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Google tra croci e delizie

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Stamane, Il Sole24ore ha pubblicato un articolo che presenta due punti di vista opposti sul significato della condanna del tribunale di Milano a sei mesi per violazione della privacy per tre tra dirigenti ed ex dirigenti di Google. Ciò che mi ha colpito di questo articolo è che entrambe le riflessioni presentano stimolanti punti di vista.
Nel suo essere “pro” sentenza, Daniele Bellasio comincia la sua riflessione domandandosi quale sia la natura della rete (è un’autostrada, uno spazio libero o un enorme, colossale, policefalo e multidirezioneale editore?) e concludendo che, a prescindere da qualunque cosa essa sia, è necessaria  una qualche sorta di regolamentazione, anche se una sua autoregolamentazione sarebbe più auspicabile.  Interessante in particolare il passaggio in cui si legge che “se internet è un editore universale che fa business con la diffusione delle informazioni, di qualunque tipo, e la raccolta con altrettanta diffusione della pubblicità, allora non si capisce perché non debba prima o poi porsi il problema di una regolamentazione”.
Interessante perché anche Alessio di Domizio arriva più o meno alla sua stessa conclusione, sottolineando come il fine ultimo di Google sia il profitto e di come sia forse ingenuo identificare in maniera fideistica l’azienda  al concetto stesso di progresso e di bene comune. E allora non è tanto scorretto farsi questa domanda: “se poi l’innovazione entra in rotta di collisione con la legge, è corretto presentarla come qualcosa che si prende o si lascia tout-court, alla stregua di una fede religiosa?”
Dal canto suo, Alessandro Plateroti afferma che questa condanna potrebbe rappresentare un pericoloso precedente legislativo a livello europeo in quanto sancisce la responsabilità diretta dei manager di una società internet su contenuti inseriti da terze parti. Dal suo ragionamento emerge come questa condanna possa essere un  intrusione non necessaria all’interno dei meccanismi di autoregolamentazione propri della rete e che sembrano essere perfettamente funzionanti.
Senza dubbio tutta la faccenda rappresenta una tematica complessa e piena di argomenti stimolanti quali la tutela della privacy personale (e  la sua violazione),  la censura,  il controllo e l’autoregolamentazione, la libertà di espressione, il rispetto della dignità altrui e le logiche proprie della rete. Non ci sono ancora le motivazioni della sentenza del tribunale di Milano e quindi entrare nel merito della “questione Google” senza avere delle basi concrete su cui fare commenti non ha molto senso. Il senso di tutto sta, secondo me, nel come questa notizia ha reso più evidente la consapevolezza di un vuoto teorico e legislativo (solo in Italia?) sulle dinamiche del web, di una criticità da affrontare  e della necessità di portare avanti una riflessione sulla natura di internet e delle cose che attraverso di essa è possibile o non è possibile fare. L’esplosione di post inerenti questa notizia testimonia l’urgenza e la voglia delle blogosfera di approfondire in maniera intelligente e critica questo argomento.
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I Metallica potrebbero suonare Tchaikovsky

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Era il lontano ‘99 quando per la prima volta ho ascoltato un pezzo di “musica classica”, ma non ne sono diventato un fan accanito. A crescere con il grunge, si dimentica la bellezza delle sonorità pure, ma poi quando meno te lo aspetti la vita ti sorprende. Nuovo film. Il concerto. Metallica? No Tchaikovsky. Ecco lo sapevo, la mia cultura musicale questa volta non sarebbe servita a nulla. Con Elliot era andata alla grande, il soul anni ‘70 era servito per Zinos, ma come avrei potuto “rappresentare” Andreï? Non mi ero preoccupato, tanto l’avrebbero assegnato ad Ignazio. Lui è l’amico di Socrate, lui è il musicista, lui modula la voce, lui sarebbe stata la persona giusta.
Le cose nella vita vanno sempre diversamente. Andreï si sarebbe fatto conoscere attraverso le mie dita. Avrebbe fatto conoscere al web la sua vita, le sue disavventure, le sue passioni, il suo amore.
A prima vista è difficile fidarsi. Sembra solo un’altra trovata commerciale. Un altro medium sfruttato per introiti economici. Un’altra rottura.
Non è solo un’altra comunicazione.
La “personificazione del brand” è qualcosa che richiede tempo. Documentazione. Ascolto. Visione. Devi entrare nel personaggio. Devi far tuoi quei valori. Devi provare quelle emozioni. Il metodo Stanislavskij applicato al marketing, per renderti credibile.
La community ti accoglie a braccia aperte, ma devi guadagnarti il rispetto, l’attenzione, il retweet degli utenti. Gradualmente entri nelle liste di musicisti, cultori ed estimatori della materia. Dialoghi con loro. Ti arricchisci grazie a loro. Diventi uno di loro. Costantemente aumenta la stima nei tuoi confronti e con essa la visibilità. Tutti sanno che quell’avatar è irreale, che quell’avatar è solo un’entità, che quell’avatar è brand, ma nessuno ne ha paura.
La personificazione del brand, attraverso le community, è accettata perché fornisce dei volori, delle conoscenze ed è aperta al dialogo, al confronto, alla relazione. Essa è parte della community. Essa è comunicazione 2.0

ilConcerto2 209x300 I Metallica potrebbero suonare TchaikovskyEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

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Tempi moderni

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Il web è caratterizzato da quell’esperienza comunemente nota come serendipity. Oggi, alla ricerca di spunti per l’elaborazione di un modello teorico di analisi, mi sono imbattuta in un sito dal nome simpatico Io pubblicità. Il Gruppo Telecom ha creato un asse strategico tra Tim, Virgilio, Corriere della Sera e il servizio telefonico 1254 per creare delle campagne di comunicazione fai da te. In pochi clic si può acquistare un pacchetto di spazi pubblicitari sui differenti canali. Scelgo la soluzione che più mi gratifica, una soluzione full mi costa circa 9.000€ , passo al carrello, dati della carta di credito e la mia campagna, in pochi giorni, è già sul web. La promessa è forte, pochi passaggi per lauti guadagni. Chissà. Io rimango perplessa. Non mi spaventa tanto l’automazione del nostro mestiere, anche se il pensiero a Charlie Chaplin in Tempi Moderni è stato immediato, quanto la velocità d’azione. Li ho contati, sono tre clic. Tre clic che devono riassumere l’analisi di posizionamento, la strategia, l’idea, l’obiettivo, il target, gli strumenti, il confronto. Ma questo è ancora nulla se, tra un clic e un altro, ci si sofferma ancora qualche minuto a meditare. La differenziazione. Dov’è la specificità di ogni campagna? Con tre clic si generano una serie di campagne clone, tutte uguali, stessi mezzi, stessi formati, a soli 9.000€. Incredibile, ma vero. Come si concluderebbe la migliore delle televendite. Che dirvi. Signori venite da noi, per metà di quel prezzo, vi incontriamo anche due volte a settimana, studiamo il vostro brand, realizziamo una strategia specifica, potete anche chiamarci per dire che non vi piace.

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Ascesa agli inferi

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Sede dei Radicali. Quel trasandato di sinistra che non mi piace (anche se alle elezioni voterò Bonino), il fumo di sigarette. E poi il caldo e la gente, tanta.
Le condizioni non solo delle migliori. Finalmente, la sala si calma e s’inizia.
Qualcuno prende la parola e avverte: la proiezione durerà due ore e mezza, seguirà il dibattito.
Sento che voglio andar via! È un attimo. Quando inizia Il Profeta, il protagonista è solo un ragazzo, ha fatto resistenza ad un pubblico ufficiale, gli toccano sei anni.
È diventato maggiorenne, sarà trasferito in centrale. Alla prima vera scena di violenza fisica (una di due), l’iniziazione avviene. Il ragazzo smarrito e spaurito, diventa un assassino. Da quel momento, è tutto uno schivare colpi. Per resistere. Per sopravvivere. Corso-arabo, Malik ha nelle vene una doppia natura. E la usa. Protetto da un corso, è grazie all’arabo che uccide che inizierà il suo processo di formazione. Una formazione al bene e al male. Parallela.
È una crescita bilaterale quella a cui assistiamo, con un ritmo serrato, interrotto dai super che introducono i nuovi personaggi.
È un mondo di valori  capovolti quello che impariamo a conoscere, in cui all’aumentare della protezione del protagonista aumenta la profondità del crimine. È un mondo, quello dietro le sbarre, in cui i criminali, comandano, ricevono nello studio medico, decidono spostamenti di detenuti e secondini, uccidono. E allora sembra normale fare il tifo per Malik,  salvo ricordarti, che quello per cui tifi è un pluriassassino.
Il film continua  e godi per le capacità del ragazzo che ragiona come un vero stratega: osserva, ascolta, progetta, pianifica. Fa il doppio gioco con arabi e corsi, li manipola, li guida, li adula e punisce, in un delicatissimo equilibrio dove si rischia la pelle.Ad ogni nuova attività pensi sia l’ultima e ti accorgi che stai sperando che lui non muoia. Gli anni passano, maturano i permessi, la condizionale, il lavoro, arriva l’amicizia e il riconoscimento della natura araba e di pari passo cresce la posta in gioco. Il potere, il comando supremo. Il rispetto. La libertà e ciò che sarà dopo. Dalla galera esce un uomo criminale, un uomo con una donna e un bambino al fianco e una scorta alle spalle.La rieducazione è fallita! In carcere è entrato un adolescente e ne è uscito un criminale provetto.L’unico contatto con la realtà è il ricordo costante, in forma di allucinazione, dell’arabo ucciso. Una presenza inquietante, una coscienza parlante, un delitto e castigo dei giorni nostri. In carcere, si muore, in carcere dove si dovrebbe stare per morire alla vita criminale e rinascere uomini nuovi. Ma non è sempre così. In carcere si muore per corruzione, violenza, per l’assenza di una qualunque forma di affettività (notevole il traffico di dvd porno), per l’uso di droga, per le lotte intestine di chi continua ad esercitare il potere dentro e fuori, per le contese tra etnie la cui forza risiede nel numero di detenuti e di guardie amiche.
Mentre fuori dal film, qui, nella nostra realtà, la politica rifiuta di migliorare le carceri e propone la costruzione di nuove sedi, associazioni come Antigone e il Detenuto Ignoto chiedono l’istituzione di una commissione di inchiesta per le morti in carcere. Un mondo parallelo, opaco, un universo chiuso in cui è difficile osservare cosa accade. Perché la pena  non sia l’unica soluzione (a volte fallimentare). Perché un uomo che ha sbagliato, e deve pagare ed essere rieducato, possa sempre e comunque conservare la propria dignità.

p.s. Coincidenze. Al termine della proiezione, in bus, incontro una mia compagna di liceo. Non la vedevo da vent’anni. Alfredo mi chiede, chi è? È Stefania, quella che leggeva romanzi russi. Dostoevskij è tra noi.

Il profeta. jpg Ascesa agli inferiEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

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Estrogeni nella rete dei bloggers

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La tecnica virale si sta diffondendo a macchia d’olio e ormai bisogna essere sempre più competitivi. Ecco quindi che la nostra coordinatrice ci invia alcune slide da studiare per poi inventarci una strategia innovativa. Il nostro primo pensiero è stato quello di studiare il mondo della blogosfera italiana per poter interagire con esso e scoprire gli interessi degli editori on line. Il tutto è stato facilitato da un’analisi cluster scovata da Francesco su Vinco’s blog. Così su un unico documento ecco la blogosfera! Questa immagine presenta i blog suddivisi in categorie, appunto cluster, in base alle tematiche che affrontano. Ma lo stupore maggiore è stato prorpio trovare anche il blog Estrogeni! Secondo questa mappa, il blog di Estrogeni fa parte di quelli che si interessano di web e tecnologia.

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