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Virtuale. Problematiche della vita reale

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mIRC rappresenta una concezione di Chat che oggi l’utilizzatore medio etichetterebbe come obsolete. mIRC ha sdoganato l’interazione virtuale, ciò che ha portato alla rottura della concezione spazio-temporale avuta fino agli inizi degli anni ‘90. mIRC è stato il target verso cui sparare le più disparate accuse per molti anni. Il web è cambiato. Gli utilizzatori l’hanno modificato e con esso sono mutati.
Cha@troom credo sia un’analisi sociologica, a posteriori, di quel mondo. Quelle chatroom che oggi solo i top user si ritrovano a frequentare, che rappresentano dei mondi chiusi e in cui difficilmente si viene accettati, un tempo erano molto diverse. Le stanze, in cui la conversazione anonima si divulgava, fiorivano con la stessa velocità con cui scomparivano. Quattro mura virtuali tra cui potersi confrontare, discutere e litigare. Mondi aperti. Mondi illusori. Mondi pericolosi. Mondi di Troll. La pellicola di H.Nakata tenta di analizzare un mondo così complesso, che porta a domande più che a risposte. La rappresentazione filmica delle chat, accompagnata da un superba fotografia, riesce a coinvolgere anche chi ha solo sentito parlare di quegli spazi. La creazione, la gestione e la personalizzazione. Il modo in cui si entra e quello in cui si esce. Partecipare o essere semplice spettatore. Mondi onirici all’apparenza perfetti, ma che all’interno nascondono ombre. Quegli stessi mali che affliggono il mondo reale, che attraverso supporti diversi si moltiplicano. Una critica al mezzo, a prima vista riduttiva, che va ad ampliarsi al modo in cui si viene educati ad esso. Mostrare, anche con qualche stereotipo, il comportamento giovanile nel relazionarsi attraverso supporti virtuali per comprendere come non ci sia una vera educazione al mezzo da parte dei genitori e/o dell’intera società. Si viene lasciati soli. Indifesi. Vulnerabili. Sopravvive solo il più forte.

Diaspora* of network

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QuitFacebookDay. 31.05.10 il primo ammutinamento in un network. Il maggiore rappresentante della categoria è sotto attacco. I top user non scendono a compromessi e stanchi del modo in cui vengono trattati i dati privati, hanno deciso di abbandonare in massa il social network per eccellenza. Come una stella nana i social network stanno implodendo su stessi. Non sono certo i 23 mila utenti di QuitFacebookDay a spaventare il network di Palo Alto, ma le numerose rettifiche sulla privacy e le scuse pubbliche e private, fanno riflettere. Facebook con i suoi 500 milioni di utenti è una miniera di dati, che vengono venduti profumatamente al miglior offerente. Pura imprenditoria,  ma se si considera che questi dati sono prodotti gratuitamente dagli utenti e riguardano i loro dati sensibili, fa storcere il naso a molti. Una politica che potrebbe portare non ad una morte del network sociale, ma solo ad un enorme mutamento. Da un lato chi continuerà ad usare i network centralizzati, e chi si servirà dei network decentralizzati. Mentre i primi si fondano su server di proprietà i secondi non prevedono dei server di proprietà. La politica del protocollo BitTorrent applicato ai social network. Ogni utente sarà server di se stesso e tutto ciò che produrrà nel network resterà di sua proprietà.
Una Diaspora* non degli utenti, che resteranno sempre interconnessi tra di loro, ma della concezione di network. Una mutazione che renderà l’utilizzatore più sensibile nei riguardi della privacy e dei propri prodotti digitali.
Quattro nerd della New York University sono al lavoro sulla nuova visione di network, un open-source che mira a conquistare molti dei delusi da Facebook, sfruttando il decentramento dei server. Una versione beta sarà pronta per settembre, i 10 mila $ richiesti per lo sviluppo sono diventati 190 mila $, e il QuitFacebookDay è vicino. L’era del web 2.0, che tanto ha impiegato per diventare nota a tutti sta per terminare. Siete pronti per il nuovo upgrade?

card Diaspora* of networkEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

L’idiozia del web

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Provocare per scuotere. Provocare per smentire. Provocare per riflettere.
Il web è solo un grande moltiplicatore di contenuti, che senza qualità, identità e storia portano il genere umano alla perdita dell’anima. “L’anima è fondamentalmente memoria. Senza memoria, non si può andare né all’Inferno, perché la dannazione consiste nel rivivere costantemente i propri peccati,  nè in Paradiso, perché se ci arrivassimo senza memoria la beatitudine non sarebbe che un’ipnosi senza senso”. Ecco come vede oggi il web Eco, uno dei massimi semiologi. Un catalizzatore dell’idiozia. Qualcosa che memorizza al suo interno tutto ciò che vi passi. L’utile e il suo contrario. Un sistema incapace di selezionare la qualità della comunicazione, per rendere immensa l’enciclopedia comune, ma generatore di infinite enciclopedia individuali. Quest’ultime non faranno che trascinarci nell’oblio. Quel vuoto dovuto all’incomprensione generale e all’incomunicabilità.
Eco ritiene che ciò derivi dalla quantità, potenzialmente infinita, di informazioni che viaggia in rete. Informazioni di cui, spesso, non è possibile stabilere la veridicità. Quindi ciò che ci circonda non è vero, ma solo un’illusione della verità.
Posso sostenere, da utilizzatore storico del web, che questa illusione non dipende dal mezzo ma dall’utilizzo che se ne compie. Non sono le specifiche del mezzo a determinare l’oblio, ma dall’incapacità di sfruttare le sue caratteristiche in modo positivo. L’utilizzatore non dovrebbe essere lasciato da solo in questo grande mondo illuminato a giorno costantemente, ma dovrebbe ricevere un’educazione al supporto come è stato fatto per la letteratura o come non è stato fatto per il medium televisivo. L’educazione al supporto ne eviterebbe la metamorfosi. Non una grande vetrina, in cui tutto sia in mostra, tutto sia prodotto, tutto sia istantaneo ed effimero, ma una grande intelligenza collettiva.
Ignazio ha un altro punto di vista… magari ci potrebbe scrivere un post.

Vuoti a perdere

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Ti immergi. Ti identifichi. Ti angosci. Questo è Draquila. Questo è il cinema. Questa è l’informazione. Non un editoriale sull’incremento esponenziale delle vittime. Devi sentire le richieste di aiuto. Devi vedere le case cadere. Devi sentire tue le vite strappate.
Assistere alla riproduzione della realtà, che sia su celluloide, su pellicola o tela, può allontanare lo spettatore dalla situazione reale se non riesce ad andare oltre il finzionale o può avvicinarlo se riesce ad immergersi nella riproduzione, allontanando il supporto che ne consente la riproducibilità.
Un montaggio finale, con scene del 6 aprile alle 3.32 e con le chiamate al pronto emergenza, è un calcio in pieno petto. Ti manca l’aria. Vorresti uscire da quella riproduzione della realtà, ma è lì che ti si apre la mente. Una violenza mediata che permette l’identificazione di se stessi in quelle persone che hanno perso tutto, che non hanno più niente e che continuano a lottare. Per sé, per gli altri e per la loro terra. Uomini, donne e bambini che non hanno mai smesso di ringraziare chi gli abbia dato un mano, ma che allo stesso tempo non hanno gradito la trasformazione della loro tragedia in un Grande Evento. Un Grande Fratello con attori reali, che le istituzioni hanno sfruttato e mai retribuito. Persone illuse con il sogno di un domani migliore, con una bottiglia 0,75l di spumante italiano regalata dal presidente in persona.
Gente a cui i “vampiri” hanno succhiato quasi tutto, ma non quel sangue che gli dà la forza di combattere per il proprio domani senza l’aiuto di nessuna SpA.
I parassiti non hanno bandiere, non sono di destra né di sinistra, sono solo dei carnefici, ma “non pensate che una persona che si può considerare completamente vuota e incapace alla fine cada, non è così. Berlusconi è una persona che dura”.

La prima volta

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Prima o poi doveva arrivare. Quel momento in cui ci si trova, soli, davanti ad un cliente che vede in te lo specchio della tua agenzia.
Essere rappresentanti di se stessi è facile. Basta essere se stessi. Essere rappresentante di molti, è molto più complicato.
In quel momento sei il delta verso cui sfociano passioni (troppe), dedizione (molta), creatività (ricercata), cultura (ostentata) e anni di lavoro o di studi. Una responsabilità senza la quale non si cresce, tramite la quale ci si accresce. Questa consapevolezza è il primo passo verso la maturità, di uomo prima che di un professionista. Una maturità che si ottiene quasi sempre con i “no”, con i “forse” e con i “si poteva fare meglio”. Pensieri questi che ci hanno fatto compagnia prima e dopo l’incontro avvenuto alcuni giorni fa con Cristina Spinelli e Andrea Vidoni rispettivamente digital marketing coordinator e promotions manager di Sony Pictures Italia, con i quali abbiamo avuto un piacevole incontro per la presentazione del reparto web marketing di cui facciamo orgogliosamente e fortunatemte parte. Io e il mio sparring partner Franco e io e il mio wii competitors Vittorio, abbiamo avuto la nostra prima esperienza di “portavoce” aziendale. Ci siamo lanciati e con le nostre slide verde estrogeni abbiamo cercato di catturare l’attenzione dei nostri ascoltatori. Minuziosi dettagli (Vittorio) espressi in 180 bpm (Francesco) hanno illustrato l’operato e le competenze dell’area web.
Il responso del cliente? Questo è un altro post.
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