estrogeni

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Lorenzo

By Lorenzo
Published 3rd February, 2012

Liberalizzazione,  semplificazione, mercato, concorrenza leale. Parole vuote, finché non proviamo a riempirle di significato concreto, tangibile, quotidiano.
È da tempo che avrei voluto scrivere questo post. Perché le mail inviate alle redazioni dei giornali sono state cestinate (imbavagliate?). Forse perché le ho indirizzate a rubriche di quotidiani appartenenti a gruppi editoriali quotati in borsa? Può essere. E allora chiedo un’eccezione di genere al gestore del blog per questo post, anche se in fondo credo che l’applicazione della tecnologia alla democrazia economica abbia un forte riflesso in termini di socialità (per certi versi, ne abbiamo parlato anche martedì, con l’intervista a Laura Colciago).
Il punto. Spesso mi sono trovato a discutere con amici e conoscenti della necessità che anche nelle cose economiche vi sia la piena assunzione di responsabilità da parte di chi le governa e le indirizza. Accade nei condomini, nei piccoli esercizi commerciali, nei mercati rionali, nella gastronomia sotto casa che fa fatica ad andare avanti.
Perché questo non deve accadere anche nelle grandi società, quelle quotate in borsa? Perché deve esserci asimmetria tra i vantaggi che derivano dal controllare una grande azienda esprimendone il management, accumulando cariche nei consigli di amministrazione, non pagando tra l’altro il premio di maggioranza alle migliaia di piccoli azionisti che costituiscono la vera maggioranza numerica (come capitale e come soci) di aziende come Telecom Italia, Generali, Unicredit, Enel solo per citarne alcune, e le responsabilità che ne derivano? Insegnano in qualsiasi business school (ma l’insegna la vita, in definitiva) che la prima e più importante delle responsabilità si ha verso gli azionisti in senso ampio e non esclusivamente verso i grandi azionisti.
La tecnologia potrebbe venirci in soccorso se solo il nostro ministro dello Sviluppo Economico insieme al ministro dell’Economia – già commissario Ue per la concorrenza di mercato – decretassero che la partecipazione alle assemblee dei soci delle società quotate in borsa può avvenire anche tramite procedura di accreditamento telematico e, conseguentemente, partecipando in diretta web all’assemblea dei soci con possibilità di voto a mezzo posta elettronica certificata. In tal modo, il piccolo azionista che, pur avendo interesse (e i piccoli azionisti rappresentano, appunto, il maggiore degli interessi) ad oggi non trova conveniente ancorché opportuno acquistare un biglietto aereo per presenziare all’assemblea della società di cui è comproprietario, potrebbe premiare o punire a proprio insindacabile giudizio l’operato del management.
Questo fa il paio con la rituale circostanza che vede il piccolo azionista (che, ribadisco,  insieme ai suoi colleghi e compagni di sventura, in numerose situazioni rappresenta la maggioranza del capitale) scaricato dal management quando è chiamato a pagare il prezzo di scelte aziendali. Finanche in occasione dell’approvazione del bilancio, non gli è consentito esprimere un parere sull’operato degli amministratori a cui già personalmente non ha affidato la gestione della propria azienda.
Comprendo che oggi si presentano all’orizzonte ben più sentite necessità. Ma il rischio è che la condizione di affamati o per dirla più bella di indignati, ci consentirà sempre meno spazi per reclamare l’affermazione del principio di democrazia economico-finanziaria che è il cardine di qualsiasi sistema sociale responsabile: governo io e ne rispondo a te.

The Help

Daniela

By Daniela
Published 2nd February, 2012

Sono andata a vedere the Help. Il best seller di Kathryn Stockett nella trasposizione cinematografica.
Uno spaccato del Mississipi anni 60. Una storia vera che fa venire i brividi quando pensi quanto sia vicina quell’epoca.
Il film è costruito bene. Le attrici – pochi uomini a fare da spalla – sono potenti, credibili, appassionate.
Il ritmo ti inganna mescolando ironia a dramma, da Happy Days a Via col vento, da Radici a Huckleberry Finn.
Appena entrata in sala, al veder scorrere le immagini e a sentire le battute, mi sono sentita colpita. Profondamente colpita come quando, una domenica di oramai tre anni fa, mi sono ritrovata su un bus, io unica donna italiana insieme ad altre donne. Tutte nere. Tutte probabilmente the Help, l’aiuto per persone come me. Allora, scrissi in un post: “Reggono l’Italia. Con il loro lavoro, il loro figli, i loro sorrisi riservati ai nostri cari. Non le vedi mai: quando tu ci sei, loro non ci sono. Quando loro ci sono, tu non ci sei”
E il film parla di loro.
Donne, si presentano, che fanno da madri a bambine, ahiloro, figlie di bambine.
Donne, che dedicano cura, attenzione e sguardi amorevoli ai bimbi che le donne che li hanno messi al mondo non riescono a dare.
Donne che creano fiducia, sicurezza e certezza in un mondo finto. Tutto beneficenza stonata e perbenismo.
E la nenia che Aibileen ripete alla piccola Molly “Tu sei carina, tu sei brava, tu sei molto importante” rimane il mantra, la misura di quanto, ieri come oggi, quell’aiuto sia fondamentale.
La storia continua tra pregiudizi, razzismo e ipocrisia. Quella che si compone con una ricostruzione fedele delle atmosfera dell’epoca è  l’immagine di una vita che c’era, e che forse ancora c’è; la testimonianza concreta di quanto fossero indispensabili, quelle donne morbide, nere, affettuose, preziose nella costruzione dell’identità dei bambini che accudivano.
Il resto è coraggio.
Coraggio di sfondare regole leggi ingiuste convenzioni e perbenismo.
Il coraggio di sfidare il certo, mettendo a repentaglio vita, amori, reputazione. Quel coraggio che parte dal sogno di una donna bianca e dal bisogno di una donna nera e che si trasmette, gesto dopo gesto, a tutte le donne che di quelle bimbe bianche le hanno allevate.
Quello che si produce è rivoluzionario. E alla fine la madre della protagonista dovrà suo malgrado dire “IL CORAGGIO, A VOLTE SALTA UNA GENERAZIONE. GRAZIE DI AVERLO RIPORTATO IN FAMIGLIA”. Tra eventi tragicomici, vendette e separazioni il film si chiude. Non è proprio un happy end.  Ma è una consacrazione dolceamara per alcuni e il riconoscimento del valore della condivisione per altre.
Io mi sono commossa, divertita, impensierita.

Il tempo non perdona

Matteo

By Matteo
Published 27th January, 2012

27 gennaio 1945. Le truppe dell’Armata Rossa entrano ad Auschwitz. 55 anni dopo, quel giorno in Italia – che pure ha avuto i suoi morti, che pure ha avuto i suoi torti – diventa sacro alla memoria. Dei sommersi come dei salvati. Di chi in quel campo – in tutti quei campi – ci è bruciato per sempre. Di chi ci ha perso l’anima. Di chi l’ha vista farsi fumo nero, o mucchio d’ossa. 27 gennaio. Un giorno freddo, che nonostante le parole spese, le scuse offerte, i libri scritti e i film girati non potrà mai rendere la privazione. Del sole, che pure è di tutti. Della dignità, che meritano tutti. Della vita, che dovrebbe avere lo stesso valore. Per tutti. Ecco perché oggi sentiamo un po’ più freddo. Le parole sembrano trite. Le immagini (vere) materiali di archivio. E se scavando nei ricordi proprio non troviamo niente, perché quei fatti li abbiamo solo sentiti o visti con mille filtri, resta il tempo a ricordarci le colpe. Se non le nostre, di chi c’era per noi. Per aver permesso che – settant’anni fa – qualcosa di terribile avvenisse. Per aver finto – per anni – che non fosse mai successo. Per aver cercato di esorcizzarlo, quasi fino a riuscirci.

Guestbook. Intervista a Anna Simone

Alessandro

By Alessandro
Published 24th January, 2012

Oggi la G di Guestbook sta anche per Green, tema carissimo alla nostra ospite, Anna Simone, Sociologa Ambientale “di Laurea ma soprattutto di testa” – come afferma sul suo blog. Anna è infatti l’autrice del green blog EcoSpiragli, attraverso il quale racconta le (purtroppo) tante cattive notizie relativa alla situazione ambientale, rallegrandosi infinitamente quando (per fortuna) le capita di trovarne qualcuna positiva. Io e Francesco abbiamo avuto il piacere di conoscerla in occasione del nostro Viaggio al centro dell’innovazione, oggi la intervistiamo con un occhio all’ambiente e uno all’attualità.

Il tuo blog, Ecospiragli, si presenta come “una finestra sull’ecologia e l’ambiente”. Ci racconti com’è nata l’idea di aprire un blog su queste tematiche, e che riscontro hai in termine di partecipazione dei lettori?

Il blog è nato per un’esigenza di comunicazione. Nel senso che mi interessava far arrivare agli altri piccole notizie green o rimedi naturali, spesso sconosciuti. Ho iniziato per gioco, volevo vedere se qualcuno era interessato a quello che scrivevo. E’ andata bene, sono contenta! Ovviamente spero che i lettori aumentino sempre più, anche perché senza di loro avrei già smesso di cercare parole per esprimere concetti.

Rispetto al tema dell’ecologia, quale pensi che sia il valore aggiunto della Rete, e in particolare dei canali social? Pensi che abbiano aiutato in qualche modo a presentare e diffondere una tematica troppo spessa lasciata in secondo piano?

Sono fondamentali per tutti i settori, incluso quello ecologico-ambientale…. hanno un potenziale pazzesco.
Personalmente molte informazioni le scovo sui social network, Twitter è il canale più utile.
Le tematiche green rappresentano l’onda del momento, un’onda che cavalca bene la rete. Tuttavia l’attenzione all’ambiente sta avendo sempre più risonanza anche grazie alle aziende che hanno deciso di puntare sulla green economy, magari spinte dagli incentivi in questa direzione. Dalle indagini di mercato si sono rese conto dell’interesse sociale verso la sostenibilità, hanno investito, e ora ci ritroviamo a poter scegliere prodotti con un basso impatto ambientale. Il successo del verde dipende quindi dalla sensibilità personale verso questo settore, dall’aiuto della rete, che contribuisce e rendere noto ciò che altrimenti resterebbe in secondo piano sui canali di comunicazione tradizionale, e da alcune aziende che sfornano prodotti sostenibili da acquistare. Ci sarebbe anche tutto il discorso del greenwashing e della mancanza di interesse a livello governativo nel ridurre l’inquinamento, ma la risposta diventerebbe troppo lunga e non la leggerebbe nessuno!

Da ormai più di una settimana tutti i media , vecchi e nuovi, offrono una copertura completa (in alcuni casi forse eccessiva) di quanto accaduto all’Isola del Giglio, col naufragio della Concordia. Al netto di tutte le considerazioni di carattere più generico, voglio chiederti – da esperta in materia – come valuti la comunicazione che si sta facendo dei rischi ambientali per l’arcipelago: credi che l’attenzione sia troppa (o troppo poca) rispetto a una tragedia con un numero importante di vittime, o pensi che se ne stia parlando in maniera corretta, sia qualitativamente che quantitativamente?

Sono molto polemica sulla faccenda della Concordia. Se è parlato male, malissimo. Sulla tragedia umana in corso alcuni giornalisti e non, continuano a ricamare in modo ridicolo. Per quanto riguarda il disastro ambientale manca il parere dei veri esperti e mancano le informazioni ufficiali. Mi aspettavo notizie tecniche da parte degli Enti istituzionali, ma non ci sono state. Bisognerebbe spiegare che l’impatto ambientale lo abbiamo avuto già da quando la nave ha toccato il fondale, che durante questi giorni è aumentato anche per via dell’ingente presenza di navi in quella parte di mare, che potrebbe peggiorare drasticamente se dovessero verificarsi delle perdite di carburante, e che continuerà fino a quando non rimuoveranno la nave. Sarebbe il caso di spiegare i perché e fornire i dati scientifici, non limitarsi a considerazioni che assomigliano alle chiacchiere da bar. Durante la conferenza stampa di ieri, qualcosa hanno provato a dire … ma sono passati dieci giorni dall’accaduto.

Oltre ad essere una blogger, hai anche un approccio più giornalistico, visto che collabori anche con altre testate, come ad esempio Linkiesta. In Italia, oggi, quanto è difficile fare informazione sulle tematiche che affronti nei tuoi articoli? Mi riferisco in particolare al fatto che abbiamo ancora tanto da imparare in fatto di trasparenza della PA rispetto a altri Paesi, e quindi immagino che non sempre sia facilissimo trovare fonti attendibili sui dati che servono a scrivere un articolo d’inchiesta.

E’ difficile soprattutto per una questione culturale. Il settore ambientale è sempre stato l’ultima ruota del carro e così ci ritroviamo sia a far poco a livello nazionale, sia con persone impiegate in Enti pubblici, che operano nel green in senso ampio, che purtroppo non hanno la minima passione per la materia e sono del tutto impreparate. Al sud poi, va peggio rispetto al centro-nord e non sono ovvietà ma dati di fatto. Quando ho bisogno di consultare esperti, vi assicuro che dal sud non rispondono quasi mai. A questo aggiungo che mi imbatto in siti internet istituzionali assolutamente inutili, dove non si capisce chi fa cosa e mancano i contatti (numeri di telefono e indirizzi mail). In generale , nel nostro Paese, c’è il malcostume di non rispondere alla richiesta di informazioni, cosa che non si verifica all’estero dove rispondono garbatamente, in tempi rapidi (48 ore) e in maniera completa. A mio avviso chi lavora negli Enti pubblici dovrebbe sentirsi in dovere di fornire informazioni, di divulgarle. Colgo occasione per lanciare un appello: rispondete alla e-mail e richiamate appena rientrate in ufficio, lo stipendio lo paghiamo noi.

Grazie mille Anna, in bocca al lupo per i tuoi progetti.

Crepi il lupo, grazie a voi!

Il ROI del SMM non esiste

Davide

By Davide
Published 23rd January, 2012

Si sente molto parlare del ROI del Social Media Marketing, il Sacro Graal che dovrebbe convincere i CMO ad investire sulle attività di Web Marketing, perché ne renderebbe finalmente misurabili i ritorni.
Vorrei dare il mio piccolo contributo al dibattito: come sanno tutte le aziende che investono efficacemente sulla Rete, il ROI del Social Media Marketing non esiste.
Ne esistono 10, almeno.
Scordatevi quindi una percentuale che indichi il rendimento del capitale investito in attività sulla Rete. E cominciamo a pensare invece, alle possibili prospettive degli investimenti digitali, come suggerito dagli studi più recenti, e ai vantaggi che si possono ottenere per ciascuna.
Le prospettive sono 4, i benefici 10. Eccovi una sbrigativa, ma veritiera, lista:

1.    Risk Management → gestione e prevenzione delle crisi
2.    Risk Management →  possibilità di gestire il customer care via social media
3.    Brand Management → aumento di valore dell’asset Brand
4.    Brand Management → aumento dell’attrattività, della riconoscibilità e della credibilità del marchio
5.    Digital perspective → rapidità di comunicazione con i propri follower, possibilità di entrare rapidamente in contatto con nuovi follower
6.    Digital perspective → migliore conoscenza dei propri clienti e delle loro aspettative
7.    Financial perspective → fidelizzazione dei propri clienti (+ ricavi)
8.    Financial perspective → maggiore targettizzazione delle offerte (+ ricavi)
9.    Financial perspective → aumento della platea di potenziali clienti a cui rivolgersi (+ ricavi)
10.  Financial perspective → aumento del traffico dai social media verso il proprio sito (+ ricavi)

Tutto questo è valido, naturalmente, solo a patto che il social media marketing sia considerata non una attività residuale da fare a budget residuale e solo per dovere di presenza, ma invece una scelta decisiva per l’impresa, e che di conseguenza venga costantemente allineata alle strategie aziendali, semplicemente perché ne è parte integrante.
E ciascun punto della lista, naturalmente, meriterebbe un post dedicato. A partire dal fatto che se una azienda non ha intenzione di comunicare con trasparenza e rigore, forse sono più i rischi che corre che non i vantaggi che potrebbe ottenere, perché sul web tutto è tracciato, e qualunque parola sul web rimane scolpita nella pietra.
Tutto questo era quindi solamente per dire: la formula magica non esiste ancora, e forse è inutile provare a calcolarla perché il valore dell’investimento digitale è lì davanti ai nostri occhi. Si potrebbe obiettare: ma il caso Apple non dimostra che si può essere leader senza stare sui social? La risposta potrebbe essere semplice: non è forse Steve Jobs il primo, grande, insuperato evangelizzatore di community, con i risultati che tutti conosciamo?