Purple rain
Pubblicato da Vittorio
Permettete? Un pensiero di colore viola.
Passando la maggior parte delle ore del giorno davanti ad un Mac, la sera torno a casa senza sentire la minima necessità di accendere né tv, né altro tipo di monitor.
Allora le alternative nel mio consumo mediale restano i libri, e qualche visionario fumetto. Ben conscio del fatto che presto faranno la fine delle video/audiocassette, mi consolo pensando che ne ho ancora tanti da leggere, e spesso da rileggere.
In realtà non mi capita spesso di rileggere un libro. La prima volta è stato con Siddartha. Ora è ricapitato con Purple Cow (La Mucca Viola), forse il libro più celebre di Seth Godin.
Letto agli albori dei miei studi universitari, quando avevo appena iniziato ad annusare le prime nozioni di marketing, e riletto ora che il marketing fa parte della mia routine come la colazione e l’aperitivo del Venerdì sera. Se non lo avessi scoperto probabilmente non mi sarei mai avvicinato a questa professione. Thanks Seth.
Rileggendolo ora che guardo questo mondo dall’interno, posso confrontare ai casi studio citati dal guru americano quelli vissuti in prima persona. Il sapore della rilettura diventa quello di una lettura brand new. In particolare mi sono soffermato a ripensare alle pagine sul “complesso industriale-televisivo”, il cui funzionamento è sinteticamente ed esaurientemente spiegato da Godin nel libro per introdurre un cambio epocale nel mondo del marketing moderno (post-moderno, direbbero gli esperti):
“In passato vigeva questa regola:
crea prodotti comuni e affidabili
e promuovili con un marketing di qualità.
La regola che vige oggi è invece:
crea prodotti straordinari (le mucche viola, ndr)
capaci di attrarre le persone giuste. ” (Seth Godin, Sperling & Kupfer Editori, La mucca viola, p.14, 2002)
Interpreto.
Non è importante la dimensione del target a cui ti riferisci (spot televisivo = la massa), ma quale influenza hanno i gruppi con cui dialoghi sulle persone con cui questi giungono a contatto.
Morale della favola, contatta gli early adopters perché questo piccolo gruppo è in grado di determinare l’accesso del prodotto ad gruppo più grande, ad un mercato più grande, più esteso.
Ma se bastasse solo questo saremmo a cavallo. Purtroppo non basta. Serve che il prodotto sia viola. Sia straordinario. Altrimenti perché dovrebbe interessare ad un adattatore precoce? Non fa una piega. Anzi no.
Alzi la mano chi non si è mai trovato a dover promuovere un prodotto di cui non condivideva i benefit. Ammetto, l’ho alzata.
Ma è più che normale. Il mercato sarà sempre popolato da prodotti mediocri. Non sarà mai ammesso il comandamento del “non creare un prodotto a meno che non sia straordinario, altrimenti è peccato”. I motivi sono molteplici. Uno di questi riguarda il fatto che le persone hanno idee. Ma non è detto che queste idee saranno sempre vincenti. Saranno portate avanti con passione e audacia, cogliendone lo scintillio da ogni angolazione, eppure capita che la realtà uccida il genio.
E poi se tutti producessero prodotti straordinari, non ci sarebbe niente di straordinario di cui parlare. Allora come faccio ad attrarre un untore con un prodotto non-viola?
La soluzione in questo momento ancora non ce l’ho, ma confido magari di trovarla nel prossimo guru’s book. Per il momento credo che fin quando resisterà la dicotomia Prodotto Straordinario vs Tutto il resto (Muccha Viola/Mucche Marroni, secondo Godin), sopravviveranno almeno sempre due modi di fare marketing. Il marketing per tutti i prodotti (televisivo, stampa, ATL) e il marketing per i prodotti viola (non-convenzionale). Ma questo non è un libro per marketer…
Riporto infine il contenuto di una tabella molto interessante presente sul libro, in cui Godin distingue i prodotti che hanno avuto successo grazie al complesso industriale-televisivo, e quelli che hanno avuto successo perché sono delle Mucche Viola:
- Prodotti complesso industriale-televisivo:
Barbie, Prell, Honeywell, United Airlines, McDonald’s, Marlboro, Cap’N Crunch, Battling Tops, Excedrin, old Maggiolino Volkswagen.
- Prodotti Mucca Viola:
Starbucks, Magic Cards, Dr. Bronner’s, Linux, Jetblue, Outback Steakhouse, Motel 6, Mp3, Dr. Bukk, Prozac, Il nuovo Maggiolino Volkswagen.
Quale altro prodotto/brand inserireste nell’ultima serie? Io ci vedrei bene l’Ipod (non l’Iphone perché il suo successo dipende molto dal successo dell’Ipod di cui non ricordo di aver mai visto una spot tv), Facebook, Moleskine, Youtube…
Parodia 2.0
Pubblicato da Vittorio
Permettete? Un pensiero condiviso.
Siamo in periodo di tesi, o meglio Franco lo è. Tutti i giorni trova un articolo interessante da utilizzare per il lavoro che sta portando avanti, e non manca mai di condividerlo con me. Con tutto quello che ha trovato finora, scriverà una tesi di 80-90 pagine solo di sitografia e note. Qualche libro se lo legge pure, e non manca mai di condividere anche quello, ma poi si rende conto che anche i libri ormai non fanno altro che rimandarti in rete su blog di marketing&comunicazione, forum, siti corporate particolarmente interessanti, casi studio trattati in maniera più o meno approfondita dai vari blogger. Allora, ci è venuto in mente di scrivere questo post su un blog che seguiamo spesso, e che crediamo possa essere d’aiuto a chi è sempre in cerca di contenuti interessanti inerenti al nostro settore.
Il blog in questione è Adverspoof. Per dire in due parole che cos’è basta fare copia&incolla del concept presente sul blog stesso: “AdverSpoof è un blog che raccoglie le migliori produzioni della parodia pubblicitaria e non solo: false notizie, immagini e video rovesciati del loro significato originario generano quella che possiamo chiamare Parodia 2.0. I Digital Natives ci insegnano a non prenderci troppo sul serio e a scherzare anche con Sua Maestà il Brand.”
Tra i post della creatura di Andrea Carnevali (sociologo non-convenzionale) ho trovato spesso alcune tra le più belle e divertenti parodie pubblicitarie circolate in rete, manifestazione forse più evidente della nuova condizione in cui si trova oggi il consumatore. Non più succube di una pubblicità martellante e anonima ma pienamente consapevole del proprio potere critico, fatto di opinioni espresse in maniera sempre più incisiva.
Un esempio?
Un post è per sempre
Pubblicato da Francesco
Pausa caffè. Si inizia a discutere di social media e social networking. Inizia la sociologia spicciola. Riflessioni di riflessioni, poi tutto termina in silenzio. Si torna a lavoro, ma tutti sono ancora lì a riflettere sulle “perle di saggezza”. Network/Famiglia. Social Network/Cinematografo. Barbiere/Blogger. Cliente/Consumatore postmoderno. Leggi l’ultimo post di Vincos Blog e la casualità ti perseguita. Quel non più consumatore, orami diventato autonomo, esigente, competente, selettivo, è in quell’analisi.
Il consumatore postmoderno è molto più sofisticato del suo predecessore. Un individuo tendenzialmente infedele alla marca. Un consumatore che è alla ricerca di esperienze e non di semplici prodotti, qualcosa che sia personalizzato e personalizzabile. Non tende a stabilire un rapporto subalterno e/o passivo con il produttore/venditore, ma richiede un rapporto dialettico che spinge l’azienda alla logica della relazione. Oggi gli individui sono diventati parte attiva della comunicazione aziendale, non possono essere ignorati, ma ci sono aziende vincolate alla vecchia comunicazione ipodermica.
Un esempio, recente, di pessima gestione del consumatore è quella portata avanti dalla John Ashfield, che risponde alle esigenze di un consumatore (Sybelle) servendosi di una lettere aperta di Andrea Celi, proprietario dell’azienda italiana. Un comunicato stampa molto più vicino ad un biglietto lasciato lì prima del suicidio. Parole da cui scaturisce l’errata visione del cliente, tanto che ci si spinge ad una paternale da lacrime agli occhi.
“Se posso darLe comunque un mio consiglio per il futuro, Le dico che nella vita non basta aprire un blog per realizzarsi criticando quello che fanno gli altri, perché, come Lei saprà, lavorando si può anche sbagliare, ma forse è meglio investire le proprie energie cercando di creare un proprio progetto facendolo con passione e sacrificio come io ho sempre fatto in questi anni”.
Gli errori di gestione sono molteplici, ma il finale è pure delirio comunicativo.
“Quindi Le chiedo sinceramente di aiutarmi in prima persona a far cessare tutto questo casino che è scaturito dal mondo di Internet contro la mia azienda”.
Un’azienda che vive sul Web non può pretendere il controllo di un mezzo. Il Web non è una medium classico, in cui i criteri di notiziabilità giocano un ruolo fondamentale. Nel Web tutto è costantemente illuminato a giorno, tutto è monitorato, tutto è per sempre.
Umberto Eco al rione Sanità
Pubblicato da Sabrina Sanza
Il tempo passa ma le idee restano. Le provocazioni vengono accolte, partorendo idee pulsanti. Sabrina, host writer dicembrina, mi aveva stupito con la sua analisi greimassiana. Io l’ho provocata con Eco, lei ha risposto creativamente. Questa è la sua analisi, che riporto quasi per intero. Il mio intervento sarebbe stato superfluo, ma questo non mi esenta da future considerazioni.
[...]La semiotica interpretativa di Eco, caratterizzata da un approccio più filosofico che concreto nei confronti della disciplina, parte dall’assunto che ogni testo è una macchina pigra, che presuppone cioè l’intervento attivo del lettore, inteso come fruitore in senso lato di un testo che non è necessariamente scritto, per l’interpretazione e la completa comprensione dello stesso. Un testo può essere considerato chiuso o aperto, a seconda del fatto che la sua interpretazione contempli da parte del lettore un solo tipo di lettura possibile, o, al contrario, preveda differenti chiavi e possibilità interpretative, conseguenza della cooperazione attiva del lettore e della realtà culturale, sociale, storica e politica in cui esso si trova immerso; prima di giungere alla completa interpretazione di un testo, il lettore, in base ai primi elementi dello stesso con cui si trova a confrontarsi, prefigura dei mondi possibili, cioè è in grado di fare ipotesi, selezionare e decidere proprietà e universi di discorso, compiere delle inferenze, per poi verificare se gli stati successivi del testo disattendano o, al contrario, confermino le sue intuizioni. Il testo a cui si fa riferimento, il video-choc dell’omicidio, può essere considerato un testo aperto, in quanto le azioni, i gesti e le reazioni che rappresenta, al di là dell’evento inequivocabile dell’assassinio, sono suscettibili di essere interpretati in modo diverso in relazione alle differenti idee, ai vari (pre)giudizi e ai distinti contesti socio-culturali in cui si trovano i diversi lettori che fruiscono dello stesso.
I fruitori del testo in questione potrebbero essere suddivisi in due fasce: [...] coloro che sono coinvolti nella realtà della camorra profondamente, in quanto, vivendo in un territorio maggiormente interessato dal fenomeno, vi si trovano quotidianamente e più facilmente a contatto, anche più direttamente diventando addirittura testimoni involontari di un omicidio come nel caso dei passanti del video, e il gruppo di coloro che, invece, si raffrontano con la realtà della camorra solo attraverso i canali informativi e le notizie e le immagini diffuse dagli stessi.
Le immagini presenti nel video potrebbero, quindi, essere valutate e considerate, interpretate differentemente da questi due distinti gruppi di lettori: i lettori più lontani dalla realtà criminale napoletana potrebbero interpretare la fuga dei passanti, la noncuranza rispetto all’uomo riverso sul marciapiede di una strada affollata e la stessa scelta della diffusione del video per ottenere collaborazione e informazioni utili all’identificazione del killer [...], potrebbero prefigurarsi un mondo possibile in cui, per vigliaccheria o per fredda e distaccata abitudine alla violenza [...], coloro che si sono trovati coinvolti direttamente in questo omicidio non hanno prontamente reagito all’evento, chiedendo aiuto o contattando immediatamente le Autorità competenti. Contrariamente, chi si trova quotidianamente e intensamente a contatto con la realtà della camorra a Napoli[...], potrebbe interpretare le immagini del video, in particolare le reazioni dei passanti all’omicidio, immedesimandosi e compenetrandosi profondamente nella situazione rappresentata, potrebbe essersi prefigurato un mondo possibile in cui la fuga delle persone che transitavano nella strada davanti al bar e dei clienti dello stesso, la loro apparente indifferenza rispetto al crimine commesso, e l’omertà, la loro ritrosia a diffondere e comunicare alle Autorità informazioni di cui erano stati diretti testimoni, era in realtà dettata dalla paura, dal terrore di fronte ad un delitto commesso con una tale freddezza e lucidità, dall’istinto di sopravvivenza che potrebbe magari indurre a chiudersi e rifugiarsi nella propria dimensione individuale pur di non essere coinvolto in una situazione così pericolosa e potenzialmente letale.
Considerando, però, l’esigua quantità dei componenti del secondo gruppo di lettori rispetto a quello precedentemente considerato, con tutta probabilità l’interpretazione da parte della maggior parte dei lettori delle azioni e reazioni rappresentate nel video ha contribuito a considerare un’immagine della città di Napoli che non corrisponde completamente alla realtà, quella cioè di una città in cui crimini efferati si consumano quotidianamente, senza alcun timore o scrupolo di chi li compie, sotto gli occhi di una popolazione indifferente, insensibile, fredda e distaccata anche rispetto alla morte, che andrà ad arricchire e rinforzare la già grande quantità di pregiudizi che gravitano intorno questa città e chi vi abita, e che era emersa prepotentemente già nell’estate scorsa, con la diffusione della notizia di un uomo romeno ucciso per errore in un raid di camorra nella metropolitana di Napoli davanti ad una folla indifferente che non fece nulla per aiutarlo e soccorrerlo.
Diventa lecito, alla luce di questa riflessione, domandarsi quindi se il fine giustifica i mezzi, se è giusto che, per risolvere un caso giudiziario, si possa procedere in un modo che potrebbe essere considerato superficiale e leggero allo screditamento o ad una rappresentazione parziale dell’immagine e della reputazione di Napoli e dei napoletani; e forse diventa anche superfluo darsi una risposta.
Oltre la finzione, Avatar
Pubblicato da Vittorio
Permettete? Un pensiero sacrilego.
Il mercoledì non c’è nulla da fare, si va al cinema. Franco, Ignazio e Teresa hanno condiviso con me lo strazio di vedere un film al Lux. Dopo l’ora e mezza passata in sala mi sono chiesto: ma era davvero così bello questo film da venire a vederlo in questo multi(?)sala (ovviamente, la domanda l’avevo tenuta per me visto che avevo organizzato io la serata).
Durante le chiacchiere pre-proiezione esprimevo a Franco il desiderio di vedere un particolare backstage al più presto possibile. Detto fatto. Arriviamo stamattina in ufficio e Franco mi passa questo video. Non è nient’altro che il backstage del film del momento, dell’anno, del decennio, Avatar di James Cameron.
Visto tutto. Subito.
Premetto che non voglio parlare del film. Che c’è più da dire? In rete si sprecano recensioni, clip, commenti, addirittura videotutorial su come trasformarsi in un Na’Vi (con photoshop, ovviamente).
Ma non sono rimasto impressionato. Almeno non nel modo in cui mi aspettavo. Non mi hanno colpito le straordinarie tecnologie impiegate o il set che sembra il ponte di comando della Enterprise.
Sono le superbe maestranze che hanno lavorato a mettere in piedi quest’opera. Umani. Geni. Artisti. Attori.
Gli attori sono una categoria che solitamente non apprezzo particolarmente, ma stavolta…
Mi sono fermato a pensare a quanto deve essere difficile recitare in quelle condizioni. Con cavi che ti avvolgono tutto il corpo, tute strapiene di sensori di movimento con il rischio che se fai un peto saltano almeno 8 pc, in un ambiente che è talmente asettico da poter solo immaginare. Ed è lì che sono rimasto colpito.
La nuova generazione di attori deve cimentarsi con un tipo di finzione che si può considerare ancora più finta del normale. Talmente finta da essere irreale, surreale, in pratica inesistente. Fino al ventennio scorso si recitava in un teatro di posa, dove l’ambiente di riferimento era ricreato in scenografie che sembravano totalmente reali, perché erano reali! Se c’era da girare una scena in elicottero, c’era poco da fare, bisognava trovare essere in un elicottero per davvero.
Nel video di sotto invece, per realizzare una scena in cui dei Na’vi compiono una perlustrazione aerea si vedono gli attori mentre sono all’interno di una gabbia. Una gabbia! E lì dove ci sono pavimento e mura di un hangar comparirà una foresta rigogliosa, i cui inebrianti colori nel backstage si vedono solo negli occhi degli attori.
Dico allora, bravi!
Questa nuova generazione alza il lavoro dell’attore ad un livello di difficoltà molto più alto. Dove il film prima di essere realizzato fisicamente, è già riprodotto completamente nelle loro menti.




