film

Esorcismi d’importazione

Alessandro

By Alessandro
Published 7th October, 2011

Grazie a un invito ricevuto da Screenweek ieri ho assistito all’anteprima  presso la Casa del Cinema di The Devil Inside di William Brent Bell, horror sovrannaturale prodotto dalla Insurge, divisione dedicata ai micro-horror di Paramount, in uscita all’inizio del 2012.
Già nell’invito si accennava al fatto che si sarebbe trattato di un’anteprima particolare, con riprese durante la proiezione e conseguente obbligo di firmare una liberatoria per prendere parte alla visione. L’ingresso in sala è – se possibile – ancor più “scenico”, nel senso che oltre alla liberatoria bisogna consegnare qualsiasi oggetto elettronico (ho dovuto lasciare persino l’iPod touch), dopo di che siamo stati sottoposti a un ulteriore controllo con metal detector prima di poter finalmente accedere alla sala.
Qui inizia il necessario “tetris” dei partecipanti per compattarli a centro sala ed evitare fastidiosi buchi ad uso e consumo delle riprese, che hanno lo scopo di registrare le reazioni del pubblico per utilizzarle poi come materiale promozionale per il film. Qualcuno dei partecipanti si lamenta degli spostamenti, ma fa parte del gioco: d’altra parte ci stanno pur sempre offrendo un’anteprima gratuita di un film che uscirà fra diversi mesi.
Finalmente si parte con la proiezione, e qui devo fare una premessa: a causa delle scarse informazioni che avevo trovato in rete sul film, partivo piuttosto prevenuto. Un horror/mockumentary sul tema degli esorcismi non mi sembrava il massimo dell’originalità.
Devo invece dire che tutto sommato il film è godibile e scorre via nella sua ora e mezza piuttosto piacevolmente. Ciò che si vede è il frutto del (falso) documentario su Isabella Rossi, figlia di una donna, Maria, che ha ucciso tre persone durante un esorcismo e successivamente è stata portata dagli Stati Uniti a Roma per essere internata presso il Manicomio Centrino (ospitato dall’ospedale di Santo Spirito). Il film racconta il viaggio della ragazza in Italia per incontrare la madre e scoprire di più sugli esorcismi.
Senza svelare tutta la trama, basta raccontare che fra esorcismi clandestini, preti dissidenti, possessioni multiple e contorsioni innaturali The Devil Inside non annoia e anzi quando finisce – piuttosto improvvisamente – la sensazione è che se fosse durato un po’ in più non sarebbe affatto dispiaciuto. Ovviamente questo vale per gli amanti del genere horror e i non facilmente impressionabili, si tratta di un film assolutamente di genere.
E proprio su questo aspetto voglio concludere: ormai l’unico modo per avere un film di genere girato in Italia è che venga a realizzarlo qualcuno dall’estero. Oggi il genere è quasi sparito dal cinema italiano, a meno che non vogliamo considerare tale il cinepanettone, ma personalmente mi rifiuto. Mi interessava particolarmente la resa di un horror contemporaneo girato a Roma, e il risultato non è affatto male. La domanda è: perché se fra gli anni ’60 e ’80 Lucio Fulci e Dario Argento ci riuscivano splendidamente, oggi non è più possibile dare seguito filone di horror made in Italy?
Forse anche il Cinema di genere Italiano, come Maria Rossi, avrebbe bisogno di un bell’esorcismo…

Un medium ostinato

Francesco

By Francesco
Published 27th May, 2011

La tv è il medium portante, sfortunatamente o fortunatamente, della cultura italiana e non solo. I motivi di questa costante crescita esponenziale della fruizione televisiva sono molteplici, ma negli ultimi anni ci sono state notevoli mutazioni che rendono obsoleto definire il medium con il suo vecchio naming. Dopo l’esplosione delle pay-per-view, del dgtvi e la presunta interazione, lo streaming tv e app social tv, si può ancora definire il medium semplicemente TV? Etimologicamente si parla sempre di una visione a distanza, ma ciò che porta il fruitore, non più lo spettatore, a servirsi della televisione non è più la possibilità di vedere un contenuto fisicamente irraggiungibile, ma la possibilità di informarsi, condividere, discutere, disapprovare, etc. Il fruitore televisivo necessita di interazioni, volte a produrre contenuti e non a consumarne di prefissati. Contenuti generati non solo dall’individualità ma in particolar modo dalla community di cui si fa parte. Nel caso in cui l’interazione con la community viene a mancare e/o non viene alimentata, la fruizione del contenuto televisivo è destinata ad affievolirsi. Una recente analisi Nielsen mostra come stia aumentando l’utilizzo contemporaneo della tv e internet, quindi, di come si cerchi un dialogo negato dal primo medium attraverso l’altro più interattivo. Un utilizzo contemporaneo dovuto semplicemente all’incapacità, almeno per l’utenza di massa, di sostituire il medium “morente” con il  più democratico internet. Una visione, la mia, che porterebbe tra qualche anno a considerare la tv esclusivamente dal lato fisico. Un punto di accesso/utilizzo della rete, non più medium ma soprammobile. Una visione potenzialmente errata, visto che i primi spasmi iniziano a farsi sentire oltreoceano. La social tv sta cercando di mutare il mezzo, spingendolo verso un upgrade più che necessario. Le social tv app (Miso, GetGlue, etc.) sono un punto di contatto tra il fruitore e la sua community, rendendo possibile la comunicazione intorno al prodotto mostrato. L’utilizzo di questo dispositivi intermediari è in forte crescita, meno in Europa, ma i produttori televisivi ignorano il tutto restando indifferenti alla tendenza. Se la tv è sostenuta dagli introiti pubblicitari, perché in primis il marketing non riesce a servirsi di questo fenomeno. Che marketing vorremo per la social tv? Accontentarci di un percorso meta-pubblicitario sarebbe riduttivo.

L’economia gira… film

Chiara

By Chiara
Published 21st April, 2011

Da quando le commissioni regionali per la cinematografia elargiscono fondi a destra e a manca e il product placement si è stabilizzato come pratica di fund raising, scrivere un film è alla portata di tutti. Bastano una decina di diapositive di Puglia, una Belen qualsiasi che gioca con il suo Samsung Galaxy Tab, un paio di attori contestualizzati che parlino il dialetto barese in terra salentina e il lungometraggio è servito. La sceneggiatura è schiava degli sponsor, forzata a tenere le fila del susseguirsi di spot che compongono la pellicola. Marketing, soggetti originali e dialoghi brillanti riusciranno mai a convivere negli stessi fotogrammi? Caro regista, se l’economia gira con te, il pensiero è invece immobile.

Guestbook. Intervista a Gabriele Farina

Francesco

By Francesco
Published 22nd March, 2011

Soloparolesparse ma tanta voglia di comunicare.Il “personaggio” è uno di quelli che non si ferma mai: Blogger dal 2005, speaker radiofonico, redattore, folle pensatore, ideatore di VideoMart e grandissimo appassionato di cinema. Proprio la settima arte è il leitmotiv del suo lavoro crossmediale, che lo porta a essere uno dei Viral Hunter più noti della rete. Un blog di cinema, che non si ferma alle recensioni/critiche ma che accompagna la pellicola dalla genesi fino all’uscita in sale, passando per il momento più importante: la distribuzione. Gabriele Farina è un’estimatore della fase teaser che accompagna ogni pellicola, fase in cui le info sono volutamente poche per stuzzicare l’interesse dei prosumer. Farina è un segugio da viral marketing.

La tua ricerca del materiale virale parte di sicuramente dalla passione per il cinema, ma come mai hai avuto l’idea di scrivere un blog che fosse un database delle fasi teaser?

In realtà il mio interesse per il virale cinematografico diventa strutturato durante il periodo di collaborazione col portale ScreenWeek. In quel momento decidiamo che c’è talmente materiale in giro che è il caso di aprire una categoria specifica. Quel “Viral point” che poi ho trasferito sul mio blog (che comunque tratta il cinema ad ampio raggio) nel momento in cui si è chiusa quella collaborazione.
Del resto se non si categorizza il materiale sotto un qualche cappello è impossibile riuscire a star dietro all’evoluzione di alcuni virali che durano mesi o addirittura anni.

Campagne strutturate, che con molta fatica si vedono sul territorio nazionale. Strategie  virali, che a fronte di un costo bassa, non vengono realizzate così spesso come la comunicazione istituzionale. Cosa può spingere le case di distribuzione a investire sul marketing non convezionale?

Purtroppo in Italia è l’utilizzo della rete ad essere decisamente indietro rispetto a quanto succede, per esempio, negli Stati Uniti. Credo sia questo il motivo per cui le case di distribuzione si fidano ancora poco delle potenzialità offerte dal web e preferiscono continuare a muoversi su terreni conosciuti.
Che poi non è detto che il viral marketing debba essere legato esclusivamente alla rete.
In ogni caso qualcosa inizia a muoversi (penso a quello che sta succedendo nel campo dell’informazione) e probabilmente questo spingerà qualcuno a lanciarsi in campagne non convenzionali anche on line.
In generale comunque in Italia è difficile staccarsi dalla strada certa per sperimentare, anche quando è evidente che la strada certa è ormai una strada senza uscita.

La campagna di Super8, con grandi investimenti economici, ha creato un forte appeal per gli estimatori del genere ma raccontaci la cosa che più ti ha colpito in questi anni di caccia al virale.

Quello che mi colpisce è la varietà di soluzioni che i creativi riescono ad inventare. Siti fasulli, blog nascosti, personaggi di film che diventano reali, numeri di telefono.
A parte le campagne enormi come quella di Super 8, di Tron: Legacy o anche di Paranormal Activity (sebbene con modalità e investimenti completamente diversi), ho spesso apprezzato piccoli virali che magari si sono limitati a gettare un ponte tra la finzione e la realtà, come è accaduto per The Rommate oppure (ovviamente) l’elegante libro magico di Alice in Wonderland.
Se però devo dirti cosa mi colpì particolarmente nel momento in cui venne realizzato direi Paranormal Activity 2, nel momento in cui, durante il Fantastic Fest, fecero trovare direttamente nella camera di albergo di alcuni blogger una chiavetta con dentro un piccolo pezzetto del film, diverso per ogni blogger. Ognuno caricò sul proprio account il suo pezzo di video e poi toccò mettersi insieme per raccogliere tutto il materiale sparso.
Una soluzione che trovai simpatica e assolutamente coinvolgente.

Un crack e i suoi derivati

Matteo

By Matteo
Published 4th March, 2011

Sarà questione di gusti, ma noi, qui ad Estrogeni, siamo sempre stati per i sapori netti. Tra i quali, certo, esistono mille sfumature; un po’ come nella vita reale. Dove però, ad un certo punto, si richiedono scelte. Che, come sempre, possono risultare giuste o sbagliate. Da qui, le tinte usate per il sito – online dal 18 febbraio – del film di Molaioli Il Gioiellino, distribuito da BIM a partire da oggi e promosso – anche grazie alla nostra partecipata Behind punto comm – in partnership con il Corriere della Sera. Un’esperienza che ci ha visti impegnati, in parallelo,  nella campagna teaser sull’azienda Leda, protagonista del film.
Al centro della comunicazione, il bianco e il nero. Il colore della purezza, dell’ingenuità. Del latte. Perché altro non si racconta che della storia di un’azienda casearia e delle sue alterne fortune. Della fiducia raccolta presso i piccoli investitori, dell’entusiasmo per una sfida condivisa. E il nero, perché il candore fa presto a macchiarsi. Le aziende ancora più in fretta a indebitarsi.
Per raccontare entrambi, ci siamo affidati alla fluidità del latte stesso, al suo ondeggiare tra alti e bassi. Come un mare da navigare, a volte a vista, ma che vale pur sempre la pena esplorare.

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