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Guestbook. Intervista a Giacomo Mason

Ignazio

By Ignazio
Published 19th July, 2011

Giacomo Mason ha lavorato come editor, intranet manager e communication specialist presso Telecom Italia fino al 2005, da allora è un freelance, formatore e consulente nell’ambito delle intranet aziendali, della web usability, della comunicazione efficace e del web 2.0 in generale. Ho letto sempre con interesse il suo blog, che reputo una fonte utile e autorevole sul tema del management delle intranet aziendali e dal quale ho sempre  ricavato punti di vista interessanti e ottenuto valide risorse, anche quando si è trattato della progettazione della nuova intranet di Equitalia. Ho avuto il piacere di intervistarlo per questa rubrica e lo ringrazio per la sua disponibilità.

Secondo un’indagine del CFMT presentato il 24 maggio a Milano, l’uso di Skype, Linkedin, Facebook all’interno delle imprese favorisce la trasparenza e la collaborazione. Secondo la sua esperienza, perché nel management italiano c’è ancora del timore all’uso di questi strumenti “2.0”? Immagino che quando ne parla ai “grandi capi” userà delle valide argomentazioni per eliminare i loro dubbi. Mi piacerebbe conoscere le sue argomentazioni.

Distinguerei tra gli strumenti di comunicazione, quelli di condivisione e quelli di collaborazione in senso proprio.
Gli strumenti di comunicazione (come skype o le web conference) sono più facili da introdurre perché hanno una storia consolidata e una metafora riconoscibile (il telefono) oltre che una promessa di risparmio tangibile. Anche se, anche in questo campo, esiste ancora un – peraltro inspiegabile – pregiudizio negativo per gli strumenti di instant messaging, che i manager tendono ad associare a forme di intrattenimento adolescenziale. Invece quando vengono introdotti in azienda in genere funzionano benissimo e senza abusi o regressioni
Gli strumenti di condivisione (come i social network) e collaborazione (ad esempio Basecamp, PBworks o google docs, tanto per fare esempi consumer) sono invece più ostici da introdurre. E nel caso della parte di collaborazione le resistenze non sono solo manageriali: cambiare modo di lavorare è difficile per tutti.
Come convincere i capi a promuovere l’adozione di questi strumenti? Provo a definire alcuni punti
- Non puntare sulla moda. Le cose non si fanno perché “tutti le fanno” o perché sono “cool” ma perché rispondono ad un bisogno preciso.
- Partire dai problemi. Questi strumenti sono solo un modo nuovo di risolvere problemi vecchi, e spesso conosciuti.
- Puntare sui cavalli giusti. Non tutti i manager sono uguali: alcuni sono più interessati e sensibili. Se si riesce a portare a casa una micro-realizzazione significativa in un settore, si è rotto il ghiaccio anche per gli altri.
- Dare un nome specifico ai progetti. Non si tratta mai di mettere in piedi il forum o creare il Facebook interno, ma di creare progetti con nomi e scopi specifici per la singola realtà: condividere informazioni sulla concorrenza, domande e risposte sui listini commerciali e così via. Le persone devono capire subito la promessa e il patto implicito racchiusi negli strumenti.

So che non ci sono formule magiche in questo campo ma se lei dovesse indicare degli elementi all’interno di un’intranet che la rendono davvero una strumento di supporto e crescita all’interno di un’organizzazione, quali indicherebbe come “must”?

Ogni azienda è diversa e ha problemi specifici, ma se dovessi indicare alcune cose che in genere funzionano sempre ne indicherei almeno 5
- Un cercapersone che funziona, che si appoggi a delle schede-profilo di ciascun dipendente ricche e in alcune parti alimentate dagli stessi dipendenti
- La bacheca degli annunci (stile vendo-compro)
- La cassetta delle idee, in forme più o meno evolute e legate a specifiche variabili organizzative
- tutte le forme di question and answers legate a temi tecnici- tutte le forma di personalizzazione delle informazioni (dai link personali ai portlet modificabili).
In ogni caso prima di introdurre qualsiasi strumento o iniziativa bisogna studiare attentamente bisogni e aspettative, perché ogni iniziativa deve risolvere qualche problema lavorativo preesistente

Sono dell’idea che un buon progetto di intranet si veda quando la rete entra a regime e comincia ad essere usata dai dipendenti. È a conoscenza, invece di casi in cui intranet sulla carta perfette si sono rivelate un completo fallimento o non si sono comportate come avrebbero dovuto?

Moltissime. I motivi di tali fallimenti sono tanti, e solo alcuni riguardano la tecnologia. Una intranet che funziona è un processo in cui molti fattori devono essere allineati: i contenuti devono essere utili, la governance deve essere distribuita, le tecnologie devono essere usabili, le persone devono essere coinvolte, e soprattutto deve esserci un meccanismo di gestione costante e riconosciuto. La intranet non “va da sola”: ci deve essere almeno una risorsa che se ne occupa a tempo pieno.
Senza questi elementi, che devono tutti essere allineati come pianeti, la intranet si rivela presto uno spreco di soldi (a volte davvero molti) e energie.

 

Fino all’ultimo Social Network

Alessandro

By Alessandro
Published 14th July, 2011

Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare dall’Estate, stagione di stasi per molti settori, nel mondo dei social network sembra che il clima rispecchi fedelmente quello metereologico. Siamo infatti in presenza di una vera e propria stagione calda, con i colossi della Rete che si scontrano a suon di annunci, conferenze stampa e presentazioni di novità tutt’altro che trascurabili. Per chi non fosse al corrente delle ultime novità, magari perché ha passato gli ultimi 15 giorni al mare (beato lui…) qui trovate un puntuale resoconto semiserio degli ultimi accadimenti.
Al di là della cronaca degli eventi, forse ispirato anche da alcuni recenti accadimenti, mi sono chiesto se questo decentramento in più luoghi virtuali delle stesse funzioni fosse davvero preferibile ad un accorpamento e conseguente divisione dei ruoli. Nello specifico,  siamo sicuri che novità come l’avvento di Google+ (o la chiusura di Google RealTime dovuta alla conclusione dell’accordo con Twitter) favoriscano davvero l’utente? Non vorrei entrare nel merito del chi è meglio e chi è peggio, dico solo che personalmente credo che Google+ abbia delle novità interessanti ma pecchi in alcuni aspetti che invece rendono vincente Facebook, la perfezione penso sarebbe un mix fra i due. Ma il punto che credo sia interessante è un altro: che sia meglio l’uno o l’altro, è utile per gli utenti avere due social network che corrispondono pressoché agli stessi bisogni, senza essere in alcun modo integrati? Vale per due big come Google+ e Facebook, ma anche per altri servizi come Miso e Getglue o Foursquare e Gowalla…
Dal lato utente ho sempre pensato che l’ideale sarebbe avere un unico social per ogni tipo di attività, eventualmente integrandoli fra loro con pubblicazioni automatiche, app o altri sistemi. In questo modo avremmo un accorpamento, con riduzione del tempo speso a compiere più volte la stessa attività (dite la verità, non fate sempre due check in, uno su Facebook e uno su Foursquare?) e aumento delle possibilità di integrazione delle funzioni: sarebbe comodo che dopo aver visto un film e averlo comunicato a Miso questo vi spingesse direttamente a darne una valutazione su Imdb, e apprezzo molto il progetto che permetterà di trovare su Foursquare le offerte di Groupon più vicine al posto in cui ci troviamo. L’alternativa, con la continua comparsa di nuovi social che obbligano a “cominciare da capo” periodicamente aggiungendo di nuovo gli amici, compilando profili, stilando liste di band preferite o libri letti ecc. credo sia tutt’altro che funzionale.
Il problema è che le aziende hanno invece tutto l’interesse a mantenere gli utenti per più tempo possibile sul proprio servizio. Per esemplificare, Google preferisce avere il proprio social network “alla Facebook” piuttosto che utilizzare la sua funzione principale – la search – integrandola con Facebook, Twitter e altri social.
A meno che alla lunga un’unica azienda non prevalga sulle altre, dando vita ad una serie di social network totalmente brandizzati, continueremo quindi a trovarci in questa situazione di politiche aziendali che si discostano dai bisogni degli utenti, ai quali non resta altra possibilità che effettuare periodicamente le noiose procedure di registrazione all’ennesimo social…

Guestbook. Intervista a Massimo Chierici

Alessandro

By Alessandro
Published 5th July, 2011

Era già da un po’ che avevo pensato di realizzare questa intervista. Per la precisione, da quando avevo scritto questo post. Grazie a qualche conoscenza e un paio di passaggi intermedi (grazie a tutti) sono riuscito ad arrivare a Massimo Chierici, ovvero il community manager di Giuliano Pisapia. Detto in altri termini, si tratta della persona dietro la campagna che molti, me compreso, hanno riconosciuto come rivoluzionaria dal punto di vista dell’importanza rivolta alla comunicazione via web e social media. Non potevamo quindi esimerci dall’intervistare Massimo, che ha gentilmente accolto il nostro invito.

Ciao Massimo, quella con Pisapia è la tua prima esperienza come community manager, o in passato avevi ricoperto questo ruolo in altri ambiti? Nel secondo caso, quali sono le principali differenze, sia in positivo che in negativo, fra la comunicazione politica e quella di brand?

No, non è la mia prima esperienza.
Sono in rete sin dai suoi esordi italiani; sono partito da Usenet, dove amatorialmente ho co-moderato un newsgroup , ho creato e moderato mailing list politiche, per poi applicarmi nel community building professionalmente .
Direi che le sostanziali differenze che ho rilevato, rispetto alle mie esperienze pregresse si sono evidenziate sui social media dove ho trovato uno scenario estremamente più fluido, frammentato. A questo si è unita una relazione con un’utenza, spesso molto competente e sempre molto motivata, che ha richiesto frequentemente un dialogo centrato su temi complessi .
Gli obiettivi di aggregazione del consenso delle varie fasi di questa bellissima esperienza erano stati tracciati sin dai suoi esordi ma la rotta che abbiamo poi percorso per conseguirli e la metodologia con cui abbiamo tenuto questa rotta, sono state spesso modificate in corso d’opera dalle innumerevoli contingenze.

Sul nostro blog ci siamo occupati del ruolo che il web ha avuto nelle ultime elezioni amministrative. Sei d’accordo con la tesi secondo cui il cosiddetto “popolo della rete” ha avuto un ruolo considerevole in alcune delle campagne elettorali a cui abbiamo assistito?

Questa è “la domanda” a cui tutti, ivi noi inclusi che abbiamo tenuto il polso ad una fascia consistente dell’elettorato cittadino, non sanno dare una risposta certa.
Il ruolo è certo, i pesi e riflessi nell’off line..tutti da scoprire :)

Prima che avvenisse in Italia, la comunicazione politica aveva già subito una sterzata verso l’uso del medium internet negli Usa con le notissime elezioni del presidente Obama. Una campagna con investimenti milionari, ma che ha puntato molto su dialogo diretto con gli elettori grazie all’utilizzo delle nuove piattaforme di comunicazione. Ci saremmo aspettati quest’evoluzione, all’interno della politica italiana, non prima della tornata elettorale del 2013 ma la velocità con cui si muove la rete ci ha dimostrato il contrario. Quali influssi e insegnamenti sono derivati dall’esperienza americana?

Nessuna :)
Ispirati da una partenza in fase di Primarie assolutamente magmatica, sin dall’inizio abbiamo predisposto un kit di comunicazione on line molto ragionato, completo e pragmatico rispetto alle nostre possibilità.
Una strutturazione orizzontale anche motivata da un budget minuscolo che ha concesso ben poche verticalizzazioni dei costi su attività specifiche.

Per quanto riguarda voi nello specifico, avete avuto l’impressione di essere aiutati da tanti piccoli “volontari virtuali”? Penso ad hashtag popolari come #morattiquotes o #sucate…

Non abbiamo avuto l’impressione, siamo stati egregiamente affiancati da uno spontaneismo creativo, intelligente e… non troppo eccessivo per i consueti toni del web.

C’è stato invece qualche caso di criticità in cui è risultato difficile contenere l’esuberanza dei vostri sostenitori, oppure di “attacchi”ricevuti da parte dei sostenitori del vostro avversario?

No, nessuna criticità con i nostri sostenitori.
Quanto agli attacchi, l’unico rilevante è stato il phishing di Ilike che, devo dire, ha avuto alla fine risvolti talmente comici che è stato “rintuzzato” spesso ridendo fino alle lacrime.
Alla potenza di fuoco economica del nostro avversario abbiamo risposto con “mestiere”, passione e senza mai cadere nella “Sindrome di Cenerentola” data la sproporzione delle forze in campo.
Sapevamo bene che la rete ancora riesce a premiare i comportamenti corretti e lineari e non solo i budget consistenti… e cosi’ è stato.

Un’ultima domanda sul post elezioni: con #pisapiasentilamia state dando già dimostrazione di voler mantenere aperto il dialogo con chi vi ha sostenuto durante la campagna elettorale. Possiamo dire che intendete proseguire con la politica di coinvolgimento diretto dell’elettorato, magari cercando di portare questa dinamica anche su Facebook che oggi è forse leggermente indietro da questo punto di vista?

Ci si sta ristrutturando in questa direzione ripensando, alla luce del nuovo ruolo di Giuliano, i toni di comunicazione e i diversi pesi da attribuire ai vari canali digitali.
Il web resterà sempre e comunque un luogo privilegiato di relazione e dialogo con la cittadinanza da parte di Giuliano questo lo posso serenamente assicurare.

Ciao Massimo, grazie mille per essere stato con noi.

Social vincenti

Alessandro

By Alessandro
Published 31st May, 2011

Avevo pensato a questo post già da diversi giorni, dalla scorsa settimana per la precisione. Ho dovuto però attendere l’esito delle elezioni amministrative, per capire se la mia idea poteva avere senso. A quanto pare, visto com’è andata a finire, il senso c’è eccome, e allora ecco qui il mio studio-esperimento. Premetto che si tratta solo di un’ipotesi che non ha nessuna controprova “scientifica”, ma credo si tratti di un dato interessante su cui riflettere.
Tutto nasce da una sensazione che ho avuto nel corso di tutta la campagna elettorale, dettata ovviamente dalla mia deformazione professionale,  e cioè che stesse avendo la meglio la parte politica che meglio stava utilizzando i social media. Ho pensato allora di andare a controllare, a urne chiuse e sindaci eletti, un po’ di dati relativi ai fan su Facebook (e in qualche caso anche ai followers su Twitter) per capire se questa sensazione aveva un riscontro statistico. Per avere un dato omogeneo ho cercato di confrontare sempre pagine o profili, evitando dove possibile confronti incrociati che potevano essere fuorvianti.
Partiamo dai vincitori al primo turno. La vittoria netta di Piero Fassino a Torino è confermata anche su Facebook dai 5.937 fan rispetto ai 900 dello sfidante Michele Coppola. Stesso discorso anche fra le pagine fan del sindaco di Bologna Virginio Merola (2.105 fan) e del suo sfidante Manes Bernardini, che segue a 1.775 fan. Per motivi statistici  – oltre che personali – ho preso in considerazione anche quello che è stato il sindaco più votato in Italia, Vincenzo De Luca, che affianca al 75% ottenuto i suoi 76.890 fan contro i soli 129 della sfidante Anna Ferrazzano (che si è fermata al 17%).Fin qui quindi, in 3 casi su 3 chi aveva più fan su Facebook ha battuto il suo avversario.
Passando ai ballottaggi, i dati relativi a Giuliano Pisapia (111.522 fan) e Luigi De Magistris (213.965) e agli sfidanti Letizia Moratti (41.960 fan) e Gianni Lettieri (6.266) non solo confermano la tendenza ma sembrano anche essere in linea con la forbice nel voto espresso dai cittadini delle rispettive città. Siamo a 5 su 5, ma la tendenza si conferma anche nei comuni più piccoli, con Massimo Zedda (5.230 fan) che batte Massimo Fantola (4.999 amici, nessuna pagina fan) a Cagliari, Roberto Cosolini (1.768 fan) che supera Roberto Antonione (429 fan) a Trieste ed Emilio Bonifazi (4.983 amici)  vincente su Mario Lolini (2.057 amici) a Grosseto. Unica eccezione (che conferma la regola?) a Novara, dove il neo-sindaco Andrea Ballarè (486 amici) cede il passo a Mauro Franzinelli (960 amici). Sarà un caso che si è trattato del risultato più in bilico di tutti (52,91% a 47,08%) fra quelli evidenziati?
La tendenza si conferma anche su Twitter, come possiamo vedere per i candidati di Milano e Napoli. Anche qui Pisapia (7.726 followers) e De Magistris (24.337 followers) sbaragliano Moratti (770 followers) e Lettieri (92 folowers).
Ulteriore punto di interesse è l’area politica dei candidati vincenti, tutti di centro-sinistra. Non a caso, in quell’area ha funzionato bene il collegamento fra le pagine/profili relativi alle singole campagne e gli account generici come PDnetwork, YouDem e il profilo di Pierluigi Bersani addirittura artefice di un hashtag che ha raggiunto una certa viralità in rete (#masiampazzi).
Prima delle conclusioni, permettetemi una divagazione sul tema. Da appassionato di calcio, mi sono divertito ad andare a vedere se anche in un settore diverso dalla politica, poteva esserci una correlazione simile. Ebbene, i dati mi hanno piacevolmente sorpreso: per quanto riguarda lo scudetto, il vincitore Milan (4.085.063 fan) supera nettamente le due squadre sui gradini più bassi del podio Inter e Napoli sia su Facebook (4.085.063 fan contro rispettivamente 403.527 e 462.354) che su Twitter (91.436 followers contro i 18.041 dell’Inter, mentre il Napoli non ha un account ufficiale). E a livello internazionale? Il Barcellona stravince non solo sul campo, ma anche su Facebook con 15.944.209 fan contro i 14.928.007 dell’altra finalista Manchester United e i 14.587.563 dei rivali del Real Madrid superati in semifinale. Naturalmente in questo caso si tratta più di un divertissement visto che in campo non vanno certo i fan o i follower, ma forse almeno a livello scaramantico avere più fan è meglio che averne di meno.
Al di là della divagazione finale, credo che i dati relativi alle elezioni debbano far riflettere. La comunicazione cambia per tutti, anche – e forse soprattutto – per la politica. L’area che sembra averlo capito prima e meglio, il centro-sinistra, ha avuto risultati sorprendentemente positivi. Che una piccola spinta sia arrivata anche da – e grazie a – Facebook e Twitter? Io credo di sì, e i numeri sono dalla mia parte.

I Like it

Alessia the second

By Alessia the second
Published 20th May, 2011

È guerra tra i motori di ricerca. Bing sta cercando di conquistare la rete, proponendo una strategia basata su un sistema di ricerca sociale che non ha niente a che vedere con la ricerca semantica. Bing sta infatti guardando oltre: sta pensando di integrare le informazioni presenti su Facebook. Il motore di ricerca infatti privilegerà i “like” degli amici del social network e l’ordine dei risultati sarà determinato dalle preferenze sulle singole pagine di un sito. In questo modo l’utente si ritroverà di fronte a informazioni già testate dalla sua community, potrà inoltre cercare una Città e vedere quale amico ci abita. Tutto sarà basato su un sistema di “like” e commenti, attualmente non attivo in Italia. Bing sostituirà il metodo di ricerca freddo e non personalizzato. Ovviamente l’utente dovrà accettare il trattamento dei dati personali, operazione attualmente non consentita per il colosso Google. Pur essendo una grande novità, questo sistema di filtraggio è tuttavia basato sulle preferenze degli amici e la ricerca sarà quindi canalizzata sui loro gusti. Ma se dovessimo andare incontro alle nostre preferenze? Ci ritroveremo comunque inondati di “like” e forse non riusciremo a trovare ciò di cui abbiamo effettivamente bisogno.