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Vuoti a perdere

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Ti immergi. Ti identifichi. Ti angosci. Questo è Draquila. Questo è il cinema. Questa è l’informazione. Non un editoriale sull’incremento esponenziale delle vittime. Devi sentire le richieste di aiuto. Devi vedere le case cadere. Devi sentire tue le vite strappate.
Assistere alla riproduzione della realtà, che sia su celluloide, su pellicola o tela, può allontanare lo spettatore dalla situazione reale se non riesce ad andare oltre il finzionale o può avvicinarlo se riesce ad immergersi nella riproduzione, allontanando il supporto che ne consente la riproducibilità.
Un montaggio finale, con scene del 6 aprile alle 3.32 e con le chiamate al pronto emergenza, è un calcio in pieno petto. Ti manca l’aria. Vorresti uscire da quella riproduzione della realtà, ma è lì che ti si apre la mente. Una violenza mediata che permette l’identificazione di se stessi in quelle persone che hanno perso tutto, che non hanno più niente e che continuano a lottare. Per sé, per gli altri e per la loro terra. Uomini, donne e bambini che non hanno mai smesso di ringraziare chi gli abbia dato un mano, ma che allo stesso tempo non hanno gradito la trasformazione della loro tragedia in un Grande Evento. Un Grande Fratello con attori reali, che le istituzioni hanno sfruttato e mai retribuito. Persone illuse con il sogno di un domani migliore, con una bottiglia 0,75l di spumante italiano regalata dal presidente in persona.
Gente a cui i “vampiri” hanno succhiato quasi tutto, ma non quel sangue che gli dà la forza di combattere per il proprio domani senza l’aiuto di nessuna SpA.
I parassiti non hanno bandiere, non sono di destra né di sinistra, sono solo dei carnefici, ma “non pensate che una persona che si può considerare completamente vuota e incapace alla fine cada, non è così. Berlusconi è una persona che dura”.

Sette

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Sette. I nani.
Mammolo, Cucciolo, Brontolo, Eolo, Dotto, Gongolo, Pisolo.
Sette. I vizi.
Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia.
Sette. I re.
Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo.
Sette. I dribbling.
Garrincha, Jairzinho, Domenghini, Causio, Conti, Camoranesi, Cristiano Ronaldo.
Sette. Gli anni.
2004, 2005, 2006, 2007, 2008, 2009, 2010.
Sette. I giorni.
Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, domenica.
Sette. Oggi.
Che festeggiamo il compleanno di Estrogeni.
Perché il tre era sabato e Giada aveva da festeggiare per fatti suoi.

L’Aquila. Draquila un anno dopo

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Ho abitato per molti anni in via Del Falco a L’Aquila. La strana congiuntura di volatili ha sempre fatto sorridere molti. La stradina è stretta, a pochi passi da Palazzo Camponeschi, la sede della mia facoltà, Lettere e Filosofia e vicina a Palazzo Carli, sede della segreteria e dell’economato. Avevo uno zerbino orribile con il disegno di una caffettiera che augurava “Buongiorno” a tutti, a tutte le ore. Al non lontano palazzo Quinzi, al Conservatorio, alla Casa Circondariale, alla chiesa di San Domenico. Zerbino rosso in zona rossa. Tutto è distrutto. Il 6 aprile 2009 alle 3.32 è morta la mia città d’adozione. Oggi, 6 aprile 2010, giorno della memoria, lo sguardo osserva la città pulsare sotto le macerie. Per il forte amore che mi lega a L’Aquila, quindi, con immenso piacere ho accolto la notizia che ci occuperemo della comunicazione online del lavoro di Sabina Guzzanti “Draquila. L’Italia che trema”,  distribuito da BIM. Il titolo del film nasce dal web: “Per la prima volta la rete ha scelto il nome di un film. Per la prima volta tutti sono parte dell’opera. DRAQUILA l’Italia che trema è di tutti”, leggiamo nelle pagine del sito. Mi piace riportare anche questa frase. “Da quel 6 aprile 2009 è trascorso un anno. Dodici mesi intensi. Le macerie, le tendopoli, i visi solcati dalle lacrime, poi i prefabbricati, le polemiche, la speranza, infine le rivolte. In questo luogo distrutto ancora non si sedimenta la polvere, che copre come un velo gli animi dei cittadini. Alle 3.32 di questa notte il silenzio si opporrà al frastuono del terremoto. Ricostruire. Non solo con le parole, gli eventi, i progetti. Ricostruire con carriole, mattoni e cemento”.
Per non dimenticare.

draquila3 LAquila. Draquila un anno dopoEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

La povertà che arricchisce

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Permettetemi di iniziare un post con l’incipit di un post che pubblicherò in futuro.
Una lezione di sociologia servendosi della musica neomelodica? Io non ci sarei mai arrivato, ma per fortuna qualcun’altro ci ha pensato. Una musica che si è portati ad etichettare facilmente, escludendola dalla nostre analisi. Una musica che però racconta una terra, la gente, la vita. Ma questo è un altro post.
Una lezione che mi ha spinto a ragionare sull’importanza del mezzo. Questo determina, inevitabilmente, la comunicazione, perché soggetto ad interferenze. Il messaggio spesso vieni ignorato perché semplicemente non raggiunge un grande pubblico. Spesso si ignorano messaggi con tematiche poco note o semplicemente scomode. Ignorare il problema come unica soluzione.
Spesso la comunicazione richiede la povertà dei mezzi. Una povertà che arricchisce la comunicazione. Basta un cellulare, una handycam e il video sharing per descrivere una realtà scomoda ai canali istituzionali.
Daniele è riuscito in ciò che altri hanno ignorato. Descrivere un mondo con gli occhi di chi ha visto e ha avuto il coraggio di non tacere. Descrivere il bullismo che molti hanno vissuto e pochi hanno raccontato. Lo ha fatto con un’espressività degna di De Sica. Un uso neorealista (attori) di un supporto moderno (web) che stimola molti perché sulla società moderna. Perché a cui si risponde con sufficienza. Perché che non andrebbero abbandonati a se stessi. Perché a cui rispondere con altri perché.
Il mio plauso finale è per lo scontro/incontro tra il mondo finizionale e quello reale, mentre scorrono i titoli di coda.
Le immagini parlano di più.

La retorica del web

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Oggi, a valle dell’effluvio di parole spese a proposito di Raiperunanotte (stavo per chiamare la Protezione Civile, quella vera…) mi sembra la giornata giusta per tornare su una cosa che ho scritto pochi giorni fa.
Poiché, lo riconosco, anch’io faccio spesso ricorso (consapevolmente o meno) a leve retoriche, mi capita talvolta di scrivere qualcosa di cui non sono pienamente cosciente.
Lo trovo interessante, dà l’idea di una vita in diretta. Senza possibilità di rivedersi e scegliere l’inquadratura migliore. Da usare con moderazione, però.
A voi, non capita mai di scrivere perché viene bene, suona bene, significa bene?
Nella settimana in cui è scomparso Emanuele Pirella, uno dei più grandi maestri di scrittura creativa, lo ritengo un quesito (non retorico) interessante.
Per quanto mi riguarda, è il caso (appunto) di Non mi sento web, quando prevale la retorica del web. Da martedì, penso a questa frase. E penso a come poterla razionalmente condividere. Avvertendo che ha, sì, un senso in sé. Avvertendo ugualmente che deve avere un senso anche fuori di sé.
Mi capita dunque tra le mani una copia della Repubblica di lunedì. Lorenzo l’acquista per leggere Affari e finanza, io gliela sfilo per non perdere il commento di Gianni Mura alla giornata di campionato.
Questa settimana, a pagina 34 e 35 di R2 Cultura, c’è un’intervista di Roberto Festa a Giampaolo Fabris, in occasione dell’uscita in libreria del suo ultimo saggio, La società post-crescita. Tra le cose (sempre) interessanti a proposito di consumo etico, sprechi, responsabilità, mi ha colpito questo scambio di battute.
Alla domanda Quanto è stata importante la Rete nell’emergere di questa nuova figura di consumatore, Fabris risponde (tra l’altro) così “Non è stata importante. È stata fondamentale. La Rete esplode di blog, commenti, dibattiti sui consumi. La Rete rilancia richieste e diritti dei consumatori”.
E fin qui, siamo tutti d’accordo. Direi di più. Fieramente, ci sentiamo anche chiamati in causa. Se non fosse che, non solo con il pensiero, torno indietro. Pagina 33 (recensione di Odifreddi sul nuovo libro di Bucchi, titolone che recita, neanche a farlo apposta, Elogio della scienza, quel che i media non riescono a dire), pagine 32, pagina 31 e così via, fino a pagina 21.
Sezione Attualità. Titolo. Censimento via Web il test va a vuoto l’Italia non è online.
Vera Schiavazzi racconta del tentativo dell’Istat di trovare modi alternativi e meno dispendioso (si stima un risparmio di 177 milioni di euro, nel caso le risposte arrivassero online) di ricevere informazioni dalle famiglie, in vista del nuovo censimento. Ad un campione di 72.000 famiglie, spalmato su 31 città, è stato distribuito il tradizionale questionario. Il 40,8% ha risposto per posta con busta preaffrancata; il 37,5% l’ha restituito al rilevatore (metodo tradizionale, dunque); il 12,6% l’ha consegnato ad uffici creati appositamente presso i Comuni; il 9,1% ha risposto via internet.
Se metto insieme il pensiero di Fabris (che è anche il mio, preciso) e la realtà dell’Istat, mi appare finalmente (…) chiaro – oltre a una valutazione complessivamente negativa su quello che possiamo definire social divide, rispetto al resto dei Paesi a noi vicini (e qui, entrano in gioco essenzialmente strategie e volontà politiche, al di fuori della nostra portata) – il senso di ciò che ho definito come retorica del web.
Secondo me, la strada da fare (perché tutti possiamo sentirci web, dalla mattina alla sera) è ancora tanta. Occorre impegno, sì; occorrono risorse, anche; occorre, però, non perdere assolutamente contatto con il reale.
Solo così, credo, sarà possibile trasferire l’idea del web come mezzo/strumento (utile, economico, agile) e non come semplice piattaforma/spazio.
Perciò, l’altra sera, vedendo Raiperunanotte, davanti alla tv non mi sono sentito per nulla web.
Ma questo è tautologia. Questo è retorica. Questo è un altro post.

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