francesco del franco estrogeni

Un medium ostinato

Francesco

By Francesco
Published 27th May, 2011

La tv è il medium portante, sfortunatamente o fortunatamente, della cultura italiana e non solo. I motivi di questa costante crescita esponenziale della fruizione televisiva sono molteplici, ma negli ultimi anni ci sono state notevoli mutazioni che rendono obsoleto definire il medium con il suo vecchio naming. Dopo l’esplosione delle pay-per-view, del dgtvi e la presunta interazione, lo streaming tv e app social tv, si può ancora definire il medium semplicemente TV? Etimologicamente si parla sempre di una visione a distanza, ma ciò che porta il fruitore, non più lo spettatore, a servirsi della televisione non è più la possibilità di vedere un contenuto fisicamente irraggiungibile, ma la possibilità di informarsi, condividere, discutere, disapprovare, etc. Il fruitore televisivo necessita di interazioni, volte a produrre contenuti e non a consumarne di prefissati. Contenuti generati non solo dall’individualità ma in particolar modo dalla community di cui si fa parte. Nel caso in cui l’interazione con la community viene a mancare e/o non viene alimentata, la fruizione del contenuto televisivo è destinata ad affievolirsi. Una recente analisi Nielsen mostra come stia aumentando l’utilizzo contemporaneo della tv e internet, quindi, di come si cerchi un dialogo negato dal primo medium attraverso l’altro più interattivo. Un utilizzo contemporaneo dovuto semplicemente all’incapacità, almeno per l’utenza di massa, di sostituire il medium “morente” con il  più democratico internet. Una visione, la mia, che porterebbe tra qualche anno a considerare la tv esclusivamente dal lato fisico. Un punto di accesso/utilizzo della rete, non più medium ma soprammobile. Una visione potenzialmente errata, visto che i primi spasmi iniziano a farsi sentire oltreoceano. La social tv sta cercando di mutare il mezzo, spingendolo verso un upgrade più che necessario. Le social tv app (Miso, GetGlue, etc.) sono un punto di contatto tra il fruitore e la sua community, rendendo possibile la comunicazione intorno al prodotto mostrato. L’utilizzo di questo dispositivi intermediari è in forte crescita, meno in Europa, ma i produttori televisivi ignorano il tutto restando indifferenti alla tendenza. Se la tv è sostenuta dagli introiti pubblicitari, perché in primis il marketing non riesce a servirsi di questo fenomeno. Che marketing vorremo per la social tv? Accontentarci di un percorso meta-pubblicitario sarebbe riduttivo.

Guestbook. Intervista a Orlando Merone

Francesco

By Francesco
Published 24th May, 2011

Sono entrato in contatto con Orlando leggendo i risulati dello Startup week romano del 2010, dove con una valida squadra è riuscito a buttare giù la struttura di un’idea vincente, di cui torneremo a parlare molto presto. Una personalità poliedrica capace di passare dalla programmazione web alla gestione della comunicazione aziendale. Un personaggio con moltissime idee, pronto alla discussione e al confronto. Essendo un architetto di interfacce web, anche complesse, mi incuriosiva il percorso che la grafica sta facendo e come le aziende stanno rispondendo a questa mutazione.

Sei un freelance che copre molteplici settori del web, ma sei costretto a muoverti per l’Italia per stipulare accordi con il cliente. In Italia c’è ancora bisogno di questo “rapporto fisico”, anche se si forniscono prodotti/consulenze virtuali. Credo sia una vecchia idea imprenditoriale, che modificata potrebbe apportare un miglioramento all’intero flusso economico. Che ne pensi?

Credo che, per la dinamicità richiesta da questo tipo di mercato, le vecchie logiche della “stretta di mano” possano tranquillamente essere svecchiate da approcci web, che riducano e semplifichino tempi, trattative e costi di gestione professionale. Attualmente, la maggior parte delle richieste che ho, mi arrivano dal web. Credo nell’importanza del “sapersi far trovare” da interlocutori (e poi clienti) affini alla propria natura professionale. Uso i social networks e i maggiori strumenti che il web mette a disposizione per presentarsi professionalmente, il passaparola fa il resto anche a centinaia di km dal proprio Mac!

Progetti interfacce per piattaforme complesse, spesso utilizzabili esclusivamente da dispositivi mobile. Le ridotte dimensioni del dispositivo limitano la tua creatività e/o rendono la progettazione molto più complessa? Maggiore fruibilità comporta una forte semplificazione del design o quello che abbiamo oggi è solo l’inizio di un nuovo modo di “guardare” il web?

Maggiore fruibilità comporta una semplificazione del design solo se nello sviluppo di un progetto non si parte già da una visione aperta al multidevice. Il nuovo modo di guardare il web sarà davvero nuovo quando si inizierà a pensare a progetti mobile, o app based, non come “adattamenti”, non come “appendici”, di ciò che esiste o si sta sviluppando, ma come parte integrante di una comunicazione coordinata, e soprattutto senza guardare prima alle statistiche di accesso. La local mobile search è sempre più utilizzata a dispetto di chi si chiede ancora “ma chi li usa ‘sti smartphones?”. “Tutto intorno a te” (qualche anno fa era il payoff di una nota compagnia telefonica) penso che sia ora più che mai vero: il cardine fondamentale da cui partire per costruire realmente un nuovo modo di “guardare” il web.

Viste le vendite dei dispositivi mobile e i mutamenti dell’utilizzo del web, queste idee di progettazione dovrebbero essere adottate quanto prima per evitare delle perdite economiche. Come si può convincere i dinosauri del web browsing ad aggiornarsi? Credi che l’app based sia il futuro di internet e che ruolo avrà la “vecchia” programmazione browser?

I segnali che arrivano dalle vendite dei dispositivi mobile e dagli investimenti che vengono fatti dai giganti del web e delle telecomunicazioni sono chiari. La fruizione di contenuti “mobile” acquisirà sempre maggior spazio soprattutto con l’avvento dei sistemi di telefonia mobile di quarta generazione, che renderanno la navigazione ancora più veloce. Ad oggi, su tre cellulari venduti, uno è uno smartphone di ultima generazione, i prezzi per la trasmissione mobile di dati calano velocemente, i maggiori operatori del web stringono alleanze e partnership con produttori di telefonia ed operatori delle telecomunicazioni.
La possibilità di ottenere velocemente (come anche di produrle!) informazioni utili “intorno a noi” è il futuro di internet  ed è in quella direzione che si deve guardare. L’app based è stato il vero apripista della rivoluzione mobile, ma credo anche che la “local mobile search” prenderà sempre più piede e di conseguenza lo sviluppo, grazie a nuovi standard che aprono un mondo di possibilità per il webdesign, di soluzioni “browser” per i dispositivi mobili.

Guestbook. Intervista a Sasà Tomasello

Francesco

By Francesco
Published 3rd May, 2011

L’ospite di questa settimana è del Sud. Quel Sud che non smette di lottare e credere in un miglioramento generale, che possa partire proprio delle realtà più ostili, difficili e improbabili. Realtà in cui pochi investirebbero il proprio tempo/denaro, realtà che ti consumano una vita intera, ma realtà che ti permettono di osare e stupire proprio perché nessuno si aspetta nulla da esse. Sasà Tomasello, fa parte di queste realtà, è questa realtà. Un Sud che non resta a guardare.

Come può un pubblicitario e Ceo di un’agenzia gestire il tutto da Ischia? La rete abbatte i limiti fisici/strutturali, che sembrano limitare ancora il marketing italiano o le difficoltà sono realmente tante?

Paradossalmente il limite è ben più ampio. Il problema non è Ischia il problema è il Sud. Se proprio poi vogliamo definirlo “problema”, nel nostro caso, quello della comunicazione oserei dire l’Italia intera.
Non ho mai pensato di lasciare la mia città a favore della carriera ho sempre pensato di voler fare carriera dalla mia città (parlo di Napoli, anche se oggi vivo ad Ischia per scelta, ndr).
Ai tempi dell’università (tra l’altro mai finita a dispetto di una carriera iniziata molto presto), io ed un mio caro amico, ex AD in saatchi, jwt ed oggi anche lui diventato  CEO (ma su Roma), avevamo un sogno: riuscire a creare la nostra agenzia, ma su uno yatch e solcare i mari fin dove i clienti avessero avuto bisogno di noi, tanto, dicevamo, ci basta un Mac ed una Connessione veloce il resto ce lo mettiamo noi (parlo della creatività, ndr).
In qualche modo ho voluto continuare questo sogno,  non ho preso una barca ma mi sono trasferito su un’isola, ho il mio Mac ed una Connessione veloce e navigo fin dove i clienti hanno bisogno del sottoscritto.
Ritornando alla tua domanda, non ho mai ragionato sul paradigma “marketing italiano”. Mi definisco un creativo, un consulente creativo per l’esattezza e non posso affliggermi la vita con limitazioni varia che si incontrano ogni giorno fuori e dentro il lavoro, ci si scontra con una realtà “immatura”  dove la rete è ancora un oracolo e la comunicazione è legata alla “tradizione”.
Si fa di necessità virtù, con le nuove tecnologie quasi tutto è possibile: in agenzia comunichiamo via skype, mi squilla il Mac, perchè se squilla il telefono 9 su 10 è un fax di qualche operatore di telefonia che vuole propinarci un nuovo piano tariffario, o chiamano perchè non rispondiamo ai loro fax, ma riagganciano sempre alla fatidica domanda: “Signore quanto spende di cellulare?” – “Circa 10 euro al mese…” – ” … tu tu tu tuuuu”.
Esatto, ho la presunzione di definire la mia agenzia è una vera “agenzia 2.0”, dove i clienti si interfacciano per lo più in rete, con i miei collaboratori lavoriamo in rete e sono disparati in varie città d’Italia e se vogliamo presentare un progetto lo facciamo via “connectnow”, condividiamo i file via Dropbox e come anche nel caso di questa intervista, condividiamo i documenti con Google Doc.
Ma non è oro tutto quello che luccica, chiaramente ci sono anche i casi in cui occorre l’incontro dal vivo, in genere per la stipula dei contratti con i nostri clienti avviene ancora in questo modo. Ma ci stiamo lavorando.
Rischierò di sembrare pretenzioso, ma non è la rete ad abbattere i limiti fisici e strutturali ma sono le persone che imparano a sfruttarla e che stanno scoprendo nuovi modi per superane i limiti, cominciamo a non avere paura del futuro e imparare a sfruttare le nuove risorse anche in nome del “marketing italiano”.

Un supporto difficilmente modifica un contesto sociale originariamente statico, ma il suo utilizzo, la diffusione dello stesso e le innovazione generate dall’utilizzo, possono generare delle evoluzioni inaspettate. Pensi che sia possibile migliorare il “problema” della comunicazione al sud? Quali supporti e/o iniziative potrebbero essere influenti?

Non credo si debba parlare di “problema” della comunicazione quanto, piuttosto, bisognerebbe cominciare a parlare di “educazione” alla comunicazione. Gli imprenditori e non solo del sud a vivono oggi la comunicazione in un contesto nuovo, sono costretti a relazionarsi con marketing e pubblicità con nuovi mezzi, soprattutto quelli che la rete ci mette a disposizione.
Le persone hanno subito la comunicazione passivamente per oltre 50 anni ed ora cominciano a ribellarsi. Vogliono essere partecipi e poter dire la loro.
Per questo bisogna entrare nell’ottica oggi esiste il consumer che non è più il target e bisogna creare una relazione diretta e farsi trovare pronti e cortesi per rispondere alle domande che ci pongono.
Fare comunicazione significa riuscire a far comprendere al consumatore quali sono i benefici di un prodotto/servizio facendo in modo che questi viva un’esperienza, la stessa che hai vissuto tu prima di cercare di trasmetterla a lui.
Oggi il fattore EMOZIONALE la fa da padrone, coinvolgere, stupire e diffondere sono le chiavi di volta del nuovo marketing, quello che viene considerato NON CONVENZIONALE, di cui mi pregio di essere un accanito sostenitore, dove la comunicazione sfrutta mezzi e metodi alternativi a quelli a cui siamo stati abituati in 50 anni e la diffusione, se vincente, avviene attraverso il passaparola: è il pubblico stesso a diffondere la pubblicità.
Questo fattore e la nascita dei social network, hanno accorciato notevolmente il divario tra un imprenditore del sud ed uno del nord, intellettualmente parlando, anche se la strada è ancora lunga e tortuosa prima che gli investimenti si possano equiparare.
Nel frattempo, noi professionisti, studiamo e ci facciamo trovare preparati.
Siamo professionisti della comunicazione. Questo implica che dobbiamo essere più esperti e più bravi dei nostri clienti ed accompagnarli nell’esprimere quello che loro vogliono comunicare. La nostra bravura sarà la capacità di trovare soluzioni creative adatte ai nuovi modelli di business e comunicazione.
Esistono vari supporti, iniziative, eventi, concetti, strategie , modus, mezzi e metodi per realizzare campagne di comunicazione efficaci e tutte con la stessa desinenza: MARKETING.

Guestbook. Intervista a Matteo Bianconi

Francesco

By Francesco
Published 26th April, 2011

La mia prima “intervista” con un copywriter, anche se abbiamo parlato di tutt’altro. La prossima volta prometto di prepararmi sulla parte copy e di allargare le mie vedute. Copywriter consultant presso Pragamatika ed editor del blog “corporate” Pragmatiko, Matteo Bianconi è un appassionato della comunicazione a 360° e proprio per questo motivo siamo finiti a parlare della nuova “piattaforma” lanciata da Facebook, di crowdsourcing e coworking come nuove prospettive di creatività e consumo. Un viaggio in un futuro probabile, ma in continua mutazione.

Da Palo Alto hanno rilasciato, negli ultimi giorni, Facebook Studio che rivoluziona nuovamente il mondo dei social network e in particolar modo l’utilizzo che le tribù virtuali ne fanno. Credi che il re dei social network possa ridefinire anche il mercato del crowdsourcing e/o del coworking?

Credo che Facebook non abbia mai rivoluzionato niente: affermazione provocatoria, lo so, mi spiego. Mark Zuckerberg è arrivato con un prodotto giusto al momento giusto, riuscendo a realizzare il potenziale dei competitor. Ricordo che al principio, ancora prima del boom italiano del 2008, con gli amici si diceva che Facebook era la versione “pulita” di Myspace. E il resto è storia, una storia fatta di una società che finalmente ha imparato a sfruttare appieno la Rete attraverso la potenza dei social media. La nuova generazione in primis ha saputo arricchirsi di questo nuovo bagaglio culturale: basti vedere il fiorire dei nuovi progetti, piccoli o grandi network che siano. Al momento ce ne sono centinaia per foto, video, incontri e tanto altro: la stragrande maggioranza è opera di giovani under 30 e molti sono i casi di under 20. Il social media marketing, nato da pochi anni – ma già maturo negli States, in Italia siamo lenti- è il risultato di un mercato che cambia, con iper-consum-attori più consapevoli di quanto accada attorno a loro. Facebook Studio è un’ottima idea: il miglior modo di farsi pubblicità è quando sono gli altri a parlarne e questo sito non è altro che una sorta di grande vetrina, con in più l’intuizione di aggiungere la sezione “Lab”, imparando dalle best practice.
Crowdsourcing e coworking per me sono meravigliose “entità” che esulano dal contesto di Facebook: il social network  potrà forse influenzare i processi, ma non dettare nuove regole. Spesso parliamo di Facebook come se fosse un luogo fisico reale. In parte lo è, perchè abbiamo la consuetudine di vederlo coma una enorme piazza, ma anche la più grande piazza di tutti i tempi rimane vuota senza gli abitanti che la attraversano. In questo contesto crowdsourcing e coworking sono ovviamente facilitati, ma credo fermamente che le logiche di base siano totalmente umane e dipendano dalla volontà, dall’estro e dalla passione degli individui: Facebook rimane un media essenziale alla condivisiione, ma non insostituibile.

Il non-luogo per eccellenza, praticamente. Un posto in cui si generano contenuti/relazioni, ma che è solo un punto di partenza/transito per nuove frontiere/realtà. Un posto in cui condividere, da noi è ancora troppo presto, è sicuramente il valore aggiunto che può apportare un miglioramente all’intero processo generativo che si svincola dal network, ma non dal valore social. Facebook è il punto di partenza, le reti si stanno ampliando e i mashup sono i benvenuti, ma dove stiamo andando?

Credo che stiamo tornando ai collettivi. Se ci facciamo caso, con l’avvento dei social network le aziende italiane si sono trovate impreparate e c’è ancora chi considera un “giochino” questo livello di marketing. Così è successo che i primi che hanno capito il potere del “social” sono diventati i cosiddetti guru, persone che hanno fatto del personal branding il proprio cavallo di battaglia. Ci sono state società che si sono rivolte a loro, alcune che hanno avuto la fortuna di avere dei casi all’interno della propria organizzazione e altre che hanno letteralmente acquisito questo “genio extra”. Nel mentre la specializzazione è aumentata, causando un numero sempre più alto di “lupi solitari” altamente specializzati. Ora che la concorrenza è forte, si stanno formando i nuovi “branchi”, nati proprio dal crowdsourcing e dal coworking. Ecco appunto il ritorno del collettivo: la nascita di nuove realtà operative o intellettuali, ma – come si dice – ognuno ha un mutuo da pagare e quindi il business è il benvenuto. Il punto focale sta nel distinguere queste nuove realtà, perchè i “venditori di fuffa” sono sempre dietro l’angolo ed è facile che bellissime start up finiscano nel tritacarne degli eventi, anche quelle nate dai propositi migliori. Non bisogna mai dimenticare che la Rete premia l’onestà e il confronto aperto. Anche – e soprattutto – nel business.

Una rete di tribù.

Guestbook. Intervista a Paolo Ratto

Francesco

By Francesco
Published 19th April, 2011

Il primo contatto con l’ospite di questa settimana è avvenuto in circostanze digitali non felici. Avevamo pensato di mettere su il primo cimitero delle piattaforme web 2.0, un punto di incontro/scontro dove si potesse monitorare i decessi, presunti o reali, delle realtà che alimentano il web. Un’idea che ha reso giustizia al concept, morendo. Ospite di oggi è Paolo Ratto, che oltre ad essere un interessante blogger e web marketing specialist a D4B, è un “collega” con cui si riesce a discutere dei propri lavori senza entrare in competizione. L’intervista seguente nasce su twitter, approfondita allo Iab Seminar per concludersi (forse) in questo post.

Ogni mattina su Internet un guru si sveglia e dichiarerà la morte di qualche parte del web. Ogni mattina su Internet un utente si sveglia e sa che un guru avrà dichiarato la morte di qualche parte del web… un cimitero virtuale che stiamo provando, con molte difficoltà, a documentare. L’ultimo arrivato, ma solo in senso temporale, è Bruce Sterling.
Credi che queste morti quasi quotidiane siano solo una mostrazione dei guru o è la normale evoluzione di un supporto, che si modifica con l’utilizzo che ne fanno gli utilizzatori?

Sicuramente il lanciarsi dei cosiddetti guru in affermazioni altisonanti (che altrove ho definito “per le allodole”), è, a mio parere, quasi imposto dal “mantello da indovini” che portano sulle spalle. Probabilmente se non fai predizioni (meglio catastrofiche!), non puoi fregiarti dell’appellativo di guru. Questa è una tendenza molto diffusa nella blogosfera. Un pò come quella di attaccare o difendere a spada tratta uno strumento piuttosto che un altro, quasi sospinti da un orgoglio tribale da sostenere nei confronti del nemico (penso a Twitter Vs Facebook), dimenticandosi spesso che stiamo parlando di strumenti e che è l’utente, con il suo utilizzo che ne determina essenzialmente le differenze.
Non si può negare che il settore sia contraddistinto da un’evoluzione rapidissima (talmente rapida che magari tra qualche mese, invece di commentare il Social Web ci troviamo a commentare una partita di briscola…!) Ciò che pertanto mi preme sottolineare è che la chiave va ricercata proprio nell’utilizzo. In fin dei conti sono gli utenti che determinano il futuro del supporto. Pensiamo al Facebook degli inizi e a quello odierno: per quanto Zuckerberg sia sicuramente un genio lungimirante è l’utilizzo che ne hanno fatto gli utenti che ha trasformato il network nella complessa macchina attuale. E’ lo strumento che si adatta agli utenti e non viceversa.

Semplificando il discorso possiamo dire che le tribù, generate all’interno della piattaforma, nell’utilizzo che ne fanno ne determinano il posizionamento? Provocatoriamente possiamo affermare che c’è un rovesciamento del concetto “Il medium è il messaggio”?

Sicuramente una delle caratterstiche che ha determinato il “boom” del Social Web è la forza aggregante delle tribù online. Il fatto che gli utenti si trovino in totale empatia con lo strumento che utilizzano, non solo ne determina il posizionamento, ma lo riempe di contenuti, significati e soprattutto emozioni. D’altronde è difficile definire tali comunità come virtuali, anche perchè di virtuale non c’è più niente. La comunicazione è sincrona, fittissima, multisensoriale. Il linguaggio fortemente arricchito e totalmente condiviso. E ciò che mi interessa particolarmente è che le iniziative promosse sfociano spesso nell’offline.
Calzanti, in questo senso, esempi della community twitteriana o foursquariana (occhio anche a app come Instagram). Rifletteteci un attimo…
E anche il buon McLuhan probabilmente constaterebbe che ciò che caratterizza il fenomeno del Web Sociale è proprio la messa in atto di meccanismi da sempre presenti nell’uomo, su cui la tecnologia ha saputo modellarsi. L’utente, ancora di più che il contenuto del “messaggio”, è il centro di questa rivoluzione. Gli strumenti sono satelliti, anche se spesso diventano oggetto di venerazione da parte della loro stessa nicchia.
Complesso no…?!?

La tecnologia si è modellata sui caratteri sociali dell’individuo, ma non dobbiamo perdere di vista il fatto che restano delle strutture con propri limiti e vincoli. Leggendo Googled di Ken Auletta mi ha colpito un’affermazione riguardo il più grande motore di ricerca della storia, ovvero che Google non sta modificando il nostro modo di cercare, ma siamo noi che stiamo imparando a cercare come ci sta insegnando Google. Sono le tecnologia a mutare il sociale o viceversa?

Secondo me siamo dinnanzi a due fenomeni distinti e cioè il Social e la Search, che nonostante stiano convergendo sempre più evidentemente (d’altronde ti chiedo che cosa non stia forse convergendo nel Social?!?) partano da presupposti diversi.
Credo che Auletta abbia ragione quando parla di Google e del fatto che, per quanto riguarda la maniera di cercare, Google sia intervenuto in maniera decisa e irrevocabile sul comportamento degli utenti, modificandolo e riuscendo ad adattarlo perfettamente alla filosofia del motore.
Discorso diverso se guardiamo i Social Network (che possiamo definire pilastro di ciò che mi piace definire Social Web): questi si sono evidentemente adattati proprio al carattere individuale, e addirittura socio-tribale degli utenti, sapendo mutare (Twitter e Facebook sono l’esempio più lampante) le proprie caratteristiche, realizzando ciò che la massa di utenti andava bramando, fino a qualche anno fa, nelle sue fantasia più recondite.
Mi permetto di andare oltre e dico che è probabilmente la stessa filosofia di Google, che ha fatto la storia della “ricerca” ad averne decretato l’insuccesso (almeno fino ad oggi) nel settore social. Ma su questo ci sarebbe da scrivere un libro…
Dando una risposta definitiva mi sento di dire che il “sociale” offre, in questo momento storico, l’ispirazione continua per l’evolversi dello sviluppo tecnologico. Internet non è mai stato così “utentecentrico” e la tecnologia non può far altro che cercare di soddisfare bisogni e necessità dell’utente (o delle tribù di utenti). Questa, a mio parere, la chiave di volte dell’Internet attuale. E poco importano le variabili del business e del marketing, perchè è sempre all’utente che bisogna rendere conto alla fine della favola.