creatività

Embrione di creativo

Rocco

By Rocco
Published 10th November, 2011

Mi presento. Mi chiamo Rocco e ho un sogno: vivere di creatività. Alfredo Borrelli è stato il relatore della mia tesi: ha tagliato il mio cordone ombelicale. Più volte, dopo la laurea, le nostre strade si sono sfiorate. Varie vicissitudini, però, mi hanno impedito di imparare da lui il mestiere (almeno per me) più bello del mondo: il copywriter.
Mi capita sullo schermo un’occasione da non perdere: scopro che esiste una borsa di studio per frequentare un master in copywriting in una delle accademie più importanti d’Italia. Faccio il test e mi aggiudico metà del premio. Mando una mail al prof per raccontargli la bella notizia e lui: “Non perdere questo treno”. Arriva l’11 ottobre. Entro e sento l’odore della creatività, delle porte che si aprono. È l’Accademia di Comunicazione di Milano. Sorrisi di chi intuisce che da oggi qualcosa di buono si può davvero fare. Gente contenta di pagare la retta che entra a far parte di una famiglia in cui l’estro è il pane quotidiano. Conosco i primi professori. Più che professori, professionisti. Uno su tutti Fabio Ritter, l’uomo dei jingle (Chicco, dove c’è un bambino). Immagini acustiche è il titolo del corso che dura 37 ore, tutte messe in fila perché lui non abita più a Milano. Vedi gli orari e dici: Ritter dall 9 alle 20?? Speriamo sia simpatico. Cominciano le lezioni e quando arrivano le otto di sera guardiamo gli orologi sbalorditi: volati via nel vero senso della parola. Battute, racconti scritti da noi, scenette. Manca solo Bisio e ci mandano su Canale 5! Scendo ai distributori e c’è un mitico calcio balilla con pallina sempre disponibile. In questo caso le mie origini mi aiutano a diventare presto uno dei campioni della struttura: chi cresce in una frazione non può non saper giocare al biliardino. Ed ecco che riesco a capire, dopo pochi tocchi, se i miei compagni di avventura vivono in centro o in periferia. La schiscetta (nota per i terroni: pranzo a sacco) di mezzogiorno (o meglio, dell’una) non manca mai. Ma il cibo più prelibato e sempre fresco è la creatività, la crescita mentale e professionale. C’è un sogno in ognuno di noi: vivere dei nostri colpi di testa, della genialata, di fare un lavoro che dia un senso ai nostri studi e al nostro modo di vivere. Infatti una delle prime cose che ho imparato in questa scuola è che il copywriter non fa il creativo bensì è creativo. È un modo di essere, uno status mentale. È stare tranquilli che prima o poi l’idea mi viene, quando meno me l’aspetto. E poi l’idea arriva (quasi sempre) e quindi ormai un po’ me l’aspetto. Il processo mentale che caccia fuori un’idea in un nanosecondo mi sbalordisce sempre di più ed è quello che mi eccita: amo quel momento in cui non riesco a scrivere in tempo i miei pensieri perché escono d’un tratto come l’acqua in un bicchiere riempito più del dovuto. Sei lì che versi e intanto pensi ad altro. Poi ti accorgi che l’acqua sta strabordando.

Arrivederci Cannes

Alessandro

By Alessandro
Published 27th June, 2011

Ora possiamo dirvelo. A shortlist compilate e premiazioni concluse, possiamo rivelarvi che era la campagna Leda per Il Gioiellino il lavoro che avevamo iscritto a Cannes. Avevamo preso la decisione a fine marzo, quando la scadenza del 25 era vicinissima (prima delle successive proroghe…) ma abbiamo deciso comunque di partecipare, impegnandoci per realizzare la miglior landing page possibile e rendere così comprensibile una campagna non facilissima da descrivere sinteticamente.
Armati di buona volontà, abbiamo quindi realizzato una landing page ad hoc, perfezionata poi successivamente grazie alle indicazioni del preciso e disponibile staff del Festival. Alla fine abbiamo spedito il nostro modulo di iscrizione, speranzosi seppur consapevoli della difficoltà dell’impresa.
È andata a finire che in shortlist non ci siamo entrati. Non si tratta certo di un’onta, come dimostra anche la concorrenza agguerrita della sezione in cui avevamo iscritto la nostra campagna. Resta l’esperienza importante, che ci darà sicuramente lo slancio per provarci nuovamente in futuro, con sempre più convinzione e meno errori di gioventù, perseverando sulla strada della ricerca del top. Perché sono convinto che sia sempre meglio partecipare alla serie A, magari lottando per salvarsi, che primeggiare fra i dilettanti…

Guestbook. Intervista ad Alessandra Colucci

Vittorio

By Vittorio
Published 15th February, 2011

Oggi abbiamo il piacere di ospitare Alessandra Colucci, consulente in pianificazione strategica e Brand Care, nonché professoressa e coordinatrice presso l’Istituto Europeo di Design di Roma. Alessandra oltre ad essere un’affermata professionista, è anche un’eccellente blogger. Nel tempo ha costruito un importante spazio web in cui, per sua stessa ammissione, si parla di tutto. Non solo della sua attività, ma anche di “arte, libri, film, spettacoli, viaggi e passeggiate. Perché comunicazione, marketing e brand pervadono ogni cosa.”
In un suo recente articolo, condivide una istruttiva RSA animata (una specie di infografica) prodotta da Steven Johnson, con cui il celebre scrittore americano prova a spiegarci la genesi del pensiero creativo. Nell’articolo Alessandra ci invita a porre l’attenzione sull’importanza dell’influenza che i social network hanno sulla creatività attraverso la connessione di idee. Abbiamo quindi chiesto ad Alessandra di approfondire questo passaggio insieme a noi.

Ciao Alessandra e benvenuta sul nostro blog. In riferimento all’articolo sulla RSA animata di Steven Johnson che hai pubblicato sul tuo blog, vorrei chiederti quanto secondo te i social media possono sostenere positivamente il processo creativo, e se pensi che grazie alla capacità di mettere in relazione personalità eterogenee, attraverso i social network si possa innescare un flusso continuo di idee sempre nuove ed innovative.

Se utilizzati in un certo modo, i social media, e in particolar modo Twitter, ci possono dare modo di creare una situazione di brainstorming continuo con i nostri contatti personali e professionali, e se – come credo e come ho scritto in passato in “Essere creativi” - la creatività non è altro che una ricerca, un setacciare le nostre esperienze per dedurne nuove connessioni, nuove idee, possono aumentare la probabilità di trovare l’input giusto, la giusta prospettiva, per arrivare a risolvere in maniera originale le questioni che la nostra vita e la nostra professione ci pongono.

Essere più o meno continuamente connessi con amici e colleghi, dunque, è un modo per dare e recepire spunti di conversazione, news, approfondimenti interessanti che riguardano il proprio settore di attività, una maniera alquanto semplice per aggiornarsi e aumentare la qualità delle proprie riflessioni. Diversi sono i post sul mio blog che derivano da conversazioni avute online, due su tutti: il mio approfondimento sul Kaizen e le mie riflessioni sul campanilismo italiano. Questi articoli non sarebbero mai stati scritti senza lo scambio di opinioni nato casualmente sui social network.

D’altra parte, frequentando le piattaforme social, non bisogna neppure aspettare che la collaborazione avvenga casualmente, si possono chiedere pareri direttamente a chi si giudica più esperto e dare il via a discussioni mirate, proprio come avviene durante i brainsailing organizzati sul posto di lavoro. Soprattutto se si è liberi professionisti, quindi, l’apporto del network è impagabile, dato che spesso non si è inseriti in un contesto lavorativo stabile e non si hanno veri e propri “vicini di scrivania”: attraverso gli strumenti del web si può mettere insieme il giusto team di lavoro per ogni progetto, avviare collaborazioni professionali e discutere delle case histories più ostiche… senza contare che contribuendo allo scioglimento di quesiti posti da altri, si possono mostrare con facilità quelle che sono le proprie competenze e conoscenze, si può essere storyteller di sé stessi, aumentando la propria reputation.

Lavorando nel campo del marketing virale, ho sempre bisogno di spunti che inneschino un ragionamento diverso, non convenzionale, per produrre strategie o campagne che riescano a parlare con un linguaggio sempre nuovo e in linea con il trend del momento. In merito ho trovato molto interessante lo spunto sul pensiero laterale che hai proposto proprio nel post “Essere Creativi”. Ci fai un esempio concreto di lateral thinking applicato al marketing moderno?

Il marketing è una disciplina altamente creativa cosicché molteplici sono i casi  di lateral thinking ad esso applicati: le Poste svedesi a Natale hanno pensato di superare la diminuzione delle spedizioni di postcard di auguri rendendo possibile comporne di personalizzate sfruttando i messaggi di Facebook; Harley Davidson ha creato il primo calendario  esperenziale riproponendo nella grafica e nella struttura dell’oggetto la soggettiva di un centauro; una casa editrice thailandese ha trovato il modo di aumentare la voglia di leggere stuzzicando l’interesse di chi è in coda in attesa del suo turno alla posta o in  altre situazioni… e così si potrebbe andare avanti all’infinito.

Senza utilizzare il pensiero laterale, a mio avviso, sarebbe impossibile continuare riuscire a creare strategie in grado di stupire: il cosiddetto “target” non può essere considerato solo un bersaglio, è sempre più consapevole, critico, è diventato uno degli stakeholder delle aziende, e deve dunque essere messo nella posizione di partecipare e contribuire al messaggio. Da ciò deriva il fatto che la logica o le intuizioni da sole non bastano, occorre trovare sempre nuovi punti di vista dai quali “guardare” la realtà, occorre necessariamente utilizzare il lateral thinking di De Bono e, quando possibile, farlo in team, magari online, perché più teste ci sono a pensare, più orizzonti possono aprirsi! :)

La creatività non è un lusso

Lorenzo

By Lorenzo
Published 11th January, 2011

Appare alquanto innaturale l’espressione di un mio concetto sulla creatività, ritenendomi una persona – sia per approccio comportamentale che per esperienza professionale – lontano da qualcosa che si fa fatica a definire, se non riferita ad un ambiente quale un’agenzia di comunicazione, in cui da qualche anno lavoro.
I partner di Estrogeni mi hanno spesso sentito dire che occorre fare lo sforzo di mutare pelle e passare dall’essere – appunto – un’agenzia di comunicazione ad un’azienda che fa comunicazione. Non mi soffermo sulla differenza e lascio a ciascuno imputarle un peso e un valore etimologico opportuno.
Questo preambolo mi serve per rimarcare la radice della mia estrazione professionale, a cui facevo riferimento. A distanza di tempo, riscopro che anche negli anni in cui ho lavorato in settori (apparentemente) lontani da quello della comunicazione, ad esempio logistica o internazionalizzazione della produzione vitivinicola italiana d’eccellenza, il tanto inflazionato termine creatività aveva, per il personale modo di affrontare le situazioni e le necessità che il lavoro propone nella sua quotidianità, un suo diritto ad esistere.
Certo, magari fino a qualche giorno fa, mi mancava la composizione verbale del concetto, ma ora sono sempre più certo e convinto che la creatività alla fine è qualcosa che, in forme diverse e in modi diversi, appartiene a chiunque appassionatamente (non necessariamente, quindi, in presenza di una passione dentro) si lega e si lascia avvincere dal meccanismo utile a trovare soluzione (o il second best, come direbbero gli economisti) al problema che si sta affrontando.
Quando, finalmente, proprio il 6 gennaio, mentre ero in sala d’attesa a Roma per prendere il treno per Napoli, leggo un bell’articolo sul Sole 24 Ore dal titolo “Napoli 2011: pizza, Vesuvio e un manager a Estée Lauder”. Mario Platero intervista Fabrizio Freda, ingaggiato qualche anno fa per portare ordine nella gestione di uno dei più grandi gruppi del lusso al mondo.
Sin dalle prime parole, il Ceo di Estée Lauder cita come componente essenziale dei suoi successi professionali l’equilibrio tra “il training di disciplina (appreso nella ventennale esperienza alla Procter&Gamble) e le mie origini napoletane, vale a dire lo spirito creativo dell’amore per la vita che è la parte positiva di Napoli”.
Continuando, mi sono sentito partecipe e orgoglioso che un conterraneo avesse riportato sui binari del successo un gruppo da 8 mld di dollari di fatturato, mettendoci anche qualcosa che la sua terra d’origine ha aiutato a formare nella propria coscienza.
Ma la sorpresa, quella vera, era prossima a venire ed è racchiusa nella parte centrale dell’intervista.
Prima, lo scenario. Che riguarda tutti.
“…La crisi del 2007-2009 ha messo in evidenza la fragilità di un sistema troppo loose, troppo decentrato quando occorreva serrare le fila per rispondere a due sfide sconosciute: la più grave recessione dagli anni Venti e una nuova sfida geografica e demografica in arrivo dai mercati asiatici. La crisi aveva messo a nudo debolezze invisibili negli anni buoni: poca coesione fra le varie divisioni, mancanza di un disegno organico di sviluppo. La creatività c’era ma, lasciata a se stessa, esprimeva anche forze centrifughe che poco si conciliavano con un’esigenza di centralità e di gestione e controllo in un momento difficile sia sul piano tattico sia su quello strategico. I valori di Estée Lauder sono nell’area del prestigio, del lusso, dell’alta qualità e quindi dell’esclusività ma il mondo del lusso e del prestigio può beneficiare di un modello di business più rigoroso. E questo accadrà un po’ dappertutto nei prossimi anni, perché il mondo del lusso è sempre più globale, e competitivo: l’aumento della competitività imporrà maggiore rigore e disciplina salvando imprenditorialità e creatività, più forti in questo mondo che in quello del largo consumo…”.
Poi, l’affondo. Che riguarda molti di noi.
“…La creatività nasce da due cose. Da un dono naturale, istintivo di immaginare una cosa che nessun altro aveva mai pensato prima. Oppure c’è chi esprime creatività connettendo punti che nessuno ha mai connesso prima. Questo secondo punto a Estée Lauder non c’era. Introdurlo mi ha consentito di conciliare creatività e disciplina…”.
L’articolo prosegue ma è quest’ultimo punto che ha aiutato (me, che non frequentavo Beniamino Placido), finalmente, a dare nome a ciò che costantemente – pur non riuscendo a verbalizzarla nella maniera opportuna – mi ha accompagnato negli anni sul lavoro, pur non svolgendo assolutamente compiti e mansioni che classicamente si pensa possano essere assistiti dalla creatività.
Oggi, sono contento di poter dare un nome a qualcosa che ho sempre pensato di avere, ovvero la capacità di mettere in relazione dei punti che esprimono per loro stessi già un pieno significato, ma che se posti in connessione probabilmente costituiscono la soluzione.

Pensare di sponda

Matteo

By Matteo
Published 20th October, 2010

La comunicazione è sempre una partita. Da una parte, il committente – in squadra con i creativi –, dall’altra il cliente. La vera vittoria è però quando si verifica un pareggio. Quando cioè, rispettivamente, si colpisce e si viene (positivamente) colpiti. Un po’ come su tavolo da biliardo, dove basta un gesto per innescare il meccanismo. Nel nostro caso, un’immagine, una semplice parola. Che può essere leggera, buttata lì quasi a sfiorarti, o decisa, per scompaginare il pensiero. Intorno a questa metafora si sviluppa la nuova creatività banner per Wind, per il servizio Ricarica Bonus. Idearla è stato divertente, in un continuo gioco di sponda tra il copywriter, l’art director e il reparto web. Tutti protesi verso un comune obiettivo. Andare in buca.

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