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	<title>Estrogeni - Blog. CEO - Alfredo Borrelli. &#187; creatività</title>
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		<title>L&#8217;Aquila. Draquila un anno dopo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 13:59:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessia</dc:creator>
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Ho abitato per molti anni in via Del Falco a L&#8217;Aquila. La strana congiuntura di volatili ha sempre fatto sorridere molti. La stradina è stretta, a pochi passi da Palazzo Camponeschi, la sede della mia facoltà, Lettere e Filosofia e vicina a Palazzo Carli, sede della segreteria e dell&#8217;economato. Avevo uno zerbino orribile con il disegno di una caffettiera che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a class="google_buzz"  
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<p><a href="http://blog.estrogeni.net/wp-content/uploads/2010/04/draquila.jpg"></a>Ho abitato per molti anni in via Del Falco a L&#8217;Aquila. La strana congiuntura di volatili ha sempre fatto sorridere molti. La stradina è stretta, a pochi passi da Palazzo Camponeschi, la sede della mia facoltà, <a href="http://letterefilosofia.cc.univaq.it/">Lettere e Filosofia</a> e vicina a <a href="http://www.univaq.it/6aprile.html">Palazzo Carli</a>, sede della segreteria e dell&#8217;economato. Avevo uno zerbino orribile con il disegno di una caffettiera che augurava &#8220;Buongiorno&#8221; a tutti, a tutte le ore. Al non lontano palazzo Quinzi, al Conservatorio, alla Casa Circondariale, alla chiesa di San Domenico. Zerbino rosso in zona rossa. Tutto è distrutto. Il 6 aprile 2009 alle 3.32 è morta la mia città d&#8217;adozione. Oggi, 6 aprile 2010, giorno della memoria, lo sguardo osserva la città pulsare sotto le macerie. Per il forte amore che mi lega a L&#8217;Aquila, quindi, con immenso piacere ho accolto la notizia che ci occuperemo della comunicazione online del lavoro di Sabina Guzzanti &#8220;Draquila. L&#8217;Italia che trema&#8221;,  distribuito da BIM. Il titolo del film nasce dal web: &#8220;Per la prima volta la rete ha scelto il nome di un film. Per la prima volta tutti sono parte dell’opera. DRAQUILA l’Italia che trema è di tutti&#8221;, leggiamo nelle pagine del <a href="http://www.draquila-ilfilm.it/">sito</a>. Mi piace riportare anche questa frase. &#8220;Da quel 6 aprile 2009 è trascorso un anno. Dodici mesi intensi. Le macerie, le tendopoli, i visi solcati dalle lacrime, poi i prefabbricati, le polemiche, la speranza, infine le rivolte. In questo luogo distrutto ancora non si sedimenta la polvere, che copre come un velo gli animi dei cittadini. Alle 3.32 di questa notte il silenzio si opporrà al frastuono del terremoto. Ricostruire. Non solo con le parole, gli eventi, i progetti. Ricostruire con carriole, mattoni e cemento&#8221;.<br />
Per non dimenticare.</p>
<p><a href="http://www.draquila-ilfilm.it/trailer/"><img class="alignleft size-full wp-image-2875" title="draquila" src="http://blog.estrogeni.net/wp-content/uploads/2010/04/draquila3.jpg" alt="draquila3 LAquila. Draquila un anno dopoEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO" width="500" height="442" /></a></p>
<p><a href="http://blog.estrogeni.net/wp-content/uploads/2010/04/draquila1.jpg"></a><a href="http://www.draquila-ilfilm.it/"></a></p>
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Ho abitato per molti anni in via Del Falco a L&#8217;Aquila. La strana congiuntura di volatili ha sempre fatto sorridere molti. La stradina è stretta, a pochi passi da Palazzo Camponeschi, la sede della mia facoltà, Lettere e Filosofia e vicina a Palazzo Carli, sede della segreteria e dell&#8217;economato. Avevo uno zerbino orribile con il disegno di una caffettiera che augurava &#8220;Buongiorno&#8221; a tutti, a tutte le ore. Al non lontano palazzo Quinzi, al Conservatorio, alla Casa Circondariale, alla chiesa di San Domenico. Zerbino rosso in zona rossa. Tutto è distrutto. Il 6 aprile 2009 alle 3.32 è morta la mia città d&#8217;adozione. Oggi, 6 aprile 2010, giorno della memoria, lo sguardo osserva la città pulsare sotto le macerie. Per il forte amore che mi lega a L&#8217;Aquila, quindi, con immenso piacere ho accolto la notizia che ci occuperemo della comunicazione online del lavoro di Sabina Guzzanti &#8220;Draquila. L&#8217;Italia che trema&#8221;,  distribuito da BIM. Il titolo del film nasce dal web: &#8220;Per la prima volta la rete ha scelto il nome di un film. Per la prima volta tutti sono parte dell’opera. DRAQUILA l’Italia che trema è di tutti&#8221;, leggiamo nelle pagine del sito. Mi piace riportare anche questa frase. &#8220;Da quel 6 aprile 2009 è trascorso un anno. Dodici mesi intensi. Le macerie, le tendopoli, i visi solcati dalle lacrime, poi i prefabbricati, le polemiche, la speranza, infine le rivolte. In questo luogo distrutto ancora non si sedimenta la polvere, che copre come un velo gli animi dei cittadini. Alle 3.32 di questa notte il silenzio si opporrà al frastuono del terremoto. Ricostruire. Non solo con le parole, gli eventi, i progetti. Ricostruire con carriole, mattoni e cemento&#8221;.
Per non dimenticare.


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		<title>La vigilia di Natale e i sette nani</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 17:36:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela</dc:creator>
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Vigilia di Natale, si aspetta l’inizio della cena. Gioco con mio nipote, 2 anni il prossimo febbraio. È nella fase di nanite acuta: Biancaneve e i sette anni ovunque. Come si chiamano i sette nani?  chiedo ingenuamente. E  lui, impassibile: Dotto, Gongolo, Eolo, Cucciolo, Brontolo, Mammolo e Pisolo. Resto senza parole, io che a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a class="google_buzz"  
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<p>Vigilia di Natale, si aspetta l’inizio della cena. Gioco con mio nipote, 2 anni il prossimo febbraio. È nella fase di nanite acuta: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Biancaneve_e_i_sette_nani_(film_1937)">Biancaneve e i sette anni </a>ovunque. <em>Come si chiamano i sette nani? </em> chiedo ingenuamente. E  lui, impassibile: <em>Dotto, Gongolo, Eolo, Cucciolo, Brontolo, Mammolo e Pisolo</em>. Resto senza parole, io che a 35 anni ancora non distinguo Gongolo da Mammolo! Ma la serata è appena iniziata. Zio Alfredo interviene, a modo suo: <em>Ma questo si chiama Datolo? E questo con il raffreddore si chiama Moccolo?</em> È la fine: creatività e razionalità si scontrano all’ultimo nano. Mia sorella urla dalla cucina <em>non dire così, lo confondi! Per te è un gioco ma per lui è una cosa seria</em>. Troppo tardi! Per noi, incuranti delle regole e amanti del pensiero libero, è appena nato il gioco del nano. Come si chiama il nano idraulico? Gocciolo. Il nano spazza camino? Comignolo. Il nano nel traffico napoletano? Svicolo. Il nano ubriaco? Brindolo. Il nano aviatore? Velivolo. Il nano sbandieratore? Sventolo. Impossibile smettere, siamo andati avanti per ore, in un andirivieni di risate, in un’alternanza di ma tu lo sai come si chiama il nano&#8230;?<br />
Abbiamo scoperto un gioco. Semplice, lungo, divertente, stimolante, per tutti.  Un gioco che, con buona pace di mia sorella, ha dato libero sfogo alla nostra creatività e spalancato le porte della fantasia. E mentre ripensavo al <a href="http://blog.estrogeni.net/life-in/in-alternativa/">post</a> di Alfredo e a come sia facile uccidere la creatività, mi ritrovavo in queste parole di Rodari che, nella <a href="http://www.einaudi.it/libro/scheda/(isbn)/978880638174/">Grammatica della Fantasia</a>, scrive <em>apparteniamo alla schiera di chi crede nella necessità che l&#8217;immaginazione abbia il suo posto nell&#8217;educazione;  di chi ha fiducia nella creatività infantile; di chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola</em>.<br />
Ma lo sai come si chiama il nano al pianoterra? Sottolo. Il nano cuoco? Mestolo. Il nano centenario? Secolo. Il nano infante? Pargolo. Il nano silente? Mutolo. Il nano fruttivendolo? Cavolo. Il nano palestrato? Muscolo. Il nano magliaio? Gomitolo. Il nano cantante? Usignolo. Il nano che attacca bottone? Asolo.</p>
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Vigilia di Natale, si aspetta l’inizio della cena. Gioco con mio nipote, 2 anni il prossimo febbraio. È nella fase di nanite acuta: Biancaneve e i sette anni ovunque. Come si chiamano i sette nani?  chiedo ingenuamente. E  lui, impassibile: Dotto, Gongolo, Eolo, Cucciolo, Brontolo, Mammolo e Pisolo. Resto senza parole, io che a 35 anni ancora non distinguo Gongolo da Mammolo! Ma la serata è appena iniziata. Zio Alfredo interviene, a modo suo: Ma questo si chiama Datolo? E questo con il raffreddore si chiama Moccolo? È la fine: creatività e razionalità si scontrano all’ultimo nano. Mia sorella urla dalla cucina non dire così, lo confondi! Per te è un gioco ma per lui è una cosa seria. Troppo tardi! Per noi, incuranti delle regole e amanti del pensiero libero, è appena nato il gioco del nano. Come si chiama il nano idraulico? Gocciolo. Il nano spazza camino? Comignolo. Il nano nel traffico napoletano? Svicolo. Il nano ubriaco? Brindolo. Il nano aviatore? Velivolo. Il nano sbandieratore? Sventolo. Impossibile smettere, siamo andati avanti per ore, in un andirivieni di risate, in un’alternanza di ma tu lo sai come si chiama il nano&#8230;?
Abbiamo scoperto un gioco. Semplice, lungo, divertente, stimolante, per tutti.  Un gioco che, con buona pace di mia sorella, ha dato libero sfogo alla nostra creatività e spalancato le porte della fantasia. E mentre ripensavo al post di Alfredo e a come sia facile uccidere la creatività, mi ritrovavo in queste parole di Rodari che, nella Grammatica della Fantasia, scrive apparteniamo alla schiera di chi crede nella necessità che l&#8217;immaginazione abbia il suo posto nell&#8217;educazione;  di chi ha fiducia nella creatività infantile; di chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola.
Ma lo sai come si chiama il nano al pianoterra? Sottolo. Il nano cuoco? Mestolo. Il nano centenario? Secolo. Il nano infante? Pargolo. Il nano silente? Mutolo. Il nano fruttivendolo? Cavolo. Il nano palestrato? Muscolo. Il nano magliaio? Gomitolo. Il nano cantante? Usignolo. Il nano che attacca bottone? Asolo.
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		<title>La comunione spirituale delle comunicazione</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 15:45:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
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La pausa pranzo è sempre fonte di ispirazione. Nel parlare delle comprensione testuale di un infante, mi è saltata alla mente la grammatica generativa di Chomsky e ho iniziato a visualizzare il diagramma ad albero, ma non testuale con sintagmi nominali, verbali e sostantivi, ma per immagini. Ho pensato come possa comprendere un concetto un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a class="google_buzz"  
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<p>La pausa pranzo è sempre fonte di ispirazione. Nel parlare delle comprensione testuale di un infante, mi è saltata alla mente la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Grammatica_generativa">grammatica generativa</a> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Noam_Chomsky">Chomsky</a> e ho iniziato a visualizzare il diagramma ad albero, ma non testuale con sintagmi nominali, verbali e sostantivi, ma per immagini. Ho pensato come possa comprendere un concetto un bambino, come lo possa fare attraverso le immagine ed è venuta fuori una cosa incomunicabile. Un viaggio mentale, un processo generativo, ma incomunicabile. Fermo la mia immaginazione e torno a lavoro, virtuale. Ed è proprio lì, nel contesto dematerializzato, che salta fuori un vecchio film. <a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=33975">Waking life</a> (risvegliare la vita), un film onirico in cui &#8220;l&#8217;esser sani di mente non è che pazzia tesa al buon uso; la vita da svegli è un sogno sotto controllo&#8221;. Un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sogno_lucido">sogno lucido </a>in cui si discute di tutto e si riflette sul senso della vita. Uno dei personaggi si sofferma, in poco più di un minuto, a considerare il senso della comunicazione, di come un individuo si spinga all&#8217;uso di simboli morti, inermi, insignificanti per uscire da quell&#8217;isolamento dovuto all&#8217;incomunicabilità. Questo necrofilo uso dei simboli, deriva dalla paura di fermarsi all&#8217;albero d&#8217;immagini. La comunicazione, che riusciamo a stabilire con gli altri ci permette di superare la staticità in cui siamo immersi e muoverci verso l&#8217;altro, verso l&#8217;ignoto, verso le esperienza che modellano il nostro essere. La comunicazione è una sorta di comunione spirituale, una religione, per cui e grazie alla quale noi viviamo.<br />
La comunicazione è il primo e indiscutibile atto di creatività umana.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/UNKVPY2UwZs&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/UNKVPY2UwZs&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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La pausa pranzo è sempre fonte di ispirazione. Nel parlare delle comprensione testuale di un infante, mi è saltata alla mente la grammatica generativa di Chomsky e ho iniziato a visualizzare il diagramma ad albero, ma non testuale con sintagmi nominali, verbali e sostantivi, ma per immagini. Ho pensato come possa comprendere un concetto un bambino, come lo possa fare attraverso le immagine ed è venuta fuori una cosa incomunicabile. Un viaggio mentale, un processo generativo, ma incomunicabile. Fermo la mia immaginazione e torno a lavoro, virtuale. Ed è proprio lì, nel contesto dematerializzato, che salta fuori un vecchio film. Waking life (risvegliare la vita), un film onirico in cui &#8220;l&#8217;esser sani di mente non è che pazzia tesa al buon uso; la vita da svegli è un sogno sotto controllo&#8221;. Un sogno lucido in cui si discute di tutto e si riflette sul senso della vita. Uno dei personaggi si sofferma, in poco più di un minuto, a considerare il senso della comunicazione, di come un individuo si spinga all&#8217;uso di simboli morti, inermi, insignificanti per uscire da quell&#8217;isolamento dovuto all&#8217;incomunicabilità. Questo necrofilo uso dei simboli, deriva dalla paura di fermarsi all&#8217;albero d&#8217;immagini. La comunicazione, che riusciamo a stabilire con gli altri ci permette di superare la staticità in cui siamo immersi e muoverci verso l&#8217;altro, verso l&#8217;ignoto, verso le esperienza che modellano il nostro essere. La comunicazione è una sorta di comunione spirituale, una religione, per cui e grazie alla quale noi viviamo.
La comunicazione è il primo e indiscutibile atto di creatività umana.

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		<title>La colomba cinguettante</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 17:50:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
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Avevo qualcosa da dire. Avevo qualcosa da leggere. Avevo qualcosa da vedere. Poi arriva lui e mi spiazza. Educazione alla creatività o la creatività non ha bisogno di educazione? Chiudo twitter, sposto Godin e mi allontano senza meta. Prendo una rivista, che dovrebbe concedere distrazione o almeno spazi di appiattimento mentale. Wired. Internet for peace. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a class="google_buzz"  
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src="http://blog.estrogeni.net/wp-content/plugins/google-buzz-button/images/google-buzz.png" alt="Google Buzz" title="La colomba cinguettante  Estrogeni   Alfredo Borrelli   CEO" /></a><div class="tweetmeme_button" style="float: left; margin-left: 10px; margin-right: 20px;">
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<p>Avevo qualcosa da dire. Avevo qualcosa da leggere. Avevo qualcosa da vedere. Poi arriva <a href="http://creativoquantobasta.blogspot.com/">lui</a> e mi spiazza. Educazione alla creatività o la creatività non ha bisogno di educazione? Chiudo twitter, sposto Godin e mi allontano senza meta. Prendo una rivista, che dovrebbe concedere distrazione o almeno spazi di appiattimento mentale. Wired. <a href="http://www.internetforpeace.org/manifesto.cfm">Internet for peace</a>. Niete pausa. Lettera di adesione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Shirin_Ebadi">Shirin Ebadi</a>. Niente appiattimento mentale. Il multitasking mentale inizia a mescolare immagini, parole e foto. Mi sembra di essere<a href="http://www.youtube.com/watch?v=QComFWf0DUo"> Johnny</a>.<br />
Ebadi<a href="http://www.wired.it/magazine/archivio/2009/10/storie/internet-for-peace-shirin-ebadi.aspx"> sostiene apertamente</a>, come ha sempre fatto, il potere della rete. Quella rete che ha permesso, nei giorni successi alle elezioni presidenziali iraniane del 2009, di mettere in luce, di illuminare a giorno la contestazione del popolo iraniano. Quella contestazione che non è passata inosservata, che non è stata messa a tacere dal regime, che non è stata circoscritta all&#8217;ambito territoriale. Una contestazione che tramite internet è diventata di tutti. In piazza non c&#8217;era solo qualche giovane contestatore, ma il mondo intero. Non c&#8217;erano le tv, non c&#8217;erano le radio, non c&#8217;erano i giornalisti ma c&#8217;era il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Internet">pargolo mediatico</a> (anche se maggiorenne). Quella nascente rete mediatica, che tramite le sue molteplici porte di accesso, ha permesso di far conoscere, al mondo intero, il <a href="http://www.wired.it/magazine/archivio/2009/10/storie/online-revolution.aspx">dissenso</a> e la risposta violenta del regime iraniano. L&#8217;informazione, con la quale si costruisce la democrazia, è stata veicolata attraverso un mezzo immediato, condiviso, libero, non censurabile e semplice. Non c&#8217;è stato bisogno di giornalisti, registi, montatori o scrittorio. È bastato un terminale, 140 caratteri un social network. Tra il 7 e il 26 giugno su Twitter sono stati postati 2 milioni di cinguettii, riguardati le consultazione elettorali. 280 mil di caratteri che hanno fatto informazione, che hanno diffuso la realtà, che hanno costruito la pace.<br />
Non avranno cambiato il mondo, il regime non è caduto e i dissidenti vengono ancora arrestati. La guerra non è stata vinta, ma la battaglia con un regime totalitario è stata vinta. La gente ha saputo. La gente è stata coinvolta. La gente è colpevolmente protagonista del silenzio.<br />
La forza della rete è tutta qui. È la consapevolezza di poter usare il mezzo per costruire, definire e mantenere la pace. Un blogger professionista o un semplice following  possono costruire un domani diverso, lo possono fare tramite la rete. Demonizzare il medium è riservato solo a chi non sa adattarsi ai cambiamenti.</p>
<p>Queste parole sono per <a href="http://www.youtube.com/watch?v=6yDmROF3Qss">Neda</a>. Non perché siano cariche di valori, ma solo perché è l&#8217;utilizzatore a costruire la pace. Non soffermatevi sul sangue, sulla violenza dell&#8217;immagine, sul shock che potrebbe causarvi, ma soffermatevi sullo sguardo in macchina di quella donna, che per il regime risultava scomoda. Uno sguardo che interroga. Uno sguardo privo d&#8217;odio. Uno sguardo carico di coraggio.</p>
<p>&#8230; meglio riprendere i libri.</p>
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Avevo qualcosa da dire. Avevo qualcosa da leggere. Avevo qualcosa da vedere. Poi arriva lui e mi spiazza. Educazione alla creatività o la creatività non ha bisogno di educazione? Chiudo twitter, sposto Godin e mi allontano senza meta. Prendo una rivista, che dovrebbe concedere distrazione o almeno spazi di appiattimento mentale. Wired. Internet for peace. Niete pausa. Lettera di adesione di Shirin Ebadi. Niente appiattimento mentale. Il multitasking mentale inizia a mescolare immagini, parole e foto. Mi sembra di essere Johnny.
Ebadi sostiene apertamente, come ha sempre fatto, il potere della rete. Quella rete che ha permesso, nei giorni successi alle elezioni presidenziali iraniane del 2009, di mettere in luce, di illuminare a giorno la contestazione del popolo iraniano. Quella contestazione che non è passata inosservata, che non è stata messa a tacere dal regime, che non è stata circoscritta all&#8217;ambito territoriale. Una contestazione che tramite internet è diventata di tutti. In piazza non c&#8217;era solo qualche giovane contestatore, ma il mondo intero. Non c&#8217;erano le tv, non c&#8217;erano le radio, non c&#8217;erano i giornalisti ma c&#8217;era il pargolo mediatico (anche se maggiorenne). Quella nascente rete mediatica, che tramite le sue molteplici porte di accesso, ha permesso di far conoscere, al mondo intero, il dissenso e la risposta violenta del regime iraniano. L&#8217;informazione, con la quale si costruisce la democrazia, è stata veicolata attraverso un mezzo immediato, condiviso, libero, non censurabile e semplice. Non c&#8217;è stato bisogno di giornalisti, registi, montatori o scrittorio. È bastato un terminale, 140 caratteri un social network. Tra il 7 e il 26 giugno su Twitter sono stati postati 2 milioni di cinguettii, riguardati le consultazione elettorali. 280 mil di caratteri che hanno fatto informazione, che hanno diffuso la realtà, che hanno costruito la pace.
Non avranno cambiato il mondo, il regime non è caduto e i dissidenti vengono ancora arrestati. La guerra non è stata vinta, ma la battaglia con un regime totalitario è stata vinta. La gente ha saputo. La gente è stata coinvolta. La gente è colpevolmente protagonista del silenzio.
La forza della rete è tutta qui. È la consapevolezza di poter usare il mezzo per costruire, definire e mantenere la pace. Un blogger professionista o un semplice following  possono costruire un domani diverso, lo possono fare tramite la rete. Demonizzare il medium è riservato solo a chi non sa adattarsi ai cambiamenti.
Queste parole sono per Neda. Non perché siano cariche di valori, ma solo perché è l&#8217;utilizzatore a costruire la pace. Non soffermatevi sul sangue, sulla violenza dell&#8217;immagine, sul shock che potrebbe causarvi, ma soffermatevi sullo sguardo in macchina di quella donna, che per il regime risultava scomoda. Uno sguardo che interroga. Uno sguardo privo d&#8217;odio. Uno sguardo carico di coraggio.
&#8230; meglio riprendere i libri.
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		<title>A lezione di creatività</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 15:23:54 +0000</pubDate>
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Permettete? Un pensiero poetico.
In periodo di tesi (sembra una vita fa, in realtà sono passati appena nove mesi) non ricordo il numero di articoli, pagine web, video, news, post, topic e spunti vari che mi piovvero addosso. Non so se ero io a cercarli, o loro a trovare me tutte le volte che mi avvicinavo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a class="google_buzz"  
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<p>Permettete? Un pensiero poetico.<br />
In periodo di tesi (sembra una vita fa, in realtà sono passati appena nove mesi) non ricordo il numero di articoli, pagine web, video, news, post, topic e spunti vari che mi piovvero addosso. Non so se ero io a cercarli, o loro a trovare me tutte le volte che mi avvicinavo al pc. La rete ha dei percorsi infiniti, e oggi come allora andavo alla ricerca di qualsiasi cosa appagasse la mia curiosità. Oggi, seguo (o cerco di&#8230;) almeno 40 siti che parlano di comunicazione, marketing, viralità, creatività, editing e compositing.<br />
Ma tutto, dico tutto, non sarebbe successo se non avessi visto questo video. </p>
<p><object width="400" height="300"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="movie" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=2477975&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" /><embed src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=2477975&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always" width="400" height="300"></embed></object>
<p><a href="http://vimeo.com/2477975">Ken Robinson &#8211; Do Schools Kill Creativity?</a> from <a href="http://vimeo.com/user464212">Andrea Benassi</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
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Permettete? Un pensiero poetico.
In periodo di tesi (sembra una vita fa, in realtà sono passati appena nove mesi) non ricordo il numero di articoli, pagine web, video, news, post, topic e spunti vari che mi piovvero addosso. Non so se ero io a cercarli, o loro a trovare me tutte le volte che mi avvicinavo al pc. La rete ha dei percorsi infiniti, e oggi come allora andavo alla ricerca di qualsiasi cosa appagasse la mia curiosità. Oggi, seguo (o cerco di&#8230;) almeno 40 siti che parlano di comunicazione, marketing, viralità, creatività, editing e compositing.
Ma tutto, dico tutto, non sarebbe successo se non avessi visto questo video. 

Ken Robinson &#8211; Do Schools Kill Creativity? from Andrea Benassi on Vimeo.
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		<title>Disease marketing</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 17:23:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
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Questo è marketing. Un marketing non ipodermico ma contestuale, non invadente ma invasivo, non avvolgente ma coinvolgente. Un marketing esperienziale. Un marketing che ha la capacità di immergere il fruitore, ignaro, all&#8217;interno della stessa situazione di vita di chi vive il disagio. Un modo creativo di trasmettere e far comprendere un disagio, che può sembrare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a class="google_buzz"  
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			</a>
		</div>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;">Questo è marketing. Un marketing non ipodermico ma contestuale, non invadente ma invasivo, non avvolgente ma coinvolgente. Un marketing esperienziale. Un marketing che ha la capacità di immergere il fruitore, ignaro, all&#8217;interno della stessa situazione di vita di chi vive il disagio. Un modo creativo di trasmettere e far comprendere un disagio, che può sembrare così lontano ed evitabile. Un disagio che noti solo quando ci sei dentro ed è solo in quel momento che sei pronto a combatterlo.<br />
La campagna <a href="http://www.regalamemoria.com/flash.php">Regalamemoria</a> condotta per l&#8217;associazione spagnola <a href="http://afal.es/AFAL/index.php">afal</a> è riuscita nell&#8217;intento.<br />
L&#8217;Alzheimer è un processo degenerativo, che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo gradualmente l&#8217;individuo, che ne è affetto, incapace di una vita normale. Si dimentica il passato, non si comprende il presente né si percepisce il futuro. Uno stato confusionale che spiazza, che genera vuoto, che ingoia chi ne soffre. Proprio questa confusione, questo vuoto, quest&#8217;isolamento vengono infusi dall&#8217;attività di marketing e rendono il fruitore non partecipe ma ammalato.<br />
This is marketing. O meglio, Disease marketing.</p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/XwlcweCdSnI&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/XwlcweCdSnI&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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Questo è marketing. Un marketing non ipodermico ma contestuale, non invadente ma invasivo, non avvolgente ma coinvolgente. Un marketing esperienziale. Un marketing che ha la capacità di immergere il fruitore, ignaro, all&#8217;interno della stessa situazione di vita di chi vive il disagio. Un modo creativo di trasmettere e far comprendere un disagio, che può sembrare così lontano ed evitabile. Un disagio che noti solo quando ci sei dentro ed è solo in quel momento che sei pronto a combatterlo.
La campagna Regalamemoria condotta per l&#8217;associazione spagnola afal è riuscita nell&#8217;intento.
L&#8217;Alzheimer è un processo degenerativo, che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo gradualmente l&#8217;individuo, che ne è affetto, incapace di una vita normale. Si dimentica il passato, non si comprende il presente né si percepisce il futuro. Uno stato confusionale che spiazza, che genera vuoto, che ingoia chi ne soffre. Proprio questa confusione, questo vuoto, quest&#8217;isolamento vengono infusi dall&#8217;attività di marketing e rendono il fruitore non partecipe ma ammalato.
This is marketing. O meglio, Disease marketing.

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		<title>Write of writing</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2009 11:02:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
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L&#8217;arte è facilmente etichettabile come un atto di vandalismo e oggi è ancora più facile farlo nei confronti dell&#8217;arte contemporanea. Ancora più difficile è comprendere o meglio etichettare il writing come arte. Questo voglia di etichettare tutto ciò che ci circonda non per la volontà di comprendere, ma esclusivamente per attaccare e escludere. Il writing [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a class="google_buzz"  
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<p style="text-align: left;">L&#8217;arte è facilmente etichettabile come un atto di vandalismo e oggi è ancora più facile farlo nei confronti dell&#8217;arte contemporanea. Ancora più difficile è comprendere o meglio etichettare il writing come arte. Questo voglia di etichettare tutto ciò che ci circonda non per la volontà di comprendere, ma esclusivamente per attaccare e escludere. Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Writing">writing</a> è una manifestazione sociale, culturale e artistica basata sull&#8217;espressione della propria creatività tramite interventi sul tessuto urbano. Non è facile analizzare questa forma di arte così veloce, temporanea, &#8220;vandalica&#8221; e che sembra non avere nessun legame con l&#8217;arte classica, ma facilmete si tende a denigrarla finché poi l&#8217;opera non compare su dei <a href="http://www.pigna.it/prodotti_pignamoda_03.html">quaderni e diari o biglietti di auguri</a> e viene accettata da tutti.  Una società che non impara mai dagli eventi passati, dagli errori. Non impara da quel writer mai compreso, sul quale  si organizza <a href="http://www.triennale.it/triennale/sito_html/keith/index_tot.htm">la triennale di Milano</a> o quel <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Michel_Basquiat">pupillo</a> di Warhol, che il comune di Roma è riuscito a portare in <a href="http://roma.repubblica.it/multimedia/home/3081512">mostra</a> solo vent&#8217;anni dopo la sua morte. Anche se oggi Haring e Basquiat sono facilmente riconosciuti come artisti, basta <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_agosto_04/armani_writer_5c6aade2-80f7-11de-87b4-00144f02aabc.shtml">girare lo sguardo</a> e si torna al punto di partenza. <a href="http://www.gzzglz.com/"> Zevs</a>, insieme al più noto <a href="http://www.banksy.co.uk/">Banksy</a>, può essere considerato uno dei maggiori esponenti dell&#8217;arte contemporanea ma quando si <a href="http://link.brightcove.com/services/player/bcpid1320158552?bctid=29273964001">tocca l&#8217;alta moda</a>, facilmente riconosciuta come arte, scatta la concezione di vandalismo. Le opere di Zevs sembrano, all&#8217;occhio dello spettatore profano, qualcosa di inutie e di facile realizzazione. L&#8217;idea dell&#8217;artista invece è molto più complessa, egli riesce a mette in ralazione i loghi dei grandi marchi, che identificano le tribù della società liquida, con la street art. Ricchezza economica con povertà di mezzi, relazione geniale quanto scomoda. Il writing è arte, l&#8217;arte è comunicazione. Qualcosa di così banale che in molti hanno compreso e in pochi metto in atto. <a href="http://www.sendamessage.nl/">Send a message</a> è un&#8217;organizzazione non governativa, che sta usando il writing come forma di comunicazione. Permette a qualsiasi utente della rete, quindi potenzialmente a tutto il mondo, di poter esprimere la proprio idea attraverso un messaggio scritto con lo spray sulle lastre di cemento di uno degli ultimi <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/1777/Il+muro+di+Israele">muri delle vergogna</a> rimasto in piedi. Un muro nato per (dividere) delle realtà difficili, per (allontanare) gli individui, per (non comprendere) le diversità culturali e che viene usato per (unire) delle realtà distanti, per (avvicinare) culture differenti, per (comprendere) come delle parole possano cambiare la realtà.</p>
<p style="text-align: center;">
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L&#8217;arte è facilmente etichettabile come un atto di vandalismo e oggi è ancora più facile farlo nei confronti dell&#8217;arte contemporanea. Ancora più difficile è comprendere o meglio etichettare il writing come arte. Questo voglia di etichettare tutto ciò che ci circonda non per la volontà di comprendere, ma esclusivamente per attaccare e escludere. Il writing è una manifestazione sociale, culturale e artistica basata sull&#8217;espressione della propria creatività tramite interventi sul tessuto urbano. Non è facile analizzare questa forma di arte così veloce, temporanea, &#8220;vandalica&#8221; e che sembra non avere nessun legame con l&#8217;arte classica, ma facilmete si tende a denigrarla finché poi l&#8217;opera non compare su dei quaderni e diari o biglietti di auguri e viene accettata da tutti.  Una società che non impara mai dagli eventi passati, dagli errori. Non impara da quel writer mai compreso, sul quale  si organizza la triennale di Milano o quel pupillo di Warhol, che il comune di Roma è riuscito a portare in mostra solo vent&#8217;anni dopo la sua morte. Anche se oggi Haring e Basquiat sono facilmente riconosciuti come artisti, basta girare lo sguardo e si torna al punto di partenza.  Zevs, insieme al più noto Banksy, può essere considerato uno dei maggiori esponenti dell&#8217;arte contemporanea ma quando si tocca l&#8217;alta moda, facilmente riconosciuta come arte, scatta la concezione di vandalismo. Le opere di Zevs sembrano, all&#8217;occhio dello spettatore profano, qualcosa di inutie e di facile realizzazione. L&#8217;idea dell&#8217;artista invece è molto più complessa, egli riesce a mette in ralazione i loghi dei grandi marchi, che identificano le tribù della società liquida, con la street art. Ricchezza economica con povertà di mezzi, relazione geniale quanto scomoda. Il writing è arte, l&#8217;arte è comunicazione. Qualcosa di così banale che in molti hanno compreso e in pochi metto in atto. Send a message è un&#8217;organizzazione non governativa, che sta usando il writing come forma di comunicazione. Permette a qualsiasi utente della rete, quindi potenzialmente a tutto il mondo, di poter esprimere la proprio idea attraverso un messaggio scritto con lo spray sulle lastre di cemento di uno degli ultimi muri delle vergogna rimasto in piedi. Un muro nato per (dividere) delle realtà difficili, per (allontanare) gli individui, per (non comprendere) le diversità culturali e che viene usato per (unire) delle realtà distanti, per (avvicinare) culture differenti, per (comprendere) come delle parole possano cambiare la realtà.


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		<title>Prima di partire&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 12:52:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
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Orami per molti oggi è l&#8217;utimo giorno prima delle tanto attese vacanze estive. C&#8217;è chi punta al nord della Gemania e chi invece non va più in là di Venezia, ma l&#8217;importante è partire, vedere e comprendere altre realtà. Io non parto ancora, sono in fase di elaborazione per le mie vacanze estive, ma prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a class="google_buzz"  
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src="http://blog.estrogeni.net/wp-content/plugins/google-buzz-button/images/google-buzz.png" alt="Google Buzz" title="Prima di partire... Estrogeni   Alfredo Borrelli   CEO" /></a><div class="tweetmeme_button" style="float: left; margin-left: 10px; margin-right: 20px;">
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		</div>
<p>Orami per molti oggi è l&#8217;utimo giorno prima delle tanto attese vacanze estive. C&#8217;è chi punta al nord della Gemania e chi invece non va più in là di Venezia, ma l&#8217;importante è partire, vedere e comprendere altre realtà. Io non parto ancora, sono in fase di elaborazione per le mie vacanze estive, ma prima di mettere la zaino in spalla ho provveduto a partecipare alla lotteria planetaria messa su dall&#8217; <a href="http://www.instituteforhumancontinuity.org/">IHC </a> (Institute for Human Continuity). L&#8217; Istituto per la sopravvivenza del genere umano mette in palio un posto all&#8217;interno dell&#8217;unico rifugio mondiale, che possa permettere il salvataggio del genere umano. C&#8217;è un piccolo problemino. Un solo posto disponibile e 10.303.358 persone che vogliono quel posto. L&#8217;unica possibilità di potersi salvare dalla catastrofe del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Teorie_apocalittiche_sul_21_dicembre_2012">2012</a>, è registrarsi alla lotteria planetaria, incrociare le dita e attendere meno di dieci giorni i risultati.</p>
<p><a class="lightbox" title="lotteria" href="http://blog.estrogeni.net/wp-content/uploads/2009/07/lotteria.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1353" title="lotteria" src="http://blog.estrogeni.net/wp-content/uploads/2009/07/lotteria-300x176.jpg" alt="lotteria 300x176 Prima di partire...Estrogeni   Alfredo Borrelli   CEO" width="300" height="176" /></a></p>
<p>La profezia Maya &#8220;assicura&#8221; che il 21 dicembre 2012 un cataclisma colpirà la terra, portando distruzione e morte. Una sceneggiatura già scritta, che  <a href="http://www.mymovies.it/biografia/?r=3965">Roland Emmerich</a> ha usato per surfare il ritorno del genere catastrofico nel mondo cinematografico. Il portfolio di Roland è ricco di catastrofi, si va dalla <a href="http://www.mymovies.it/trailer/?id=46911">genesi umana</a> alle<a href="http://www.mymovies.it/trailer/?id=35053"> problematiche ambientali</a>, dalle  <a href="http://www.mymovies.it/trailer/?id=11925">invasione terrestre</a> all&#8217; <a href="http://www.mymovies.it/trailer/?id=10789">alligatore mangia uomini</a>. Oggi ha deciso di concentrarsi sul futuro o meglio sul nonfuturo. <a href="http://www.whowillsurvive2012.com/"> 2012 </a> è l&#8217;ultimo blockbuster catastrofista, prossimamente nelle sale, che ha avuto il coraggio di servisi della comunicazione non convenzionale per farsi conoscere. L&#8217;ottima realizzazione del sito, rende molto credibile l&#8217;autenticità dell&#8217;associazione anche grazie alla grande quantità di materile informativo sulla potenziale fine del mondo. Animazioni flash e  voce narrante alla superquark vi introdurranno alla &#8220;fine del mondo&#8221;.<br />
Non pensarci due volte, magari i 113.500.000€ del superenalotto non basteranno a salvarti, tanto vale<a href="http://www.instituteforhumancontinuity.org/#/lottery"> tentare</a>.</p>
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Orami per molti oggi è l&#8217;utimo giorno prima delle tanto attese vacanze estive. C&#8217;è chi punta al nord della Gemania e chi invece non va più in là di Venezia, ma l&#8217;importante è partire, vedere e comprendere altre realtà. Io non parto ancora, sono in fase di elaborazione per le mie vacanze estive, ma prima di mettere la zaino in spalla ho provveduto a partecipare alla lotteria planetaria messa su dall&#8217; IHC  (Institute for Human Continuity). L&#8217; Istituto per la sopravvivenza del genere umano mette in palio un posto all&#8217;interno dell&#8217;unico rifugio mondiale, che possa permettere il salvataggio del genere umano. C&#8217;è un piccolo problemino. Un solo posto disponibile e 10.303.358 persone che vogliono quel posto. L&#8217;unica possibilità di potersi salvare dalla catastrofe del 2012, è registrarsi alla lotteria planetaria, incrociare le dita e attendere meno di dieci giorni i risultati.

La profezia Maya &#8220;assicura&#8221; che il 21 dicembre 2012 un cataclisma colpirà la terra, portando distruzione e morte. Una sceneggiatura già scritta, che  Roland Emmerich ha usato per surfare il ritorno del genere catastrofico nel mondo cinematografico. Il portfolio di Roland è ricco di catastrofi, si va dalla genesi umana alle problematiche ambientali, dalle  invasione terrestre all&#8217; alligatore mangia uomini. Oggi ha deciso di concentrarsi sul futuro o meglio sul nonfuturo.  2012  è l&#8217;ultimo blockbuster catastrofista, prossimamente nelle sale, che ha avuto il coraggio di servisi della comunicazione non convenzionale per farsi conoscere. L&#8217;ottima realizzazione del sito, rende molto credibile l&#8217;autenticità dell&#8217;associazione anche grazie alla grande quantità di materile informativo sulla potenziale fine del mondo. Animazioni flash e  voce narrante alla superquark vi introdurranno alla &#8220;fine del mondo&#8221;.
Non pensarci due volte, magari i 113.500.000€ del superenalotto non basteranno a salvarti, tanto vale tentare.
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				<input style="float:left;" type="image" width="40" height="40" src="http://blog.estrogeni.net/wp-content/plugins/vozme/img/megaphone40x40w.gif" alt="Ascolta questo post" onclick="window.open('', '8cc872422a73afbdffd44a95c9d24f02', 'width=600,height=370,scrollbars=yes,location=yes,menubar=yes,resizable=yes,status=yes,toolbar=yes');">
				<div style="margin-left:48px; text-align:left;"><a style="font-size:12px;" href="javascript:void(0);" onclick="window.open('', '8cc872422a73afbdffd44a95c9d24f02', 'width=600,height=370,scrollbars=yes,location=yes,menubar=yes,resizable=yes,status=yes,toolbar=yes'); document.getElementById('vozme_form_8cc872422a73afbdffd44a95c9d24f02').submit();">Ascolta<br/>questo post</a></div>
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		<title>Viralità &gt; Creatività</title>
		<link>http://blog.estrogeni.net/vita-aziendale/viralita-creativita/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Jul 2009 10:16:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Spigolature]]></category>
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Credo che nel mio percorso di studi ci sia stato un momento in cui una pietra ha impattato sul vetro delle mie nozioni, deflagrandolo clamorosamente prima che me ne rendessi conto. Questa pietra è stata la parola &#8220;Marketing non-convenzionale&#8221;. Pensandoci oggi, credo che sia stato un bene aver conosciuto questa forma di comunicazione prima di [...]]]></description>
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<p>Credo che nel mio percorso di studi ci sia stato un momento in cui una pietra ha impattato sul vetro delle mie nozioni, deflagrandolo clamorosamente prima che me ne rendessi conto. Questa pietra è stata la parola &#8220;Marketing non-convenzionale&#8221;. Pensandoci oggi, credo che sia stato un bene aver conosciuto questa forma di comunicazione prima di aver letto mezza pagina di un manuale di comunicazione. I manuali sono utili, non si può svolgere un lavoro senza prima aver fatto i compiti a casa. Ma spesso ti imprimono in testa uno schema che a mio parere cozza con l&#8217;idea, o meglio, l&#8217;emozione della creatività. Ecco forse perché mi sono avvicinato a questo tipo di comunicazione. Per l&#8217;idea di diversità che mi ha dato, per la sensazione di potermi portare sempre oltre ciò che fanno tutti.</p>
<p>Per intenderci possiamo dire che chi pensa &#8220;virale&#8221; (e non è sempre il mio caso) si trova, come tutti, in un labirinto pieno di idee e spunti. Ma dove gli altri si affidano ai tentativi per trovare la propria strada, chi pensa virale cerca una scala che gli permetta di vedere l&#8217;uscita. Sale i gradini e salta di siepe in siepe fino all&#8217;uscita. Non è detto che arriverà per primo, ma gioverà del brio della scoperta.</p>
<p>Questo piccolo volo con la fantasia me lo sono concesso per introdurre il tema del post. Ovvero darmi una risposta a questa domanda: pensando ad una nuova campagna viene prima la creatività o prima la viralità? Fino a 15 anni fa, la creatività. Oggi, la viralità. Domani, l&#8217;alchimia perfetta.</p>
<p>Come altre volte ho già scritto su questo blog, ripeto che le mie opinioni sono quelle di un appassionato, non di un professionista del settore né di un guru presuntuoso. Detto ciò, argomento la mia risposta. L&#8217;ho trovata in rete, come al solito, e per spiegarmi meglio utilizzerò due video. Il primo è il commercial spot dei Lines Seta Ultra. L&#8217;altro è la rispettiva parodia online.</p>
<p>Il primo è il classico spot tv che nasce e muore con la somministrazione quotidiana ai telespettatori. Il secondo è un gioco, divertente e lucrativo. Un gruppo di ragazzi che vede lo spot in tv e decide di prendersi gioco del noto marchio. O così sembra&#8230;</p>
<p>Non è che quasi quasi, la Lines abbia chiesto ai suoi creativi di pensare non solo allo spot tv, ma anche alla sua possibile protesi virale? Non è che quasi quasi gli storyboard approvati per la campagna siano stati due. Uno per le reti e uno per la rete? Chissà&#8230;</p>
<p>Ma no dai, sono sempre il solito viralizzato che vede complotti oscuri e subdoli ovuque (beh&#8230;non sono né l&#8217;unico né il più famoso). Accetto la critica, e pongo una nuova domanda. Alla luce del milione di visualizzazioni ottenuto dalla lines-parody su youtube, qual è lo spot virale? Quello in rete o quello tv? &#8220;1&#8230;2&#8230;3&#8230;&#8221; (secondi sufficienti per pensarci). Lo spot tv, ovviamente.  Lì è da ricercare il meme virale che ha infettato 4 ragazzi e li ha spinti a riprodurre e trasmettere.</p>
<p>Queste sono solo mie elucubrazioni. Non ho modo di dimostrare ciò che ho provato a spiegare. Ma il morale della favola è che durante il brainstorming fatto per ideare lo spot è stato pensato qualcosa di virale, sia in un modo che nell&#8217;altro. Ecco perché Viralità &gt; Creatività. Ragion per cui, il manuale è fondamentale, ma è fondamentale apprenderlo per saper quando è il caso di disimparare e provare a riscriverlo. È uno sforzo in più che a mio parere paga. Ben conscio del fatto che quando la viralità genera modelli, smette di essere virale.</p>
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Credo che nel mio percorso di studi ci sia stato un momento in cui una pietra ha impattato sul vetro delle mie nozioni, deflagrandolo clamorosamente prima che me ne rendessi conto. Questa pietra è stata la parola &#8220;Marketing non-convenzionale&#8221;. Pensandoci oggi, credo che sia stato un bene aver conosciuto questa forma di comunicazione prima di aver letto mezza pagina di un manuale di comunicazione. I manuali sono utili, non si può svolgere un lavoro senza prima aver fatto i compiti a casa. Ma spesso ti imprimono in testa uno schema che a mio parere cozza con l&#8217;idea, o meglio, l&#8217;emozione della creatività. Ecco forse perché mi sono avvicinato a questo tipo di comunicazione. Per l&#8217;idea di diversità che mi ha dato, per la sensazione di potermi portare sempre oltre ciò che fanno tutti.
Per intenderci possiamo dire che chi pensa &#8220;virale&#8221; (e non è sempre il mio caso) si trova, come tutti, in un labirinto pieno di idee e spunti. Ma dove gli altri si affidano ai tentativi per trovare la propria strada, chi pensa virale cerca una scala che gli permetta di vedere l&#8217;uscita. Sale i gradini e salta di siepe in siepe fino all&#8217;uscita. Non è detto che arriverà per primo, ma gioverà del brio della scoperta.
Questo piccolo volo con la fantasia me lo sono concesso per introdurre il tema del post. Ovvero darmi una risposta a questa domanda: pensando ad una nuova campagna viene prima la creatività o prima la viralità? Fino a 15 anni fa, la creatività. Oggi, la viralità. Domani, l&#8217;alchimia perfetta.
Come altre volte ho già scritto su questo blog, ripeto che le mie opinioni sono quelle di un appassionato, non di un professionista del settore né di un guru presuntuoso. Detto ciò, argomento la mia risposta. L&#8217;ho trovata in rete, come al solito, e per spiegarmi meglio utilizzerò due video. Il primo è il commercial spot dei Lines Seta Ultra. L&#8217;altro è la rispettiva parodia online.
Il primo è il classico spot tv che nasce e muore con la somministrazione quotidiana ai telespettatori. Il secondo è un gioco, divertente e lucrativo. Un gruppo di ragazzi che vede lo spot in tv e decide di prendersi gioco del noto marchio. O così sembra&#8230;
Non è che quasi quasi, la Lines abbia chiesto ai suoi creativi di pensare non solo allo spot tv, ma anche alla sua possibile protesi virale? Non è che quasi quasi gli storyboard approvati per la campagna siano stati due. Uno per le reti e uno per la rete? Chissà&#8230;
Ma no dai, sono sempre il solito viralizzato che vede complotti oscuri e subdoli ovuque (beh&#8230;non sono né l&#8217;unico né il più famoso). Accetto la critica, e pongo una nuova domanda. Alla luce del milione di visualizzazioni ottenuto dalla lines-parody su youtube, qual è lo spot virale? Quello in rete o quello tv? &#8220;1&#8230;2&#8230;3&#8230;&#8221; (secondi sufficienti per pensarci). Lo spot tv, ovviamente.  Lì è da ricercare il meme virale che ha infettato 4 ragazzi e li ha spinti a riprodurre e trasmettere.
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		<title>L&#8217;intoccabile</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 16:17:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vittorio</dc:creator>
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Chiunque tu sia, Codazzo68, ti ringraziamo per questo momento catartico. E ringrazio Franco per la segnalazione.

			
			
				
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<p>Chiunque tu sia, Codazzo68, ti ringraziamo per questo momento catartico. E ringrazio Franco per la segnalazione.</p>
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Chiunque tu sia, Codazzo68, ti ringraziamo per questo momento catartico. E ringrazio Franco per la segnalazione.
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