francesco del franco

Guestbook. Intervista a Davide Licordari

Francesco

By Francesco
Published 21st June, 2011

Dopo Rudy Bandiera e Claudio Gagliardini non potevamo evitare l’altro elemento fondamentale della lovvotica. Social media specialist per l’agenzia torinese Seolab, è sicuramente una delle voci più attendibili del web per quanto riguarda il web marketing e le novità del web. Pronto a sperimentare e a stupire con la sua creatività, abbiamo discusso sulla figura professionale da lui ricoperta e del ruolo dei social network nella comunicazione aziendale odierna.

In un recente post/traduzione, Peter Shankman critica la figura dei social media expert fino ad affermare l’inutilità della figura professionale. In breve credi che una società/marchio abbia bisogno di una figura del genere o è semplicemente un’osannazione temporanea di nuovi strumenti?

Un’azienda ha bisogno di qualcuno che conosca le dinamiche dei social media perché sono il luogo per eccellenza delle conversazioni: è sui SM che le persone parlano del tuo brand, non puoi ignorarle. Ma ascoltare non basta, bisogna rispondere, interagire, proporre, inventare, declinare sui nuovi media i piani di comunicazione: crediamo davvero che sia un lavoretto adatto a tutti solo perché tutti usiamo Facebook come privati? è come dire che se so cercare su Google allora sono in grado di ottimizzare un sito sui motori di ricerca! Shankman, a mio avviso, voleva più che altro rimarcare due questioni: cui fare attenzione: da una parte occhio ai millantatori, dall’altra occhio a non investire su un mezzo solo per il gusto di esserci.

Il brand deve conoscere i suoi utilizzatori. Una rivoluzione che possiamo attribuire all’avvento del web 2.0 e in particolar modo ai social network, che hanno aperto un dialogo diretto tra brand e consumatori. Molti brand/aziende sono ossessionati dai numeri e dal ROI per il SMM. Credi sia plausibile parlare di ROI in questo caso? Come stabilire un’unità di misura?

Le misure contano, ma con moderazione. Pongo io la domanda: è meglio avere una pagina Fb con 100.000 iscritti passivi o averne una da 10.000 attivi, reattivi e propositivi?
La gara “a chi ce l’ha più grossa (la community)” è un classico tra aziende competitor, ma spesso la si vede anche tra brand dello stesso proprietario (colpa dei brand manager?)… la gara al fan in quanto tale è deleteria: meno attenzione ai contenuti, target approssimativo, abbozzi di spam non fanno bene ai social media.
L’unità di misura esatta a mio avviso è data dal tasso di interazione e dall’esatta composizione della base utenti aggregata: una volta riusciti a dar vita ad un vero luogo di ritrovo virtuale intorno al quale discutere (anche) del brand sarà possibile iniziare a pensare alla parte meramente di marketing che coinvolge il ROI.

Puntare sulla qualità degli utenti e non sulla quantità. Stipulare una dialogo diretto che comporti partecipazione, sarebbe molto più produttivo per il brand che ostentare dei numeroni. Ma i social network sostituiranno definitivamente le altre piattaforme (sito, blog, etc.) o ci sarà una “convivenza” dei supporti? Se si perché?

La domanda cade a fagiolo, ne ho giusto parlato l’altro giorno sul mio blog: non credo che i social network sostituiranno in toto i siti web o i blog. Non si è proprietari dei contenuti pubblicati sui social network, non si sa quali siano gli sviluppi futuri delle piattaforme alle quali ci si appoggia (e se diventassero a pagamento, ad esempio?), non si sa quali saranno le tendenze del futuro. Si sa invece che il web in se non passerà di moda (anzi). Il calcolo è presto fatto,no?
Vedo i social network invece come un luogo fantastico sui quali sperimentare, entrare in sintonia con i propri appassionati, cercare di cogliere feedback preziosi, porsi in maniera più informale rispetto alla classica presenza corporate. Soprattutto per quanto riguarda brand che si direbbero poco “divertenti”: vedere che un marchio di (invento) aspirapolvere in titanio si lancia in una campagna creativa e divertente sui social fa capire quale sia la prerogativa di questi canali, ovvero creare brand awareness, intrattenere e far vivere all’utente un’esperienza legata al brand.

Sperimentare, anche per conoscere le potenzialità del mezzo. Quanto riesci a sperimentare nel tuo lavoro quotidiano?

Per quanto riguarda i progetti strettamente professionali, come saprai spesso la capacità, e la possibilità, di innovazione e sperimentazione dipende dall’approccio del cliente. E dal budget. Voglio dire, per sperimentare bisogna essere in due. Per questo mi piace sperimentare in primis su progetti personali, progetti che non rispondono alle decisioni di altri. Insomma, si fa quel che si può. È in questo ambito si può molto più che altrove!

Guestbook. Intervista a Andrea Antoni

Francesco

By Francesco
Published 7th June, 2011

Affascinato da ogni forma d’arte, in particolar modo per la mia incapacità nel generarla, ho sempre nutrito un interesse per ciò che si manifesta in modo non convenzionale, violando regole strutturali e non, stupendo. L’ospite di oggi il writer style, che negli anni è riuscito ad apportare “un upgrade” alla bomboletta spray attraverso nuovi supporti offerti dalla tecnologia.

Prima di essere un grafico sei un writer di vecchia data, che dalle pareti è passato alle tele prima di giungere al multimediale. Quali influssi e/o commistioni derivano dal mondo delle crew nel tuo lavoro odierno?

In realtà la mia multimedialità si è sviluppata passo passo con il mio essere writer. Da subito ho cercato pubblicità tramite il web e già nel 1998 avevo un mio primitivo sito internet, fatto con frontpage, in cui pubblicavo solo graffiti. Poi sono cresciuto, ma appena lo scorso anno ho unificato il sito relativo alla mia attività di grafico con quello da writer.
Credo quindi di essere arrivato alla grafica per un bisogno dovuto dal pubblicizzare il mio essere writer, per poi divenire un grafico con il plus dei graffiti. Il writing mi ha dato molto dal punto di vista della composizione e della creatività, ma ora che le ore di grafica sono superiori a quelle di graffiti, è quest’ultima che sta cambiando prepotentemente il mio modo di dipingere. Diventa evidente nei miei lavori degli ultimi due anni, ho smesso di fare le sfumature nei 3D per passare alle tinte piatte, proprio come quando disegno gli stessi soggetti in vettoriale.

Quindi il multimediale influenza, inevitabilmente, il tuo reale rendendo il tutto organico. L’uno senza l’altro sarebbe limitato, infatti anche il reale influenza il virtuale. Il tuo lavoro Be Happy Project può essere concepito come una trasposizione del concetto di crew hip hop, ma più dinamica e “open space”?

Io sono un poco contrario, ormai, alla differenziazione tra il reale ed il virtuale. I tempi in cui il web era territorio di soli nerd, esclusi dalla società civile, credo sia finito. E’ sicuramente vero che in molti usano personalità doppie tra la vita reale e quella multimediale, ma per quanto mi riguarda non c’è differenza. Le cose che non faccio al computer vengono veicolate tramite la rete, e spesso in sua funzione: ne è esempio il mio ultimo progetto di graffiti 2.0 fatto assieme al mio compagno di crew Asker e all’aiuto multimediale di @zagher. Abbiamo realizzato uno stencil, con cui abbiamo dipinto su parete un QRcode, che rimandava ad una landing page creata ad hoc per quell’occasione. In questa l’utente trovava un video con la preparazione della bozza del graffito e una galleria fotografica con uno script, che inseriva in tempo reale tutte le foto pubblicate su instagram e taggate con un determinato tag.
Per quanto riguarda il Be Happy Project non so neanche io cosa sia: è nato per caso e sta prendendo sempre più piede. Agli inizi era street art pura, ma da sempre ho voluto che fosse una sorta di club, chiamiamolo anche open space si, dove i protagonisti siano le persone felici e il mio operato solamente un veicolo per il raggiungimento del sorriso.

Vista la crescita esponenziale della fruizione in mobile e attraverso applicazioni, come sta evolvendo la tua arte (web e non)? Credi che l’apporto grafico subirà delle perdite o delle mutazioni di espressione?

Io parlo per quel che ho visto nella mia piccola esperienza: quando iniziai a dipingere graffiti nel 1997 si faceva un pezzo, gli si facevano le foto analogiche, si aspettava di finire il rullino, le si mandava in stampa e poi si spedivano ad alcune delle pochissime fanzine, che te li pubblicavano quando uscivano (se poi uscivano con un nuovo numero) 6 mesi dopo. Quando compravi un nuovo numero avevi un percepito delle news, che invece erano già vecchie di un anno. Di conseguenza quando tu vedevi i lavori di quelli “bravi” facevi la rincorsa su stimoli che per loro erano vecchi e superati. Ora siamo come in una centrifuga: dipingi e le tue foto sono online già prima che l’opera sia completa. Gli stili, una volta molto differenziati tra città e città, vanno uniformandosi o comunque contaminandosi prepotentemente: restano comunque sempre caratteristiche peculiari, ma la divisione non è più così netta.
Come stia evolvendo la mia arte non lo so, spero in meglio, credo di si, fondamentalmente cerco maggior pulizia e nuove semplificazioni, i graffiti ti portano ed essere caotico, la grafica invece ti rende più minimal, di conseguenza sto esplorando il confine tra i due.

Guestbook. Intervista a Claudio Gagliardini

Francesco

By Francesco
Published 30th May, 2011

L’ospite di oggi è una personalità di cui non potevamo fare a meno. Potremmo definirlo l’uomo evento, non ne perde uno, in particolar modo quelli riguardati il mondo della comunicazione e del marketing. Professionista del settore da molti anni, ma sempre aperto al dialogo e al confronto anche non prendendosi sul serio, senza mai perdere di credibilità (vedi il numero di followers). Un uomo da seguire per capirne di più del web e di come le aziende possano usare in modo più efficace il mezzo. Early adopter di social network, si va da Meemi a Pongr, è sicuramente uno dei portavoce di Twitter in Italia e proprio da esso è generata la nostra conversazione.

#TA11. Hai qualcosa da dichiarare?

Tweet Awards 2011 è un cantiere aperto. L’idea iniziale, per questa seconda edizione, era quella di farla a Milano, ma al momento non c’è copertura dei costi, quindi è molto probabile che saremo nuovamente a Riva del Garda, se Macchianera ci darà ancora spazio. Come lo scorso anno si tratta di un evento informale, scherzoso, senza grandi pretese, ma ci piaceva che potesse iniziare a vivere di luce propria, magari come momento clou di una serie di camp Twittercentrici. Ad oggi dire di più mi sembra un azzardo, ma la volontà di portare avanti questa bella esperienza c’è sempre.

Un #TA per mostrare al pubblico italiano un nuovo e più esaustivo mezzo d’espressione o un evento autocelebrativo? Come mai Twitter cresce vistosamente anche in Italia, ma non ha gli stessi numeri di social network più accessibili?

#TA nasce con diverse finalità. E’ un punto d’incontro per chi twitta quotidianamente, una “promo” per un mezzo dalle grandi potenzialità e prospettive, un invito alle aziende e alle istituzioni ad utilizzare questo canale per comunicare in modo asciutto e diretto, molto più targettizzato e senza eccessivi fronzoli. Twitter era e resta un social “elitario”; si sta sviluppando maggiormente in quegli ambienti in cui la cultura e le esperienze all’estero sono più presenti, come nel caso dei rampolli dell’impresa italiana che rientrano dai college e dalle università USA e UK e si portano dietro un bagaglio di competenze e di strumenti. Ne stanno facendo ottimo uso, ad esempio, le aziende vitivinicole (@tweetyourwines, #twitasta).
Credo cvhe Twitter abbia ampi margini di crescita e di diffusione anche in Italia, ma servono iniziative come #TA, e possibilmente anche di più serie, che sappiano diffondere questo strumento su larga scala. Il fallimento di #italianrevolution, che gli spagnoli di #spanishrevolution hanno cercato di esportare qui da noi, è una prova schiacciante di come questo media da noi non sia ancora maturo.

#TA come movimento portante di una crescita sperata, ma soprattuto voluta.

Non esageriamo. #TA è nato come un gioco, un momento d’incontro tra utenti di Twitter e un modo simpatico per far conoscere questo social. E’ chiaro che su Twitter, come su ogni piattaforma, forum e network, ci sono elementi trainanti che possono contribuire alla sua diffusione. Gente come @RudyBandiera, @Davidelico, @luca_conti / @sb3rla, @CDCMpro e tanti altri, come i vincitori dell’edizione 2010 @sTen, @insopportabile o come i vari @Artlandis, @Simmessa e… cavolo, sono davvero troppi per nominarli tutti! Insieme a questi utenti “privati”, ci sono poi ovviamente le aziende, target cui gente che fa marketing sui social si riferisce e cui per molti versi tendiamo ad indirizzare enevti come #TA. La speranza è che le PMI italiane si accorgano di questi nuovi media e li utilizzino sempre di più e sempre meglio.

Twitter sarà la “killer app” dei blogger o anche questo è solo un omicidio annunciato, ma mai attuato?
Assolutamente non credo. Twitter è uno strumento fantastico per i blogger e per chiunque faccia informazione e crei contenuti in rete. Personalmente vedo Twitter come un particolarissimo motore di ricerca, in grado di aiutarmi a trovare gente che parla delle cose che mi interessano, possibili partner, fornitori e clienti, siti e blog interessanti, “cose” vicine a me o nell’area di mio interesse, cose che accadono in tempo reale in qualsiasi parte del mondo, etc. Chiaro che i blogger debbono tenere conto di questo nuovo strumento e adeguare il proprio stile ai tempi, alle mode e al modo in cui la gente ama leggere e fruire dei loro contenuti. Il modello dell’informazione “in pillole” ha ormai sfondato su tutti i media, primo tra tutti il web, quindi non c’è più posto per i logorroici e per chi si scrive addosso!

 

 

Un medium ostinato

Francesco

By Francesco
Published 27th May, 2011

La tv è il medium portante, sfortunatamente o fortunatamente, della cultura italiana e non solo. I motivi di questa costante crescita esponenziale della fruizione televisiva sono molteplici, ma negli ultimi anni ci sono state notevoli mutazioni che rendono obsoleto definire il medium con il suo vecchio naming. Dopo l’esplosione delle pay-per-view, del dgtvi e la presunta interazione, lo streaming tv e app social tv, si può ancora definire il medium semplicemente TV? Etimologicamente si parla sempre di una visione a distanza, ma ciò che porta il fruitore, non più lo spettatore, a servirsi della televisione non è più la possibilità di vedere un contenuto fisicamente irraggiungibile, ma la possibilità di informarsi, condividere, discutere, disapprovare, etc. Il fruitore televisivo necessita di interazioni, volte a produrre contenuti e non a consumarne di prefissati. Contenuti generati non solo dall’individualità ma in particolar modo dalla community di cui si fa parte. Nel caso in cui l’interazione con la community viene a mancare e/o non viene alimentata, la fruizione del contenuto televisivo è destinata ad affievolirsi. Una recente analisi Nielsen mostra come stia aumentando l’utilizzo contemporaneo della tv e internet, quindi, di come si cerchi un dialogo negato dal primo medium attraverso l’altro più interattivo. Un utilizzo contemporaneo dovuto semplicemente all’incapacità, almeno per l’utenza di massa, di sostituire il medium “morente” con il  più democratico internet. Una visione, la mia, che porterebbe tra qualche anno a considerare la tv esclusivamente dal lato fisico. Un punto di accesso/utilizzo della rete, non più medium ma soprammobile. Una visione potenzialmente errata, visto che i primi spasmi iniziano a farsi sentire oltreoceano. La social tv sta cercando di mutare il mezzo, spingendolo verso un upgrade più che necessario. Le social tv app (Miso, GetGlue, etc.) sono un punto di contatto tra il fruitore e la sua community, rendendo possibile la comunicazione intorno al prodotto mostrato. L’utilizzo di questo dispositivi intermediari è in forte crescita, meno in Europa, ma i produttori televisivi ignorano il tutto restando indifferenti alla tendenza. Se la tv è sostenuta dagli introiti pubblicitari, perché in primis il marketing non riesce a servirsi di questo fenomeno. Che marketing vorremo per la social tv? Accontentarci di un percorso meta-pubblicitario sarebbe riduttivo.

Guestbook. Intervista a Orlando Merone

Francesco

By Francesco
Published 24th May, 2011

Sono entrato in contatto con Orlando leggendo i risulati dello Startup week romano del 2010, dove con una valida squadra è riuscito a buttare giù la struttura di un’idea vincente, di cui torneremo a parlare molto presto. Una personalità poliedrica capace di passare dalla programmazione web alla gestione della comunicazione aziendale. Un personaggio con moltissime idee, pronto alla discussione e al confronto. Essendo un architetto di interfacce web, anche complesse, mi incuriosiva il percorso che la grafica sta facendo e come le aziende stanno rispondendo a questa mutazione.

Sei un freelance che copre molteplici settori del web, ma sei costretto a muoverti per l’Italia per stipulare accordi con il cliente. In Italia c’è ancora bisogno di questo “rapporto fisico”, anche se si forniscono prodotti/consulenze virtuali. Credo sia una vecchia idea imprenditoriale, che modificata potrebbe apportare un miglioramento all’intero flusso economico. Che ne pensi?

Credo che, per la dinamicità richiesta da questo tipo di mercato, le vecchie logiche della “stretta di mano” possano tranquillamente essere svecchiate da approcci web, che riducano e semplifichino tempi, trattative e costi di gestione professionale. Attualmente, la maggior parte delle richieste che ho, mi arrivano dal web. Credo nell’importanza del “sapersi far trovare” da interlocutori (e poi clienti) affini alla propria natura professionale. Uso i social networks e i maggiori strumenti che il web mette a disposizione per presentarsi professionalmente, il passaparola fa il resto anche a centinaia di km dal proprio Mac!

Progetti interfacce per piattaforme complesse, spesso utilizzabili esclusivamente da dispositivi mobile. Le ridotte dimensioni del dispositivo limitano la tua creatività e/o rendono la progettazione molto più complessa? Maggiore fruibilità comporta una forte semplificazione del design o quello che abbiamo oggi è solo l’inizio di un nuovo modo di “guardare” il web?

Maggiore fruibilità comporta una semplificazione del design solo se nello sviluppo di un progetto non si parte già da una visione aperta al multidevice. Il nuovo modo di guardare il web sarà davvero nuovo quando si inizierà a pensare a progetti mobile, o app based, non come “adattamenti”, non come “appendici”, di ciò che esiste o si sta sviluppando, ma come parte integrante di una comunicazione coordinata, e soprattutto senza guardare prima alle statistiche di accesso. La local mobile search è sempre più utilizzata a dispetto di chi si chiede ancora “ma chi li usa ‘sti smartphones?”. “Tutto intorno a te” (qualche anno fa era il payoff di una nota compagnia telefonica) penso che sia ora più che mai vero: il cardine fondamentale da cui partire per costruire realmente un nuovo modo di “guardare” il web.

Viste le vendite dei dispositivi mobile e i mutamenti dell’utilizzo del web, queste idee di progettazione dovrebbero essere adottate quanto prima per evitare delle perdite economiche. Come si può convincere i dinosauri del web browsing ad aggiornarsi? Credi che l’app based sia il futuro di internet e che ruolo avrà la “vecchia” programmazione browser?

I segnali che arrivano dalle vendite dei dispositivi mobile e dagli investimenti che vengono fatti dai giganti del web e delle telecomunicazioni sono chiari. La fruizione di contenuti “mobile” acquisirà sempre maggior spazio soprattutto con l’avvento dei sistemi di telefonia mobile di quarta generazione, che renderanno la navigazione ancora più veloce. Ad oggi, su tre cellulari venduti, uno è uno smartphone di ultima generazione, i prezzi per la trasmissione mobile di dati calano velocemente, i maggiori operatori del web stringono alleanze e partnership con produttori di telefonia ed operatori delle telecomunicazioni.
La possibilità di ottenere velocemente (come anche di produrle!) informazioni utili “intorno a noi” è il futuro di internet  ed è in quella direzione che si deve guardare. L’app based è stato il vero apripista della rivoluzione mobile, ma credo anche che la “local mobile search” prenderà sempre più piede e di conseguenza lo sviluppo, grazie a nuovi standard che aprono un mondo di possibilità per il webdesign, di soluzioni “browser” per i dispositivi mobili.