
Un co-sviluppatore che nel suo generare contenuti costantemente, rende questo mondo digitale sempre più competitivo di quello reale. Un mondo che non conosce crisi e blocchi, nemmeno nel periodo più cupo dell’economia mondiale. Un mondo volutamente in versione beta, in aggiornamento continuativo e irrefrenabile. Quella e-democracy che spaventa più di quanto possa essere visionaria, di cui alcuni stati chiedono spiegazioni a guru, noi, parte costitutiva e costituente della rete, continuiamo a fornire valori.
Credo nel mezzo. Credo negli utilizzatori. Credo nei social media… visto che ci ho costruito su la mia tesi.

Riposizionarsi

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Il posizionamento del brand è un elemento fondamentale, se non costitutivo, del marketing aziendale. Oggi è richiesta molta più attenzione, da parte dell’azienda, nell’effettuare il proprio posizionamento. Maggior accuratezza dovuta all’impossibilità di avere un perfetto controllo della situazione. Ciò non è possibile per semplici motivi, messi in chiaro da  Seth Godin: “il pubblico non può ascoltare tutto, non è possibile controllare il messaggio e perché tutto cambia rapidamente”. Non è possibile avere un posizionamento statico, all’interno del mercato odierno, e ciò riguarda sia le piccole realtà che il più potente brand mondiale. Il più noto motore di ricerca, nelle ultime ore sta cercando di modifica il posizionamento, del suo brand, all’interno del mercato cinese. Un mercato di cui il colosso, entra a far parte nel lontano 2000, quando internet nel paese asiatico era ancora poco sviluppato e quindi molto fecondo. I problemi iniziano a sorgere dopo due anni, quando il sito viene oscurato dalle autorità e reso inaccessibile agli internauti cinesi, fino a giungere ad un “adeguamento” di Google alle leggi imposte da Pechino sull’informazione in rete. Google.cn accetta di introdurre dei filtri al proprio sito, per attuare la censura prevista dal regime cinese. I rapporti, dopo anni di tranquilla “convivenza” tra colossi, iniziano ad incrinarsi quando uno dei due cerca di imporsi sull’altro. Il regime oscura il figlioletto di Google, per la presenza di video di repressione armata contro i monaci buddisti. La situazione precipita gradualmente, fino allo schiaffo in faccia al regime di ieri mattina. Google, attraverso il blog ufficiale, minaccia di lasciare il mercato cinese e disattiva i filtri. Gli internauti cinesi ritornano a vedere l’omino che sfido i carri armati. Una minaccia scaturita dal continuo attacco di hacker/spie, alle Gmail di oppositori del regime, con furto di dati sensibili. Un attacco continuativo e immorale, che ha portato il colosso del web a non favorire più la censura cinese.
Una risposta al regime, che auspica un nuovo posizionamento della società all’interno del mercato asiatico. Un posizionamento non più assoggettato dalla censura, ma proteso ad una liberalizzazione del cyberspazio cinese. Una scelta virtuale, che porterebbe a miglioramenti reali. Un motivo in più per aggiudicarsi il più ambito dei titoli.
Riuscirà Google ad attuare le sue politiche? Rischierà di perdere 360 mil. di utenti e con essi un mercato da 600 mil. di $? Riuscirà nel suo ri-posizionamento etico?
Saranno queste le vere motivazioni o solo un movimento per riguadagnare una fetta di mercato, che si sposta altrove?  Io,come Kawakumi,sono per il free web.

Questione di strade

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Che l’Esquire c’abbia visto lungo?
Viviamo in tempi di scontro: Google e i prosumer (il consumatore che è allo stesso tempo creatore di contenuti) da un lato; la compagine guidata da Murdock e dal Times, da chi cioè vuole rendere la lettura delle notizie online a pagamento, dall’altro. Il giornalismo professionista arroccato sulle sue posizioni va all’attacco della rete e delle sue logiche proponendo nuovi modelli di business: il “fee” all’attacco del “free”.
Nel frattempo, c’è chi parla di diritti d’autore, simbiosi tra motori di ricerca e contenuti online e di qualcuno che cerca di spezzare questo vincolo (Laura Turini sul Sole24Ore).  C’è chi discute di complementarità e competizione tra il vecchio e il nuovo giornalismo (Alan Murray in un intervista con Robin Good). C’è chi prova a percorrere nuove strade. La rivista Esquire è una di queste. Il numero di dicembre farà largo uso della realtà aumentata. La copertina e alcuni degli inserti interni useranno questa tecnologia per offrire ai propri lettori un contenuto “altro”, trasformato, potenziato. Un’operazione di arricchimento della carta stampata “tradizionale” che potrà sfruttare le potenzialità di interazione e multimedialità offerte della rete per coinvolgere il pubblico pagante.
La strategia dei contenuti a pagamento è una strada molto rischiosa da percorrere: la gente non ha bisogno di pagare per leggere contenuti di qualità (Francesco ne parlava nel suo post precendente). La strada della creazione di nuovi modelli di fruizione arricchiti grazie all’ibridazione tra ciò che è in linea e ciò che non lo è potrebbe, per contro, condurre verso la terra promessa dell’informazione giornalistica del XXI secolo.

La metamorfosi del consumo

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Nuovi supporti mediatici veicolano nuove modalità di consumare l’informazione. Multitasking denota il nostro modo di consumare l’informazione. Non siamo più vincolati, ma capaci di usufruire, contemporaneamente di più supporti. L’informazione, ovvero ciò che dà forma alla mente, che la disciplina, che la istruisce, non è prerogativa dei media cartacei. Oggi i media tradizionali come il giornale e la tv non gestiscono più il monopolio dell’informazione, ma questa viene spalmata sui nuovi “sotto-media” generati dal web. Da una recente analisi del Censis emerge che se il consumo della carta stampata a pagamento diminuisce costantemente, quello dei media on-line aumenta. Non si tratta solo di un passaggio dall’analogico al digitale, ma di un vero mutamento del consumo mediatico.
Non è necessario pagare per informarsi. Non è necessario pagare per confrontare le fonti. Non è necessario pagare per comprendere. Anche se qualcuno si muove in senso contrario, in molti hanno compreso che l’informazione non è qualcosa che si può vendere o meglio non lo si può fare direttamente, ma soprattutto che l’informazione è patrimonio di tutti e che tutti possono collaborare alla sua realizzazione/distribuzione. L’informazione non appartiene ai media istituzionali, ma anche un social network può essere adoperato come un media informativo. Può sembra quasi una blasfemia, ma se la maggioranza degli utilizzatori dichiara di utilizzare i social network per mantenere i contatti con gli amici (70.5%), più della metà di essi (41.2%) dichiara di servirsi del mezzo per la lettura delle bacheche personali. Quindi ogni individuo non è solo consumatore ma anche generatore di informazione.
Questa mutazione non sta passando inosservata e le maggiori realtà del web hanno intuito come, in un futuro recente, l’informazione generata dagli utenti sarà il punto di riferimento per la conoscenza.
Google con il suo social search, Facebook con i suoi 300 milioni di utenti. La battaglia è appena iniziata.

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