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L’Aquila. Draquila un anno dopo

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Ho abitato per molti anni in via Del Falco a L’Aquila. La strana congiuntura di volatili ha sempre fatto sorridere molti. La stradina è stretta, a pochi passi da Palazzo Camponeschi, la sede della mia facoltà, Lettere e Filosofia e vicina a Palazzo Carli, sede della segreteria e dell’economato. Avevo uno zerbino orribile con il disegno di una caffettiera che augurava “Buongiorno” a tutti, a tutte le ore. Al non lontano palazzo Quinzi, al Conservatorio, alla Casa Circondariale, alla chiesa di San Domenico. Zerbino rosso in zona rossa. Tutto è distrutto. Il 6 aprile 2009 alle 3.32 è morta la mia città d’adozione. Oggi, 6 aprile 2010, giorno della memoria, lo sguardo osserva la città pulsare sotto le macerie. Per il forte amore che mi lega a L’Aquila, quindi, con immenso piacere ho accolto la notizia che ci occuperemo della comunicazione online del lavoro di Sabina Guzzanti “Draquila. L’Italia che trema”,  distribuito da BIM. Il titolo del film nasce dal web: “Per la prima volta la rete ha scelto il nome di un film. Per la prima volta tutti sono parte dell’opera. DRAQUILA l’Italia che trema è di tutti”, leggiamo nelle pagine del sito. Mi piace riportare anche questa frase. “Da quel 6 aprile 2009 è trascorso un anno. Dodici mesi intensi. Le macerie, le tendopoli, i visi solcati dalle lacrime, poi i prefabbricati, le polemiche, la speranza, infine le rivolte. In questo luogo distrutto ancora non si sedimenta la polvere, che copre come un velo gli animi dei cittadini. Alle 3.32 di questa notte il silenzio si opporrà al frastuono del terremoto. Ricostruire. Non solo con le parole, gli eventi, i progetti. Ricostruire con carriole, mattoni e cemento”.
Per non dimenticare.

draquila3 LAquila. Draquila un anno dopoEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

La vigilia di Natale e i sette nani

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Vigilia di Natale, si aspetta l’inizio della cena. Gioco con mio nipote, 2 anni il prossimo febbraio. È nella fase di nanite acuta: Biancaneve e i sette anni ovunque. Come si chiamano i sette nani? chiedo ingenuamente. E  lui, impassibile: Dotto, Gongolo, Eolo, Cucciolo, Brontolo, Mammolo e Pisolo. Resto senza parole, io che a 35 anni ancora non distinguo Gongolo da Mammolo! Ma la serata è appena iniziata. Zio Alfredo interviene, a modo suo: Ma questo si chiama Datolo? E questo con il raffreddore si chiama Moccolo? È la fine: creatività e razionalità si scontrano all’ultimo nano. Mia sorella urla dalla cucina non dire così, lo confondi! Per te è un gioco ma per lui è una cosa seria. Troppo tardi! Per noi, incuranti delle regole e amanti del pensiero libero, è appena nato il gioco del nano. Come si chiama il nano idraulico? Gocciolo. Il nano spazza camino? Comignolo. Il nano nel traffico napoletano? Svicolo. Il nano ubriaco? Brindolo. Il nano aviatore? Velivolo. Il nano sbandieratore? Sventolo. Impossibile smettere, siamo andati avanti per ore, in un andirivieni di risate, in un’alternanza di ma tu lo sai come si chiama il nano…?
Abbiamo scoperto un gioco. Semplice, lungo, divertente, stimolante, per tutti.  Un gioco che, con buona pace di mia sorella, ha dato libero sfogo alla nostra creatività e spalancato le porte della fantasia. E mentre ripensavo al post di Alfredo e a come sia facile uccidere la creatività, mi ritrovavo in queste parole di Rodari che, nella Grammatica della Fantasia, scrive apparteniamo alla schiera di chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione;  di chi ha fiducia nella creatività infantile; di chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola.
Ma lo sai come si chiama il nano al pianoterra? Sottolo. Il nano cuoco? Mestolo. Il nano centenario? Secolo. Il nano infante? Pargolo. Il nano silente? Mutolo. Il nano fruttivendolo? Cavolo. Il nano palestrato? Muscolo. Il nano magliaio? Gomitolo. Il nano cantante? Usignolo. Il nano che attacca bottone? Asolo.

La comunione spirituale delle comunicazione

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La pausa pranzo è sempre fonte di ispirazione. Nel parlare delle comprensione testuale di un infante, mi è saltata alla mente la grammatica generativa di Chomsky e ho iniziato a visualizzare il diagramma ad albero, ma non testuale con sintagmi nominali, verbali e sostantivi, ma per immagini. Ho pensato come possa comprendere un concetto un bambino, come lo possa fare attraverso le immagine ed è venuta fuori una cosa incomunicabile. Un viaggio mentale, un processo generativo, ma incomunicabile. Fermo la mia immaginazione e torno a lavoro, virtuale. Ed è proprio lì, nel contesto dematerializzato, che salta fuori un vecchio film. Waking life (risvegliare la vita), un film onirico in cui “l’esser sani di mente non è che pazzia tesa al buon uso; la vita da svegli è un sogno sotto controllo”. Un sogno lucido in cui si discute di tutto e si riflette sul senso della vita. Uno dei personaggi si sofferma, in poco più di un minuto, a considerare il senso della comunicazione, di come un individuo si spinga all’uso di simboli morti, inermi, insignificanti per uscire da quell’isolamento dovuto all’incomunicabilità. Questo necrofilo uso dei simboli, deriva dalla paura di fermarsi all’albero d’immagini. La comunicazione, che riusciamo a stabilire con gli altri ci permette di superare la staticità in cui siamo immersi e muoverci verso l’altro, verso l’ignoto, verso le esperienza che modellano il nostro essere. La comunicazione è una sorta di comunione spirituale, una religione, per cui e grazie alla quale noi viviamo.
La comunicazione è il primo e indiscutibile atto di creatività umana.

La colomba cinguettante

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Avevo qualcosa da dire. Avevo qualcosa da leggere. Avevo qualcosa da vedere. Poi arriva lui e mi spiazza. Educazione alla creatività o la creatività non ha bisogno di educazione? Chiudo twitter, sposto Godin e mi allontano senza meta. Prendo una rivista, che dovrebbe concedere distrazione o almeno spazi di appiattimento mentale. Wired. Internet for peace. Niete pausa. Lettera di adesione di Shirin Ebadi. Niente appiattimento mentale. Il multitasking mentale inizia a mescolare immagini, parole e foto. Mi sembra di essere Johnny.
Ebadi sostiene apertamente, come ha sempre fatto, il potere della rete. Quella rete che ha permesso, nei giorni successi alle elezioni presidenziali iraniane del 2009, di mettere in luce, di illuminare a giorno la contestazione del popolo iraniano. Quella contestazione che non è passata inosservata, che non è stata messa a tacere dal regime, che non è stata circoscritta all’ambito territoriale. Una contestazione che tramite internet è diventata di tutti. In piazza non c’era solo qualche giovane contestatore, ma il mondo intero. Non c’erano le tv, non c’erano le radio, non c’erano i giornalisti ma c’era il pargolo mediatico (anche se maggiorenne). Quella nascente rete mediatica, che tramite le sue molteplici porte di accesso, ha permesso di far conoscere, al mondo intero, il dissenso e la risposta violenta del regime iraniano. L’informazione, con la quale si costruisce la democrazia, è stata veicolata attraverso un mezzo immediato, condiviso, libero, non censurabile e semplice. Non c’è stato bisogno di giornalisti, registi, montatori o scrittorio. È bastato un terminale, 140 caratteri un social network. Tra il 7 e il 26 giugno su Twitter sono stati postati 2 milioni di cinguettii, riguardati le consultazione elettorali. 280 mil di caratteri che hanno fatto informazione, che hanno diffuso la realtà, che hanno costruito la pace.
Non avranno cambiato il mondo, il regime non è caduto e i dissidenti vengono ancora arrestati. La guerra non è stata vinta, ma la battaglia con un regime totalitario è stata vinta. La gente ha saputo. La gente è stata coinvolta. La gente è colpevolmente protagonista del silenzio.
La forza della rete è tutta qui. È la consapevolezza di poter usare il mezzo per costruire, definire e mantenere la pace. Un blogger professionista o un semplice following  possono costruire un domani diverso, lo possono fare tramite la rete. Demonizzare il medium è riservato solo a chi non sa adattarsi ai cambiamenti.

Queste parole sono per Neda. Non perché siano cariche di valori, ma solo perché è l’utilizzatore a costruire la pace. Non soffermatevi sul sangue, sulla violenza dell’immagine, sul shock che potrebbe causarvi, ma soffermatevi sullo sguardo in macchina di quella donna, che per il regime risultava scomoda. Uno sguardo che interroga. Uno sguardo privo d’odio. Uno sguardo carico di coraggio.

… meglio riprendere i libri.

A lezione di creatività

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Permettete? Un pensiero poetico.
In periodo di tesi (sembra una vita fa, in realtà sono passati appena nove mesi) non ricordo il numero di articoli, pagine web, video, news, post, topic e spunti vari che mi piovvero addosso. Non so se ero io a cercarli, o loro a trovare me tutte le volte che mi avvicinavo al pc. La rete ha dei percorsi infiniti, e oggi come allora andavo alla ricerca di qualsiasi cosa appagasse la mia curiosità. Oggi, seguo (o cerco di…) almeno 40 siti che parlano di comunicazione, marketing, viralità, creatività, editing e compositing.
Ma tutto, dico tutto, non sarebbe successo se non avessi visto questo video.

Ken Robinson – Do Schools Kill Creativity? from Andrea Benassi on Vimeo.

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