corporate blog estrogeni

Guestbook. Intervista a Sasà Tomasello

Francesco

By Francesco
Published 3rd May, 2011

L’ospite di questa settimana è del Sud. Quel Sud che non smette di lottare e credere in un miglioramento generale, che possa partire proprio delle realtà più ostili, difficili e improbabili. Realtà in cui pochi investirebbero il proprio tempo/denaro, realtà che ti consumano una vita intera, ma realtà che ti permettono di osare e stupire proprio perché nessuno si aspetta nulla da esse. Sasà Tomasello, fa parte di queste realtà, è questa realtà. Un Sud che non resta a guardare.

Come può un pubblicitario e Ceo di un’agenzia gestire il tutto da Ischia? La rete abbatte i limiti fisici/strutturali, che sembrano limitare ancora il marketing italiano o le difficoltà sono realmente tante?

Paradossalmente il limite è ben più ampio. Il problema non è Ischia il problema è il Sud. Se proprio poi vogliamo definirlo “problema”, nel nostro caso, quello della comunicazione oserei dire l’Italia intera.
Non ho mai pensato di lasciare la mia città a favore della carriera ho sempre pensato di voler fare carriera dalla mia città (parlo di Napoli, anche se oggi vivo ad Ischia per scelta, ndr).
Ai tempi dell’università (tra l’altro mai finita a dispetto di una carriera iniziata molto presto), io ed un mio caro amico, ex AD in saatchi, jwt ed oggi anche lui diventato  CEO (ma su Roma), avevamo un sogno: riuscire a creare la nostra agenzia, ma su uno yatch e solcare i mari fin dove i clienti avessero avuto bisogno di noi, tanto, dicevamo, ci basta un Mac ed una Connessione veloce il resto ce lo mettiamo noi (parlo della creatività, ndr).
In qualche modo ho voluto continuare questo sogno,  non ho preso una barca ma mi sono trasferito su un’isola, ho il mio Mac ed una Connessione veloce e navigo fin dove i clienti hanno bisogno del sottoscritto.
Ritornando alla tua domanda, non ho mai ragionato sul paradigma “marketing italiano”. Mi definisco un creativo, un consulente creativo per l’esattezza e non posso affliggermi la vita con limitazioni varia che si incontrano ogni giorno fuori e dentro il lavoro, ci si scontra con una realtà “immatura”  dove la rete è ancora un oracolo e la comunicazione è legata alla “tradizione”.
Si fa di necessità virtù, con le nuove tecnologie quasi tutto è possibile: in agenzia comunichiamo via skype, mi squilla il Mac, perchè se squilla il telefono 9 su 10 è un fax di qualche operatore di telefonia che vuole propinarci un nuovo piano tariffario, o chiamano perchè non rispondiamo ai loro fax, ma riagganciano sempre alla fatidica domanda: “Signore quanto spende di cellulare?” – “Circa 10 euro al mese…” – ” … tu tu tu tuuuu”.
Esatto, ho la presunzione di definire la mia agenzia è una vera “agenzia 2.0”, dove i clienti si interfacciano per lo più in rete, con i miei collaboratori lavoriamo in rete e sono disparati in varie città d’Italia e se vogliamo presentare un progetto lo facciamo via “connectnow”, condividiamo i file via Dropbox e come anche nel caso di questa intervista, condividiamo i documenti con Google Doc.
Ma non è oro tutto quello che luccica, chiaramente ci sono anche i casi in cui occorre l’incontro dal vivo, in genere per la stipula dei contratti con i nostri clienti avviene ancora in questo modo. Ma ci stiamo lavorando.
Rischierò di sembrare pretenzioso, ma non è la rete ad abbattere i limiti fisici e strutturali ma sono le persone che imparano a sfruttarla e che stanno scoprendo nuovi modi per superane i limiti, cominciamo a non avere paura del futuro e imparare a sfruttare le nuove risorse anche in nome del “marketing italiano”.

Un supporto difficilmente modifica un contesto sociale originariamente statico, ma il suo utilizzo, la diffusione dello stesso e le innovazione generate dall’utilizzo, possono generare delle evoluzioni inaspettate. Pensi che sia possibile migliorare il “problema” della comunicazione al sud? Quali supporti e/o iniziative potrebbero essere influenti?

Non credo si debba parlare di “problema” della comunicazione quanto, piuttosto, bisognerebbe cominciare a parlare di “educazione” alla comunicazione. Gli imprenditori e non solo del sud a vivono oggi la comunicazione in un contesto nuovo, sono costretti a relazionarsi con marketing e pubblicità con nuovi mezzi, soprattutto quelli che la rete ci mette a disposizione.
Le persone hanno subito la comunicazione passivamente per oltre 50 anni ed ora cominciano a ribellarsi. Vogliono essere partecipi e poter dire la loro.
Per questo bisogna entrare nell’ottica oggi esiste il consumer che non è più il target e bisogna creare una relazione diretta e farsi trovare pronti e cortesi per rispondere alle domande che ci pongono.
Fare comunicazione significa riuscire a far comprendere al consumatore quali sono i benefici di un prodotto/servizio facendo in modo che questi viva un’esperienza, la stessa che hai vissuto tu prima di cercare di trasmetterla a lui.
Oggi il fattore EMOZIONALE la fa da padrone, coinvolgere, stupire e diffondere sono le chiavi di volta del nuovo marketing, quello che viene considerato NON CONVENZIONALE, di cui mi pregio di essere un accanito sostenitore, dove la comunicazione sfrutta mezzi e metodi alternativi a quelli a cui siamo stati abituati in 50 anni e la diffusione, se vincente, avviene attraverso il passaparola: è il pubblico stesso a diffondere la pubblicità.
Questo fattore e la nascita dei social network, hanno accorciato notevolmente il divario tra un imprenditore del sud ed uno del nord, intellettualmente parlando, anche se la strada è ancora lunga e tortuosa prima che gli investimenti si possano equiparare.
Nel frattempo, noi professionisti, studiamo e ci facciamo trovare preparati.
Siamo professionisti della comunicazione. Questo implica che dobbiamo essere più esperti e più bravi dei nostri clienti ed accompagnarli nell’esprimere quello che loro vogliono comunicare. La nostra bravura sarà la capacità di trovare soluzioni creative adatte ai nuovi modelli di business e comunicazione.
Esistono vari supporti, iniziative, eventi, concetti, strategie , modus, mezzi e metodi per realizzare campagne di comunicazione efficaci e tutte con la stessa desinenza: MARKETING.

Guestbook. Intervista a Matteo Bianconi

Francesco

By Francesco
Published 26th April, 2011

La mia prima “intervista” con un copywriter, anche se abbiamo parlato di tutt’altro. La prossima volta prometto di prepararmi sulla parte copy e di allargare le mie vedute. Copywriter consultant presso Pragamatika ed editor del blog “corporate” Pragmatiko, Matteo Bianconi è un appassionato della comunicazione a 360° e proprio per questo motivo siamo finiti a parlare della nuova “piattaforma” lanciata da Facebook, di crowdsourcing e coworking come nuove prospettive di creatività e consumo. Un viaggio in un futuro probabile, ma in continua mutazione.

Da Palo Alto hanno rilasciato, negli ultimi giorni, Facebook Studio che rivoluziona nuovamente il mondo dei social network e in particolar modo l’utilizzo che le tribù virtuali ne fanno. Credi che il re dei social network possa ridefinire anche il mercato del crowdsourcing e/o del coworking?

Credo che Facebook non abbia mai rivoluzionato niente: affermazione provocatoria, lo so, mi spiego. Mark Zuckerberg è arrivato con un prodotto giusto al momento giusto, riuscendo a realizzare il potenziale dei competitor. Ricordo che al principio, ancora prima del boom italiano del 2008, con gli amici si diceva che Facebook era la versione “pulita” di Myspace. E il resto è storia, una storia fatta di una società che finalmente ha imparato a sfruttare appieno la Rete attraverso la potenza dei social media. La nuova generazione in primis ha saputo arricchirsi di questo nuovo bagaglio culturale: basti vedere il fiorire dei nuovi progetti, piccoli o grandi network che siano. Al momento ce ne sono centinaia per foto, video, incontri e tanto altro: la stragrande maggioranza è opera di giovani under 30 e molti sono i casi di under 20. Il social media marketing, nato da pochi anni – ma già maturo negli States, in Italia siamo lenti- è il risultato di un mercato che cambia, con iper-consum-attori più consapevoli di quanto accada attorno a loro. Facebook Studio è un’ottima idea: il miglior modo di farsi pubblicità è quando sono gli altri a parlarne e questo sito non è altro che una sorta di grande vetrina, con in più l’intuizione di aggiungere la sezione “Lab”, imparando dalle best practice.
Crowdsourcing e coworking per me sono meravigliose “entità” che esulano dal contesto di Facebook: il social network  potrà forse influenzare i processi, ma non dettare nuove regole. Spesso parliamo di Facebook come se fosse un luogo fisico reale. In parte lo è, perchè abbiamo la consuetudine di vederlo coma una enorme piazza, ma anche la più grande piazza di tutti i tempi rimane vuota senza gli abitanti che la attraversano. In questo contesto crowdsourcing e coworking sono ovviamente facilitati, ma credo fermamente che le logiche di base siano totalmente umane e dipendano dalla volontà, dall’estro e dalla passione degli individui: Facebook rimane un media essenziale alla condivisiione, ma non insostituibile.

Il non-luogo per eccellenza, praticamente. Un posto in cui si generano contenuti/relazioni, ma che è solo un punto di partenza/transito per nuove frontiere/realtà. Un posto in cui condividere, da noi è ancora troppo presto, è sicuramente il valore aggiunto che può apportare un miglioramente all’intero processo generativo che si svincola dal network, ma non dal valore social. Facebook è il punto di partenza, le reti si stanno ampliando e i mashup sono i benvenuti, ma dove stiamo andando?

Credo che stiamo tornando ai collettivi. Se ci facciamo caso, con l’avvento dei social network le aziende italiane si sono trovate impreparate e c’è ancora chi considera un “giochino” questo livello di marketing. Così è successo che i primi che hanno capito il potere del “social” sono diventati i cosiddetti guru, persone che hanno fatto del personal branding il proprio cavallo di battaglia. Ci sono state società che si sono rivolte a loro, alcune che hanno avuto la fortuna di avere dei casi all’interno della propria organizzazione e altre che hanno letteralmente acquisito questo “genio extra”. Nel mentre la specializzazione è aumentata, causando un numero sempre più alto di “lupi solitari” altamente specializzati. Ora che la concorrenza è forte, si stanno formando i nuovi “branchi”, nati proprio dal crowdsourcing e dal coworking. Ecco appunto il ritorno del collettivo: la nascita di nuove realtà operative o intellettuali, ma – come si dice – ognuno ha un mutuo da pagare e quindi il business è il benvenuto. Il punto focale sta nel distinguere queste nuove realtà, perchè i “venditori di fuffa” sono sempre dietro l’angolo ed è facile che bellissime start up finiscano nel tritacarne degli eventi, anche quelle nate dai propositi migliori. Non bisogna mai dimenticare che la Rete premia l’onestà e il confronto aperto. Anche – e soprattutto – nel business.

Una rete di tribù.

Guestbook. Intervista a Paolo Ratto

Francesco

By Francesco
Published 19th April, 2011

Il primo contatto con l’ospite di questa settimana è avvenuto in circostanze digitali non felici. Avevamo pensato di mettere su il primo cimitero delle piattaforme web 2.0, un punto di incontro/scontro dove si potesse monitorare i decessi, presunti o reali, delle realtà che alimentano il web. Un’idea che ha reso giustizia al concept, morendo. Ospite di oggi è Paolo Ratto, che oltre ad essere un interessante blogger e web marketing specialist a D4B, è un “collega” con cui si riesce a discutere dei propri lavori senza entrare in competizione. L’intervista seguente nasce su twitter, approfondita allo Iab Seminar per concludersi (forse) in questo post.

Ogni mattina su Internet un guru si sveglia e dichiarerà la morte di qualche parte del web. Ogni mattina su Internet un utente si sveglia e sa che un guru avrà dichiarato la morte di qualche parte del web… un cimitero virtuale che stiamo provando, con molte difficoltà, a documentare. L’ultimo arrivato, ma solo in senso temporale, è Bruce Sterling.
Credi che queste morti quasi quotidiane siano solo una mostrazione dei guru o è la normale evoluzione di un supporto, che si modifica con l’utilizzo che ne fanno gli utilizzatori?

Sicuramente il lanciarsi dei cosiddetti guru in affermazioni altisonanti (che altrove ho definito “per le allodole”), è, a mio parere, quasi imposto dal “mantello da indovini” che portano sulle spalle. Probabilmente se non fai predizioni (meglio catastrofiche!), non puoi fregiarti dell’appellativo di guru. Questa è una tendenza molto diffusa nella blogosfera. Un pò come quella di attaccare o difendere a spada tratta uno strumento piuttosto che un altro, quasi sospinti da un orgoglio tribale da sostenere nei confronti del nemico (penso a Twitter Vs Facebook), dimenticandosi spesso che stiamo parlando di strumenti e che è l’utente, con il suo utilizzo che ne determina essenzialmente le differenze.
Non si può negare che il settore sia contraddistinto da un’evoluzione rapidissima (talmente rapida che magari tra qualche mese, invece di commentare il Social Web ci troviamo a commentare una partita di briscola…!) Ciò che pertanto mi preme sottolineare è che la chiave va ricercata proprio nell’utilizzo. In fin dei conti sono gli utenti che determinano il futuro del supporto. Pensiamo al Facebook degli inizi e a quello odierno: per quanto Zuckerberg sia sicuramente un genio lungimirante è l’utilizzo che ne hanno fatto gli utenti che ha trasformato il network nella complessa macchina attuale. E’ lo strumento che si adatta agli utenti e non viceversa.

Semplificando il discorso possiamo dire che le tribù, generate all’interno della piattaforma, nell’utilizzo che ne fanno ne determinano il posizionamento? Provocatoriamente possiamo affermare che c’è un rovesciamento del concetto “Il medium è il messaggio”?

Sicuramente una delle caratterstiche che ha determinato il “boom” del Social Web è la forza aggregante delle tribù online. Il fatto che gli utenti si trovino in totale empatia con lo strumento che utilizzano, non solo ne determina il posizionamento, ma lo riempe di contenuti, significati e soprattutto emozioni. D’altronde è difficile definire tali comunità come virtuali, anche perchè di virtuale non c’è più niente. La comunicazione è sincrona, fittissima, multisensoriale. Il linguaggio fortemente arricchito e totalmente condiviso. E ciò che mi interessa particolarmente è che le iniziative promosse sfociano spesso nell’offline.
Calzanti, in questo senso, esempi della community twitteriana o foursquariana (occhio anche a app come Instagram). Rifletteteci un attimo…
E anche il buon McLuhan probabilmente constaterebbe che ciò che caratterizza il fenomeno del Web Sociale è proprio la messa in atto di meccanismi da sempre presenti nell’uomo, su cui la tecnologia ha saputo modellarsi. L’utente, ancora di più che il contenuto del “messaggio”, è il centro di questa rivoluzione. Gli strumenti sono satelliti, anche se spesso diventano oggetto di venerazione da parte della loro stessa nicchia.
Complesso no…?!?

La tecnologia si è modellata sui caratteri sociali dell’individuo, ma non dobbiamo perdere di vista il fatto che restano delle strutture con propri limiti e vincoli. Leggendo Googled di Ken Auletta mi ha colpito un’affermazione riguardo il più grande motore di ricerca della storia, ovvero che Google non sta modificando il nostro modo di cercare, ma siamo noi che stiamo imparando a cercare come ci sta insegnando Google. Sono le tecnologia a mutare il sociale o viceversa?

Secondo me siamo dinnanzi a due fenomeni distinti e cioè il Social e la Search, che nonostante stiano convergendo sempre più evidentemente (d’altronde ti chiedo che cosa non stia forse convergendo nel Social?!?) partano da presupposti diversi.
Credo che Auletta abbia ragione quando parla di Google e del fatto che, per quanto riguarda la maniera di cercare, Google sia intervenuto in maniera decisa e irrevocabile sul comportamento degli utenti, modificandolo e riuscendo ad adattarlo perfettamente alla filosofia del motore.
Discorso diverso se guardiamo i Social Network (che possiamo definire pilastro di ciò che mi piace definire Social Web): questi si sono evidentemente adattati proprio al carattere individuale, e addirittura socio-tribale degli utenti, sapendo mutare (Twitter e Facebook sono l’esempio più lampante) le proprie caratteristiche, realizzando ciò che la massa di utenti andava bramando, fino a qualche anno fa, nelle sue fantasia più recondite.
Mi permetto di andare oltre e dico che è probabilmente la stessa filosofia di Google, che ha fatto la storia della “ricerca” ad averne decretato l’insuccesso (almeno fino ad oggi) nel settore social. Ma su questo ci sarebbe da scrivere un libro…
Dando una risposta definitiva mi sento di dire che il “sociale” offre, in questo momento storico, l’ispirazione continua per l’evolversi dello sviluppo tecnologico. Internet non è mai stato così “utentecentrico” e la tecnologia non può far altro che cercare di soddisfare bisogni e necessità dell’utente (o delle tribù di utenti). Questa, a mio parere, la chiave di volte dell’Internet attuale. E poco importano le variabili del business e del marketing, perchè è sempre all’utente che bisogna rendere conto alla fine della favola.

Guestbook. Intervista a Giovanni Scrofani

Francesco

By Francesco
Published 29th March, 2011

241543903. Ubik è tra noi.
L’intenzione era quella di terminare l’intro, dell’ospite di questa settimana, con la frase precedente ma il senso (?) mi ha fatto cambiare strada.  Ho pensato che uno stimolo/riflessione fosse rappresentativo di una personalità forte come quella di Giovanni Scrofani, ma non volevo trascendere nella banalità. Professionista di Grandi Stazioni,che in rete tende a prendersi/re con meno serietà per analizzare fenomeni sociali, che generati dagli utenti si diffondono in rete. Il meme è il virus che pervade l’intera comunità odierna. Il virus per eccellenza, che non ha bisogno di identificazione e catalogazioni. La cui genesi on-line, giunge a infettare utenti off-line. Questo è il senso del virale, che tra alcuni anni studieremo sui libri di sociologia. Questo è Gilda35.

Tristan Tzara ha affermato che ”Dada non significa nulla, è solo un prodotto della bocca”, possiamo dire che Gilda35 è solo un prodotto della tastiera? Raccontaci del primo sito di satira sul “professionismo” della rete.

Con questa citazione hai colto buona parte del mio “metodo creativo”. Sì, Gilda35 è un mero prodotto della tastiera. In Gilda35, attraverso una tecnica di “stream of consciousness”, scarico le suggestioni provenienti dal mio errare attraverso i Social Network e internet in generale. Scrivo “di botto” senza pensarci molto su, riguardo al risultato finale. Originariamente il nome nacque per gioco dall’accostamento di:
· “Gilda”, termine mutuato dal mondo dei Giochi di Ruolo dove indica un party (gruppo di giocatori) che deve risolvere una quest (missione);

· e il numero 35 le persone necessarie ad eludere l’algoritmo dei toptweet.

Gilda35 è nato un po’ per gioco su Twitter, con alcuni amici eravamo stufi per le “pubblicità occulte 2.0”, propinate da alcuni markettari che sfruttavano delle falle nell’algoritmo dei toptweet (una sorta di vetrina sui contenuti più in voga). Come descritto in una serie di nonPOST raccolti nella pagina Project del nonBLOG, abbiamo iniziato una serie di “rigorosi esperimenti dadaisti” per eludere (lecitamente e coccolosamente) anche noi l’algoritmo dei toptweet e postare in home page messaggi all’insegna del non sense più totale. La cosa mi ha preso la mano (soprattutto dopo l’affaire Internet 4 Peace) e così sotto la “pressione popolare” è nato il sito ufficiale. Gilda35 ha conservato fondamentalmente le medesime dinamiche della parte iniziale del c.d. Progetto: fare satira sul “professionismo” della rete, attraverso quello che chiamo il “metodo della contaminazione”. La totalità di quello che scrivo su Gilda35 è frutto delle mie interazioni con buffoni, hacker, scrittori, casalinghe disperate, linguisti computazionali, lanciatori di coriandoli, antropologi, eretici, sociologi, pagliacci, funamboli, giornalisti ecc… Sto “in Rete” da molti anni e in Italia ho notato una “seriosità” eccessiva su come si affrontano le nuove professioni connesse al web… Diciamo che c’era bisogno di una bella pernacchia! Poiché con le Nuvole Computazionali abbiamo un rapporto di influenza reciproco, solo dopo mesi mi sono reso conto di come Gilda35 avesse una serie di significati pressoché infinita… La versione che mi piace di più è questa:

· “Gilda” come il film di Rita Haywort, che fu il primo caso “analogico” di viral marketing. Il film sfruttò la pubblicità data dal fatto che nell’Operazione Crossroad una delle bombe degli esperimenti dell’atollo di Bikini era stata battezzata per l’appunto Gilda.

· “35” nella smorfia napoletana significa “l’uccellino”, che è il simbolo di Twitter.
Ma in ultima analisi, ad essere rigorosi: Gilda35 non significa un fico secco! Gilda35 è una pernacchia!

Un progetto che nell’autoironia riesce a mettere in luce le potenzialità del web 2.0, dove ogni utente può fare la differenza. Nel bene o nel male, il web ha reso il mondo più partecipativo. Considerando la semplificazione di utilizzo, ottenuta con alcuni  social network, ritieni che Gilda35 subirà una crescita esponenziale di contenuti?

Ad essere ben precisi Gilda35 ha avuto due fasi: quella “sperimentale” (collettiva e virale) e quella “satirica/polemica” (individuale e riflessiva):

· La fase “sperimentale” di Gilda35 si è conclusa il 26 agosto 2010 A.D., quando constatai, insieme agli altri Sabotatori, che Twitter si associava agli altri Social Network nel dare visibilità solo a ciò che aveva immediati ritorni in termini di marketing o di promozione come “news network”. Dopo una serie di “sabotaggi” dalle parti di Twitter iniziarono a rimodulare l’algoritmo per “sfavorire” fenomeni come Gilda35. Dopotutto un Social Network “tira” nel momento in cui è una buona cassa di risonanza a fenomeni di marketing o “fa notizia” (v. Tunisia, Iran, ecc…), se si limita a veicolare cosa davvero è importante per gli utenti assai probabilmente non fa né cassa, né notizia. Nei mesi successivi ho continuato a fare qualche “sabotaggio”, giusto per divertimento favorendo qualche causa che mi stava a cuore come nel caso dell’estradizione a Guantanamo di Gary McKinnon. Poi ho deciso di fermarmi del tutto. Un po’ perché il “metodo” del sabotaggio era passato nella comunità degli utenti italiani di Twitter, che soprattutto coi trend topic (i temi di tendenza) avevano iniziato a dare evidenza a proprie iniziative pseudopoliticoculturali. Un po’ perché a destra e manca venivo tirato per la giacchetta per dare visibilità a “temi importanti” nucleare, giornalisti contro, ecologia, ecc… Francamente un approccio veramente poco DADA.

· La fase “satirca/polemica” è iniziata a latere di quella “sperimentale” e mi sta dando parecchie soddisfazioni. Un po’ perché per motivi di tempo sviluppare un’iniziativa “virale” come la Gilda35 della fase sperimentale era improponibile. Un po’ perché desideravo cimentarmi di più nel nonBLOGing: fondamentalmente il mio non è un blog vero e proprio, ma per lunghezza dei post e linguaggio, è una sorta di piccolo pamphlet a puntate. Nel nonBLOG ho potuto mettere meglio a fuoco alcune idee “eversive” contro l’attuale assetto della Cultura Digitale. Ovviamente l’esperienza è amatoriale e priva di scopo di lucro. Ciò mi ha permesso di focalizzare al meglio le mie idee, senza quell’ossessione da “numero di contatti per post” ché è la rovina dell’attuale panorama della blogosfera italica. Mi è capitato che migliaia di persone leggessero un mio post nato per scherzo, solo perché trattava di un brano di successo. Mentre altre volte post che erano stati frutto di intense ricerche erano stati letti da poche decine di persone, tuttavia sono stati quelli che mi hanno dato più soddisfazioni, per il feedback emotivo intenso che mi hanno trasmesso i lettori. Se ragionassi in termini “professionali” di numero di contatti per post, dovrei scrivere solo di boiate di tendenza, ma sono assolutamente contro questa cultura del nulla, in cui la linguistica computazionale sovrasta il contenuto.

In conclusione, per lo meno nella fase attuale Gilda35 non subirà una “crescita esponenziale” di contenuti. Gilda35 è un prodotto “artigianale” e come tale soggetto a momenti di stasi e raptus creativi, ad affermazioni e contraddizioni, a evoluzioni ed involuzioni. Quello che voglio fare con Gilda35 è solo spingere le persone a riflettere un attimo sull’assoluta insensatezza, che sta intraprendendo la Cultura Digitale in questo frangente. Perché alle volte il nonsense ha più senso del buon senso di SEO, Guru, Topblogger e compagnia!

Guestbook. Intervista a Rudy Bandiera

Francesco

By Francesco
Published 22nd February, 2011

Un hostwriter in Google doc, sarebbe stato il titolo di questo post se non fosse parte della rubrica Guestbook. L’ospite di questa settimana sarebbe potuto arrivare alla notorietà grazie alla somiglianza del suo nome con un noto personaggio degli ultimi mesi, ma lui era già famoso. @RudyBandiera è uno degli account twitter più attivi e produttivi, ironico e professionale in soli 140 caratteri. Giornalista, professionista dell’IT, consulente web, blogger, docente e tanto altro che lo rende una delle personalità più attive del web.
Rudy vive su twitter e da accanito follower, non potevo evitare di fargli qualche domanda su questo mezzo che ho tanto osannato.
Ecco cosa ci siamo detti in un .doc

Fondatore dell’hashtag #lovvotica, partito come scherzo ma poi mutato in una cosa “seria”, ti va di raccontaci in breve la vicenda e di spiegaci come può un’idea diventare virale su Twitter. Come un mezzo, a prima vista limitato, possa diventare più influente di una testata giornalistica?

Prima di tutto grazie per queste due chiacchiere, secondamente (alla Albanese) non sono il fondatore dell’hashtag #Lovvotica ma sono il fondatore della Lovvotica, che poi è diventato un hashtag.
Parlando con il mio fraterno amico Davide Licordari mi sono trovato spesso a dire “ti lovvo” riferendomi anche a grandi banalità e da questa stupidaggine da bimbominkia è nato il tutto: se ci si dice ti lovvo, come si chiama un posto in cui ci si lovva? Ovviamente una lovvoteca! E in una lovvoteca si pratica la Lovvotica, è ovvio no?
Da questi tre passaggi, del tutto insensati ed astrusi, è nata la Lovvotica e devo dire che è uno spasso.
Gli ho voluto dare una connotazione religiosa, prendendo spunto dagli assiomi di Scientology, è l’ho fatto per dare “credibilità” ad una cosa che di credibilità non ne ha per nulla, ovviamente.
Quindi ho scritto le Tre leggi della Lovvotica scimmiottando Asimov, ho inventato una gerarchia e dei ruoli all’interno di essa ed ho dato una forma pratica ad una idea astratta con il sito Lovvotica.com
Detto fatto, la gente ha iniziato a divertirsi ed è stata fatta!
Devo anche dire grazie a Silvio Belusconi il quale, inconsciamente, ha reso possibile il motto ovvero “Il Lov vince sull’Eit” visto che è stato lui, quando il tutto è partito, a dire in televisione “l’amore vince sull’odio e sull’invidia”. Io non me lo sono fatto scappare.
Twitter è stato l’elastico che, una volta caricato, ha dato slancio a tutta questa enorme ma divertente cazzata.

Alla base di twitter ci sono le relazioni tra gli utenti, molto più forti rispetto agli altri network, e gli user generated content che costituiscono un nuovo modo di dialogare. Perché le grandi aziende, tranne in alcuni casi (vedi H3G), hanno avuto un timore iniziale di aprirsi ai propri utiliizzatori?

Posso parlare per esperienza personale: molte aziende hanno paura del confronto.
In effetti abbiamo sentito sempre parlare di condivisione e “potere del cliente” ma in realtà la cosa non è mai stata completamente così perchè è sempre stata l’azienda, qualunque azienda, a fare informazione verso l’esterno.
Oggi le cose sono cambiate, tanto, e stanno cambiando ancora: il marketing non è più quello di una volta e rapportarsi con la folla oceanica che oggi è Internet pone dei quesiti a chi gestisce i marchi, ovvero: ne vale la pena? Chi me lo fa fare di espormi in questo modo? Sono in grado? Mi posso fidare di chi ha le “chiavi” della mia comunicazione?
D’altronde abbiamo visto, proprio su Twitter, l’esempio di Aruba che, qualche mese fa, non è riuscita a gestire la situazione a dir poco imbarazzante che si era venuta a creare a causa dell’off dei suoi server.
Insomma, Twitter (e gli altri social ovviamente) sono una forza in mano ai molti, sono la voce delle masse, quella voce che è sempre solo stata percepita come concetto ma mai come fatto.
Oggi è un fatto, ed è un fatto che si fa sentire.

Ritieni che un grande brand si debba aprire alla comunicazione diretta? Quali mezzi scegliere e come gestirli? Non credi che il tutto parta sempre dalla qualità del prodotto?

Sono assolutamente convinto che un grande brand si debba aprire alla comunicazione diretta!
Ma credo che oltre ad essere una mia convinzione, sia una certezza dettata dal mercato: una delle parti più influenti del Cluetrain Manifesto dice che i mercati sono conversazioni e quindi che “Le aziende che non appartengono a una comunità della comunicazione sono destinate a morire”.
Facciamo un’ipotesi a medio termine: le aziende iniziano ad approcciarsi ai social media, i quali creano una sorta di fiducia tra produttore e consumatore. Benissimo, tutto questo è bellissimo.
E chi per caso non lo fa come viene visto?
Ecco, tutto il discorso si racchiude in questa domanda e la risposta è semplice: chi non lo fa è fuori, è fuori perchè non da un segnale di fiducia, non si interfaccia, non collabora.
I mezzi sono sempre molto importanti per quello che riguarda la comunicazione: per fare un esempio pratico, se ho un’officina meccanica è difficile che con la comunicazione via Twitter io riesca ad ampliare il mio business, come è difficile che riesca a generare discussione attorno al mio lavoro, se non uccido un cliente almeno.
Se invece ho, ad esempio, un albergo o un sito internet di informazione, un account Twitter si presta certamente di più allo scopo.
E’ anche vero che se come meccanico di auto scrivo tutti i giorni i miei segreti su Twitter e li do in pasto ai followers, probabilmente riesco anche farmi un ipotetico numero di clienti, ma la cosa non è facile come sembra.
Alla base di tutto, in ultima analisi, come dici tu c’è sempre la qualità, questo è innegabile, ma se nessuno lo sa come la mettiamo?
Io amo dire: “se hai un sito Internet ma nessuno sa che esiste, di fatto non hai un sito Internet” e su questo semplice assioma si basa la SEO.
Allo stesso modo, se hai un ottimo prodotto e nessuno lo sa, puoi fare a meno di produrre.
Diciamo che grazie ai social e ai nuovi media, le aziende hanno la possibilità di capillarizzare la loro comunicazione ma la cosa, nel caso in cui si avesse un prodotto scadente, sarebbe del tutto controproducente.
Quindi, per concludere, se abbiamo un ottimo prodotto, buttiamoci sui nuovi media: male che vada almeno una fidanzata la troveremo no?