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L’idiozia del web

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Provocare per scuotere. Provocare per smentire. Provocare per riflettere.
Il web è solo un grande moltiplicatore di contenuti, che senza qualità, identità e storia portano il genere umano alla perdita dell’anima. “L’anima è fondamentalmente memoria. Senza memoria, non si può andare né all’Inferno, perché la dannazione consiste nel rivivere costantemente i propri peccati,  nè in Paradiso, perché se ci arrivassimo senza memoria la beatitudine non sarebbe che un’ipnosi senza senso”. Ecco come vede oggi il web Eco, uno dei massimi semiologi. Un catalizzatore dell’idiozia. Qualcosa che memorizza al suo interno tutto ciò che vi passi. L’utile e il suo contrario. Un sistema incapace di selezionare la qualità della comunicazione, per rendere immensa l’enciclopedia comune, ma generatore di infinite enciclopedia individuali. Quest’ultime non faranno che trascinarci nell’oblio. Quel vuoto dovuto all’incomprensione generale e all’incomunicabilità.
Eco ritiene che ciò derivi dalla quantità, potenzialmente infinita, di informazioni che viaggia in rete. Informazioni di cui, spesso, non è possibile stabilere la veridicità. Quindi ciò che ci circonda non è vero, ma solo un’illusione della verità.
Posso sostenere, da utilizzatore storico del web, che questa illusione non dipende dal mezzo ma dall’utilizzo che se ne compie. Non sono le specifiche del mezzo a determinare l’oblio, ma dall’incapacità di sfruttare le sue caratteristiche in modo positivo. L’utilizzatore non dovrebbe essere lasciato da solo in questo grande mondo illuminato a giorno costantemente, ma dovrebbe ricevere un’educazione al supporto come è stato fatto per la letteratura o come non è stato fatto per il medium televisivo. L’educazione al supporto ne eviterebbe la metamorfosi. Non una grande vetrina, in cui tutto sia in mostra, tutto sia prodotto, tutto sia istantaneo ed effimero, ma una grande intelligenza collettiva.
Ignazio ha un altro punto di vista… magari ci potrebbe scrivere un post.

Vuoti a perdere

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Ti immergi. Ti identifichi. Ti angosci. Questo è Draquila. Questo è il cinema. Questa è l’informazione. Non un editoriale sull’incremento esponenziale delle vittime. Devi sentire le richieste di aiuto. Devi vedere le case cadere. Devi sentire tue le vite strappate.
Assistere alla riproduzione della realtà, che sia su celluloide, su pellicola o tela, può allontanare lo spettatore dalla situazione reale se non riesce ad andare oltre il finzionale o può avvicinarlo se riesce ad immergersi nella riproduzione, allontanando il supporto che ne consente la riproducibilità.
Un montaggio finale, con scene del 6 aprile alle 3.32 e con le chiamate al pronto emergenza, è un calcio in pieno petto. Ti manca l’aria. Vorresti uscire da quella riproduzione della realtà, ma è lì che ti si apre la mente. Una violenza mediata che permette l’identificazione di se stessi in quelle persone che hanno perso tutto, che non hanno più niente e che continuano a lottare. Per sé, per gli altri e per la loro terra. Uomini, donne e bambini che non hanno mai smesso di ringraziare chi gli abbia dato un mano, ma che allo stesso tempo non hanno gradito la trasformazione della loro tragedia in un Grande Evento. Un Grande Fratello con attori reali, che le istituzioni hanno sfruttato e mai retribuito. Persone illuse con il sogno di un domani migliore, con una bottiglia 0,75l di spumante italiano regalata dal presidente in persona.
Gente a cui i “vampiri” hanno succhiato quasi tutto, ma non quel sangue che gli dà la forza di combattere per il proprio domani senza l’aiuto di nessuna SpA.
I parassiti non hanno bandiere, non sono di destra né di sinistra, sono solo dei carnefici, ma “non pensate che una persona che si può considerare completamente vuota e incapace alla fine cada, non è così. Berlusconi è una persona che dura”.

La prima volta

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Prima o poi doveva arrivare. Quel momento in cui ci si trova, soli, davanti ad un cliente che vede in te lo specchio della tua agenzia.
Essere rappresentanti di se stessi è facile. Basta essere se stessi. Essere rappresentante di molti, è molto più complicato.
In quel momento sei il delta verso cui sfociano passioni (troppe), dedizione (molta), creatività (ricercata), cultura (ostentata) e anni di lavoro o di studi. Una responsabilità senza la quale non si cresce, tramite la quale ci si accresce. Questa consapevolezza è il primo passo verso la maturità, di uomo prima che di un professionista. Una maturità che si ottiene quasi sempre con i “no”, con i “forse” e con i “si poteva fare meglio”. Pensieri questi che ci hanno fatto compagnia prima e dopo l’incontro avvenuto alcuni giorni fa con Cristina Spinelli e Andrea Vidoni rispettivamente digital marketing coordinator e promotions manager di Sony Pictures Italia, con i quali abbiamo avuto un piacevole incontro per la presentazione del reparto web marketing di cui facciamo orgogliosamente e fortunatemte parte. Io e il mio sparring partner Franco e io e il mio wii competitors Vittorio, abbiamo avuto la nostra prima esperienza di “portavoce” aziendale. Ci siamo lanciati e con le nostre slide verde estrogeni abbiamo cercato di catturare l’attenzione dei nostri ascoltatori. Minuziosi dettagli (Vittorio) espressi in 180 bpm (Francesco) hanno illustrato l’operato e le competenze dell’area web.
Il responso del cliente? Questo è un altro post.

La povertà che arricchisce

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Permettetemi di iniziare un post con l’incipit di un post che pubblicherò in futuro.
Una lezione di sociologia servendosi della musica neomelodica? Io non ci sarei mai arrivato, ma per fortuna qualcun’altro ci ha pensato. Una musica che si è portati ad etichettare facilmente, escludendola dalla nostre analisi. Una musica che però racconta una terra, la gente, la vita. Ma questo è un altro post.
Una lezione che mi ha spinto a ragionare sull’importanza del mezzo. Questo determina, inevitabilmente, la comunicazione, perché soggetto ad interferenze. Il messaggio spesso vieni ignorato perché semplicemente non raggiunge un grande pubblico. Spesso si ignorano messaggi con tematiche poco note o semplicemente scomode. Ignorare il problema come unica soluzione.
Spesso la comunicazione richiede la povertà dei mezzi. Una povertà che arricchisce la comunicazione. Basta un cellulare, una handycam e il video sharing per descrivere una realtà scomoda ai canali istituzionali.
Daniele è riuscito in ciò che altri hanno ignorato. Descrivere un mondo con gli occhi di chi ha visto e ha avuto il coraggio di non tacere. Descrivere il bullismo che molti hanno vissuto e pochi hanno raccontato. Lo ha fatto con un’espressività degna di De Sica. Un uso neorealista (attori) di un supporto moderno (web) che stimola molti perché sulla società moderna. Perché a cui si risponde con sufficienza. Perché che non andrebbero abbandonati a se stessi. Perché a cui rispondere con altri perché.
Il mio plauso finale è per lo scontro/incontro tra il mondo finizionale e quello reale, mentre scorrono i titoli di coda.
Le immagini parlano di più.

At the rate of nothing

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Cane, papero, scimmia, gatto, topo, chiocciola, strudel, vermicello, a pazza. Il caos linguistico che viene tenuto a bada dalla potenza dell’iconografia. Semplicemente @. Non simbolo, come semiologicamente andrebbe definito quell’elemento delle comunicazione che esprime contenuti di un significato del quale esso diventa significato, ma vera e propria iconografia. La chiocciola ,che paradossalmente usiamo più nel linguaggio scritto che in quello parlato, può essere etichettata come una reale opera d’arte. A decretare l’importanza di questa rappresentazione è sicuramente la scelta di aggiungere nella collezione permanente del MoMa per la prima volta, come ha affermato la curatrice Antonelli, un elemento per il quale “si abbandona il principio che il possesso fisico di un oggetto è il requisito necessario per la sua acquisizione”. Parole che portano a parole. Arte che porta a non-arte, che si tramuta in arte. A Benjamin.
Il filosofo tedesco afferma che i nuovi medium (cinema, fonografo, fotografia) portano alla perdita dell’aura, ovvero di quel misticismo, quel legame quasi religioso che si stipula tra il fruitore e l’opera d’arte originale. Una perdita dovuta allo sviluppo dei metodi di riproducibilità tecnica, che rendono irriconoscibile l’originale dalla sua riproduzione. Una magia che viene a mancare per mezzo dello sviluppo delle tecniche di riproduzione.
Seguirà una potenziale dissacrazione di Benjamin, quindi potete anche smettere di leggere.
Se la @ è diventa un’opera d’arte lo deve potenzialmente al sua carattere di riproducibilità. La sua notorietà, la sua bellezza, i suoi valori risiedono proprio nel suo essere riproducibile. Non un annullamento del legame mistico con l’utente, ma una sua moltiplicazione.
Benjamin è morto prima che l’hyperlink nascesse (ci siamo persi una grande analisi sulla modernità) e quindi non ha potuto assistere al “ritorno dell’aura” (virgolettato non per l’importanza, ma per le potenziali scempiaggini che seguiranno). L’hyperlink può essere considerato il miglior sistema di riproduzione dell’opera d’arte. Un sistema che ha rovesciato i canoni dell’unicità dell’opera. Oggi un’opera è unica, inteso come valore aggiunto, solo se è nota alla cultura di massa. Una notorietà che si accresce tramite l’utilizzo dell’hyperlink, che permette la condivisione dell’opera stessa. Nell’epoca contemporanea non solo si perde il senso di autenticità dell’opera, come afferma Benjamin, ma può accadere che ciò che oggi viene identificata come arte non era stata generata come tale.
Ray Tomlinson nel ricontestualizzare la @ non aveva pensato di generare arte, ma solo di semplificare un sistema di interconnessione di utenti. L’arte è “arrivata” con il tempo, tanto se si considera il primo utilizzo del ‘72, con la diffusione, la riproduzione e la fruizione. Un’arte nata dalla fruizione, tramite i fruitori. Un’arte che non tema la riproducibilità ma che se ne serve per mostrarsi. Un’@rte 2.0, ma questo meriterebbe un post proprio.

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