estrogeni blog

Posta come scrivi

Alfredo

By Alfredo
Published 2nd February, 2011

Giorni fa, scrivevo dei valori del nostro corporate blog. Ricerca, costruzione e condivisione di un’identità.
Proprio perché lo assumo come precondizione di ogni rapporto (e quindi, anche di ogni comunicazione), non ho ritenuto opportuno allora soffermarmi in maniera esplicita sulla trasparenza. In nome della quale, dunque, oggi do il benvenuto ad Alessandro, pubblicando integralmente l’email con cui
ho condiviso ieri – al nostro interno – il suo ingresso.

ciao a tutti.
come sapete, da oggi è con noi Alessandro Varone.
prima ancora di presentarlo alla nostra maniera sul blog, mi preme condividere alcune riflessioni.
nel difficile e impegnativo (quanto indispensabile) passaggio da agenzia ad azienda, in cui – come qualcuno di voi ha detto – alle dinamiche personali si sostituiscono ingranaggi professionali, tappa fondamentale è la valorizzazione dell’asset di maggior valore per un’azienda come la nostra, che di comunicazione vive.
il brand.
fino ad oggi, con entusiasmo, passione, amore (frutto di dinamiche, appunto), ognuno di noi – chi più, chi meno – ha assecondato quest’esigenza.
da oggi, con l’arrivo di Alessandro, l’esigenza si trasforma in necessità. e all’entusiasmo, alla passione, all’amore, subentra la razionalità.
con la sua esperienza e preparazione, Alessandro avrà, quindi, come compito primario quello di lavorare alla reputazione del nostro brand.
assunto e condiviso che una reputazione alta, consentirà di resistere sul mercato. resistere sul mercato, consentirà di salvaguardare il posto di lavoro di tutti. e dunque, il sillogismo chiudetelo voi…
nella pratica, Alessandro gestirà i nostri profili sociali, il nostro blog, le nostre comunicazioni online. lo farà con la collaborazione di tutti ma lo farà in autonomia.
risponderà esclusivamente a me, in quanto Rappresentante Legale, Amministratore e – pertanto – titolare del marchio Estrogeni.
grazie della collaborazione. passata, presente e certamente futura.
Alfredo

Questione di stile.

Carla

By Carla
Published 30th January, 2011

Vento dall’est, la nebbia è là, qualcosa di strano fra poco accadrà.

In una celebre storia, il vento dell’Est ha portato Mary Poppins davanti al portone della famiglia Banks. Chissà da dove soffiava il vento che in Italia ha sollevato il polverone di fanciulle, che ai giorni nostri affollano verbali, giornali e trasmissioni televisive. Queste giovani donne sono al centro di uno scandalo sessuale, ennesima farsa di un sistema incancrenito anche nel modo di comunicare. Se in questo triste teatrino italiano, avessimo mantenuto almeno i quattro punti cardinali, le donne coinvolte in questa vicenda sarebbero prese per quello che sono: persone informate sui fatti, vittime o carnefici. Ormai però, il senso delle cose è andato perduto, al punto che i protagonisti di una storia, che si dovrebbe commentare da sola, sono diventati un fenomeno di costume. La rubrica “Visti da Vogue, dell’omonima rivista, si spende in consigli di stile per le “Berlusconi Girls”, interrogandosi se la loro mancanza di classe sia una condizione necessaria, per il ruolo di “corpose illusioni sexy” che rivestono, o se, al contrario, non possano essere meno sfacciate nel look, augurandosi infine una purificazione catartica nel segno dell’eleganza. Si legge: “Se oggidì conta solo l’apparire e dato che dobbiamo subire le molteplici manifestazioni di queste proterve protagoniste della cronaca, almeno che siano vestite in maniera appropriata.”
Sebbene non si richieda alle riviste femminili una mission femminista, sarebbe almeno auspicabile una certa sensibilità di genere, visto che si rivolgono pur sempre alle donne. Come si può dimenticare che le varie Rubacuori sono donne e che il sistema di cui fanno parte è un attentato alla rappresentazione di tutte? Come si può considerarle solo un fastidio davanti agli occhi, senza considerare di cosa siano lo specchio? Come ci si può rivolgere a loro dicendo: va bene aprire le gambe per soldi o gioielli, ma fatelo con stile, come se uno spolverino di Armani lavasse via il fatto che si stanno vendendo? Ma del resto, nella società spettacolarizzata, anche la prostituzione è questione di stile.

Una nuova voce contro la pubblicità sessista

Carla

By Carla
Published 21st January, 2011

In questi ultimi giorni i quotidiani hanno parlato de La Réclame, un progetto video in formato web series, che prende le mosse da quelle pubblicità, manifesti o spot, che fanno un uso “inappropriato” del corpo femminile. L’obiettivo del progetto è quello di spiegare, attraverso un commento fuori campo, i meccanismi che si annidano dietro l’uso dell’immagine femminile, nelle pubblicità prese in questione. Il format è stato realizzato da Non Chiederci La Parola, una casa di produzione video, che ogni settimana ospiterà sul suo sito l’analisi di una réclame. Il progetto in questione si ispira al lavoro di Ico Gasparri (presente nel trailer dell’iniziativa). Per chi non lo conoscesse, Gasparri è un fotografo che dal 1990 colleziona scatti sulla pubblicità stradale a Milano, con l’intenzione di raccontare l’uso dell’immagine femminile e l’idea di donna che viene così veicolata. Il suo lavoro si è concentrato sulla pubblicità stradale, perché quest’ultima è una forma di pubblicità obbligatoria, che non può essere ignorata dal cittadino ed è autorizzata dal Comune, che ne permette l’affissione per le strade. (In questo modo chi, inevitabilmente, la vede, riceve anche il messaggio implicito che quell’immagine è stata vista, approvata e autorizzata e, quindi, non ha niente di sbagliato) Questo post è dedicato a chi, come Ico Gasparri e Non Chiederci La Parola, offre le proprie competenze alla lotta contro la pubblicità sessista, perché:
manifestano disaccordo con il riduzionismo tette-culi, sante-“escort”, di troppe agenzie pubblicitarie;
inchiodano ciascuno alle proprie responsabilità: l’agenzia pubblicitaria, i suoi potenziali clienti e i consumatori attratti all’amo;
ribadiscono con forza una considerazione troppo spesso dimenticata, sottaciuta o strumentalmente sminuita, ovvero che la pubblicità ha il potere di contribuire al mantenimento e al consolidamento di pregiudizi e stereotipi (e quindi, se vuole, ha anche il potere di farli cadere);
quindi, fanno presente a chi se lo fosse dimenticato, che ad ogni forma di potere si accompagna il rispettivo comportamento responsabile (concetto che, pubblicità a parte, conviene ripetere con i venti che tirano);
la pubblicità, immagino, dovrebbe essere un’espressione di creatività, di originalità e di innovazione, mentre mi sembra estremamente conservatore, ai limiti del reazionario, continuare a contrapporre mamme-merendine e lussuriose-mutandine.

Obbligo di fantasia

Daniela

By Daniela
Published 13th January, 2011

Qualche giorno fa, Alfredo scriveva su Facebook “esci dalla tua vita”. Sembrava una delle sue classiche cose, di quelle che se le comprende da solo, poi ho scoperto che l’aveva detto a qualcuno il giorno prima.
Stamattina, sotto la doccia, l’intuizione. La comprensione, almeno per me. Non un esci dalla tua vita della serie fuggi la realtà ma esci dall’idea che hai della tua vita. Allontanati dalla gabbia che ti sei costruita. Separati dagli schemi che ti sei data. Insomma, profondamente vivi la tua realtà. Quella che è oggi, realmente. Non quella che hai in testa.
E allora, parte una riflessione. Ampia e varia come sono gli spunti continui di questi giorni che confermano quello che intuisco. La discussione sul tema del riciclo del cibo scaduto ma non proprio, il post di Lorenzo sul senso della creatività e il disordine ordinato, quello di Chiara sulle web series con un incipit in tema, la telefonata di Roger che mi chiede un sacchetto di plastica non di plastica, il sito di Smateria, il riciclaggio dei regali di Natale, il baratto.
Ovunque mi imbatto in qualcosa che ha una sola radice: trasformazione. Trasformazione che ha dentro azione, quel movimento, quell’agire, che è vita.
Mentre scrivo, la pagina di Facebook mi segnala una frase di Fabio Volo, in tema. La trascrivo. Come una casa vecchia mi sono demolito e ricostruito. Non potevo più andare avanti a fare piccoli lavori di restauro.
Bene, io non parlo di questo, di quella cosa per cui butti tutto. No, io dico proprio di quel magico processo per cui quando fai la pizza parti da acqua, farina, sale e lievito e li trasformi. Gli elementi ci sono tutti, ma sono altro. Ecco, io parlo di qualcosa che la crisi ci ha fatto riscoprire a più livelli e che stiamo mettendo in atto, anche qui, in Estrogeni.
La crisi impatta. E spinge al riciclo, a quell’operazione di fantasia in cui, partendo dall’osservazione della realtà – senza filtro e senza schemi – ti inventi un modo diverso di affrontarla.
Andiamo a contattare vecchi clienti. Ma in modo nuovo. Siamo cambiati entrambi. Noi evoluti, loro cresciuti.
Andiamo in più persone ad affrontare il mercato. Non solo i soci, anche gli account dedicati all’attività di new business.
Andiamo in giro con altri. Immaginando partnership ambiziose e sfidanti.
Andiamo fuori dai soliti percorsi. Ripercorrendo in modo nuovo vie antiche.
Andiamo riassettandoci. In un nuovo ufficio dove altri spazi saranno occupati in modo diverso.
Andiamo riposizionandoci. Mettendo al centro noi, il nostro brand, i nostri interessi, le nostre peculiarità.
Usciamo dalla nostra vita.
Ci vorrà tempo per vedere gli effetti ma la fantasia, come diceva qualcuno, non può avere confini. Né di tempo né di spazio. Ed è dentro ognuno di noi.

La creatività non è un lusso

Lorenzo

By Lorenzo
Published 11th January, 2011

Appare alquanto innaturale l’espressione di un mio concetto sulla creatività, ritenendomi una persona – sia per approccio comportamentale che per esperienza professionale – lontano da qualcosa che si fa fatica a definire, se non riferita ad un ambiente quale un’agenzia di comunicazione, in cui da qualche anno lavoro.
I partner di Estrogeni mi hanno spesso sentito dire che occorre fare lo sforzo di mutare pelle e passare dall’essere – appunto – un’agenzia di comunicazione ad un’azienda che fa comunicazione. Non mi soffermo sulla differenza e lascio a ciascuno imputarle un peso e un valore etimologico opportuno.
Questo preambolo mi serve per rimarcare la radice della mia estrazione professionale, a cui facevo riferimento. A distanza di tempo, riscopro che anche negli anni in cui ho lavorato in settori (apparentemente) lontani da quello della comunicazione, ad esempio logistica o internazionalizzazione della produzione vitivinicola italiana d’eccellenza, il tanto inflazionato termine creatività aveva, per il personale modo di affrontare le situazioni e le necessità che il lavoro propone nella sua quotidianità, un suo diritto ad esistere.
Certo, magari fino a qualche giorno fa, mi mancava la composizione verbale del concetto, ma ora sono sempre più certo e convinto che la creatività alla fine è qualcosa che, in forme diverse e in modi diversi, appartiene a chiunque appassionatamente (non necessariamente, quindi, in presenza di una passione dentro) si lega e si lascia avvincere dal meccanismo utile a trovare soluzione (o il second best, come direbbero gli economisti) al problema che si sta affrontando.
Quando, finalmente, proprio il 6 gennaio, mentre ero in sala d’attesa a Roma per prendere il treno per Napoli, leggo un bell’articolo sul Sole 24 Ore dal titolo “Napoli 2011: pizza, Vesuvio e un manager a Estée Lauder”. Mario Platero intervista Fabrizio Freda, ingaggiato qualche anno fa per portare ordine nella gestione di uno dei più grandi gruppi del lusso al mondo.
Sin dalle prime parole, il Ceo di Estée Lauder cita come componente essenziale dei suoi successi professionali l’equilibrio tra “il training di disciplina (appreso nella ventennale esperienza alla Procter&Gamble) e le mie origini napoletane, vale a dire lo spirito creativo dell’amore per la vita che è la parte positiva di Napoli”.
Continuando, mi sono sentito partecipe e orgoglioso che un conterraneo avesse riportato sui binari del successo un gruppo da 8 mld di dollari di fatturato, mettendoci anche qualcosa che la sua terra d’origine ha aiutato a formare nella propria coscienza.
Ma la sorpresa, quella vera, era prossima a venire ed è racchiusa nella parte centrale dell’intervista.
Prima, lo scenario. Che riguarda tutti.
“…La crisi del 2007-2009 ha messo in evidenza la fragilità di un sistema troppo loose, troppo decentrato quando occorreva serrare le fila per rispondere a due sfide sconosciute: la più grave recessione dagli anni Venti e una nuova sfida geografica e demografica in arrivo dai mercati asiatici. La crisi aveva messo a nudo debolezze invisibili negli anni buoni: poca coesione fra le varie divisioni, mancanza di un disegno organico di sviluppo. La creatività c’era ma, lasciata a se stessa, esprimeva anche forze centrifughe che poco si conciliavano con un’esigenza di centralità e di gestione e controllo in un momento difficile sia sul piano tattico sia su quello strategico. I valori di Estée Lauder sono nell’area del prestigio, del lusso, dell’alta qualità e quindi dell’esclusività ma il mondo del lusso e del prestigio può beneficiare di un modello di business più rigoroso. E questo accadrà un po’ dappertutto nei prossimi anni, perché il mondo del lusso è sempre più globale, e competitivo: l’aumento della competitività imporrà maggiore rigore e disciplina salvando imprenditorialità e creatività, più forti in questo mondo che in quello del largo consumo…”.
Poi, l’affondo. Che riguarda molti di noi.
“…La creatività nasce da due cose. Da un dono naturale, istintivo di immaginare una cosa che nessun altro aveva mai pensato prima. Oppure c’è chi esprime creatività connettendo punti che nessuno ha mai connesso prima. Questo secondo punto a Estée Lauder non c’era. Introdurlo mi ha consentito di conciliare creatività e disciplina…”.
L’articolo prosegue ma è quest’ultimo punto che ha aiutato (me, che non frequentavo Beniamino Placido), finalmente, a dare nome a ciò che costantemente – pur non riuscendo a verbalizzarla nella maniera opportuna – mi ha accompagnato negli anni sul lavoro, pur non svolgendo assolutamente compiti e mansioni che classicamente si pensa possano essere assistiti dalla creatività.
Oggi, sono contento di poter dare un nome a qualcosa che ho sempre pensato di avere, ovvero la capacità di mettere in relazione dei punti che esprimono per loro stessi già un pieno significato, ma che se posti in connessione probabilmente costituiscono la soluzione.