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Claustrofobica verità

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La guerra. La paura. La morte. Lebanon è tutto questo, ma anche tanto altro. Lebanon è la sensazione di esserci dentro alla guerra, di muoversi in territori sconosciuti senza conoscere la destinazione finale, nè il motivo per cui si combatte. Ci si muove, si va avanti, si seguono gli ordini e basta. Ci si trova immersi nella guerra, fino al collo, e si avanza con la pretesa di uscirne fuori il prima possibile. Lebanon riesce a trasmettere la “melma” di menzogne, verità taciute e condizionamenti portati avanti dalla società islamica nei confronti dei proprio cittadini. Uomini o meglio ragazzi, che buttati in un carrarmato sono chiamati a difendere l’onore della propria patria, attaccare il vicino Libano preventivamente per un futuro più sicuro. Il protagonista della pellicola non diegetico, non è nessuno dei soldati, ma è lo spettatore. Colui che guarda la pellicola, viene immerso, sin dall’apertura del portellone del carro, all’interno dell’ambiente angusto e sporco di quella “ferraglia” mobile. Ci si ritrova, per tutta la durata della pellicola, nella pancia del carro e l’unica visuale è quella dell’artigliere. Il suo punto di vista sarà l’unico sguardo sul mondo. Uno sgurado pronto a criticare, giudicare e veicolare tutta la violenza che gli uomini sono capaci di riversare in guerra. Uno sguardo lento, progressivo e dettagliato, che non esclude nessun particolare. Uno sguardo verso cui tutti, sia carnefici che vittime, rivolgono il loro interrogativi, le loro richieste e i loro giudizi. Chi guarda è chiamato costantemente a farsi delle domande e a dare delle risposte. Un continuo, ma mai disprezzato, uso di sguardi in macchina e di superfici che riflettono la proprio immagine, che non danno nessuna via di fuga allo spettatore. Una claustrofobia che è più di un calcio nello stomanco, ma che riesce a “mostrare” la crudeltà di un conflitto.

Il virus del ‘69

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tw 18813 r 300x199 Il virus del 69Estrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Taking Woodstock è l’ultima pellicola diretta del premio oscar Ang Lee, che ieri sera abbiamo avuto il piacere di vedere in anteprima all’Anica, in previsione dell’attività di marketing che dovremo realizzare nei prossimi giorni. La traduzione del titolo,  raggirando la polisemia dell’originale, non è stata proprio delle migliori e così Motel Woodstock  ha perso già quell’alone di fascino che si porta dietro. Contagioso è la traduzione di “taking” che più mi colpisce. Contagioso come un virus, una malattia, come qualcosa che ti entra dentro, diviene parte di te, fino a trasformarti in portatore. Il virus della controcultura americana è ciò  viene immortalato dalla camera da presa, con tutte le sue sfaccettature e con i suoi fallimenti. Una macchina da presa che attraverso il suo sguardo dinamico, inquadra una molteplicità di personaggi e realtà senza mai curarsi della messa a fuoco. Tante storie che percorrono i 120 minuti della pellicola e che ti fanno chiede il perché di questa instabilità. Si va dai problemi interni di una piccola cittadina al guerra in Vietnam, dal rilanciare l’allevamento locale allo sbarco sulla luna, dall’uso di stupefacenti ai farmaci prescritti ai reduci del conflitto. Tematiche così distanti, che sembrano viaggiare in parallelo, ma che ad una più attenta riflessione risultano l’anima costitutiva di quell’evento culturale svoltosi nell’agosto del ’69. Un evento che viene catturato da Lee in tutte le sue sfaccettature nella sua costruzione/consumo. Non il concerto, al quale Lee delega la parte conclusiva della pellicola, ma l’impatto, che le idee della controcultura americana hanno su tutti i personaggi del film. Ang Lee sceglie di chiudere la pellicola con la voglia dei ragazzi di costruire il proprio futuro, anche se l’orizzonte non promette niente di buono. Un futuro incerto e fallimentare che viene rappresentato nel frame finale, quando l’inquadratura si blocca sul campo ormai vuoto, sporco e pieno di immondizia. Un campo in cui nulla potrebbe più germogliare.

Lisbeth è tornata!

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Esce oggi nelle sale italiane, distribuito da BIMLa ragazza che giocava con il fuoco, secondo capitolo della trilogia di Stieg Larsson, portato sul grande schermo da Daniel Alfredson che prende il posto di Niels Arden Oplev, regista del primo episodio Uomini che odiano le donne. La protagonista è sempre lei, Lisbeth Salander, che questa volta deve fare i conti con il suo passato. Omicidi, risse, rocambolesche fughe e presunti colpevoli, il film non manca certo di adrenalina. Lisbeth deve dimostrare la sua innocenza, noi siamo sempre stati dalla sua parte. Chiamati anche questa volta a promuovere il film abbiamo cercato di mantenere viva l’attenzione sull’intrigante vita della giovane hacker. La nostra strategia è stata caratterizzata dalla continuità. Un blog costantemente aggiornato in cui, partendo dal primo episodio del film, Lisbeth si racconta parlando della sua storia e dei suoi interessi. Un sito dalla grafica accattivante, che raccoglie, a partire dal dominio, tutti gli elementi necessari a ricostruire le vicende e a appassionarsi ai tanti misteri che avvolgono la Svezia di Larsson. La presenza di Lisbeth sui principali social network, Twitter, Facebook, Linkedin, ci ha permesso di gestire costantemente il rapporto con tutti i suoi ammiratori, fidelizzando chi  aveva già visto Uomini che odiano le donne e incuriosendo nuovi o potenziali simpatizzanti. Il tutto completato dalla pianificazione online su MyMovies e Repubblica.it . Oggi il segreto di Lisbeth sarà svelato a tutti coloro che andranno al cinema, noi già aspettiamo le sue prossime avventure, se anche questa volta sarà costretta a fuggire sappiate che potreste trovarla qui.

Prima di partire…

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Orami per molti oggi è l’utimo giorno prima delle tanto attese vacanze estive. C’è chi punta al nord della Gemania e chi invece non va più in là di Venezia, ma l’importante è partire, vedere e comprendere altre realtà. Io non parto ancora, sono in fase di elaborazione per le mie vacanze estive, ma prima di mettere la zaino in spalla ho provveduto a partecipare alla lotteria planetaria messa su dall’ IHC (Institute for Human Continuity). L’ Istituto per la sopravvivenza del genere umano mette in palio un posto all’interno dell’unico rifugio mondiale, che possa permettere il salvataggio del genere umano. C’è un piccolo problemino. Un solo posto disponibile e 10.303.358 persone che vogliono quel posto. L’unica possibilità di potersi salvare dalla catastrofe del 2012, è registrarsi alla lotteria planetaria, incrociare le dita e attendere meno di dieci giorni i risultati.

lotteria 300x176 Prima di partire...Estrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

La profezia Maya “assicura” che il 21 dicembre 2012 un cataclisma colpirà la terra, portando distruzione e morte. Una sceneggiatura già scritta, che  Roland Emmerich ha usato per surfare il ritorno del genere catastrofico nel mondo cinematografico. Il portfolio di Roland è ricco di catastrofi, si va dalla genesi umana alle problematiche ambientali, dalle  invasione terrestre all’ alligatore mangia uomini. Oggi ha deciso di concentrarsi sul futuro o meglio sul nonfuturo.  2012 è l’ultimo blockbuster catastrofista, prossimamente nelle sale, che ha avuto il coraggio di servisi della comunicazione non convenzionale per farsi conoscere. L’ottima realizzazione del sito, rende molto credibile l’autenticità dell’associazione anche grazie alla grande quantità di materile informativo sulla potenziale fine del mondo. Animazioni flash e  voce narrante alla superquark vi introdurranno alla “fine del mondo”.
Non pensarci due volte, magari i 113.500.000€ del superenalotto non basteranno a salvarti, tanto vale tentare.

Wikifilm

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L’immigrazione, l’integrazione, le religioni, la chiesa, il pregiudizio, le ronde, il protezionismo, il nazionalismo, la vendetta, il perdono, il fordismo, il fai da te, la guerra, i fantasmi, le armi, la crisi, la gratuità, l’egoismo, il bullismo, la violenza, le periferie, gli stupri, la cultura, la drammaturgia, la commedia, gli italiani, gli ebrei, i cinesi, i polacchi, gli irlandesi, i coreani, l’amore, la famiglia, la politica, la polizia, la giustizia, Eschilo, Seneca, Dante, Shakespeare, Flaubert, Dostoevskij, Eduardo e noi. Attoniti spettatori.
Ieri sera, ho visto Gran Torino. Grandissimo film di Clint Eastwood.
Se la Warner Bros m’avesse chiesto di scrivere una tagline, avrei proposto Un link alla vita.

Ps Casualità o forse no. Qual è il termine – tra quelli citati – che non ha una definizione in Wikipedia? This is Italia
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