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Scheletri nell’armadio Ikea

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L’essenza portante del marketing non è altro che una storia raccontata. Le grandi storie riescono da sempre a catturare l’immaginazione di un vasto pubblico e il marketing non fa altro che ricreare delle storie capaci di ottenere la stessa attenzione. Sono storie che possono riguardare contesti reali ma che semplicemente sono coerenti e credibili. Le grandi storie puntano sui sensi mai sulla logica. Sono capaci di catturare l’attenzione del pubblico nel momento in cui vengono raccontate. Le grandi storie sono quelle che rispettano la visione del mondo degli “ascoltatori”. Poi ci sono quelle storie che cozzano con quella visione, ma non la respingi. La prendi in considerazione e la confronti con la tua visione.
La Svezia nella mia visione è sempre stata la nazione più democratica d’Europa. Uno di quei posti in cui andresti a vivere rischiando l’ipotermia per la maggior parte dell’anno. Poi scopri che anche quello stato sociale che si impegna tanto per annullare le differenze sociali, ha dei grossi scheletri nell’armadio, vecchi e nuovi.
A spolverare questi scheletri ci ha pensato, attraverso avventure romanzate, il giornalista svedese Stieg Larsson, esperto conoscitore di associazioni di estrema destra e del movimento neonazista. Nella sua creazione, Larsson mette a nudo la società svedese e lo fa non per screditare la sua nazione, ma per proteggerla da chi la vuole solo sfruttare. La portatrice di questi valori è la protagonista Lisbeht Salander.
Lisbeth è una donna venticinquenne  dal carattere molto complesso, introversa e decisamente asociale. Quasi sicuramente affetta dalla sindrome di Asperger, una tipologia di autismo caratterizza dalla difficoltà di relazionarsi socialmente e da una lieve alterazione della percezione, rappresentazione e classificazione delle realtà. Una personalità dalle molte sfaccettature, segnata dai molti flashback del passato segnato da violenze, ricoveri e perizie psichiatriche, che la ritengono capace di  badare a se stessa. Un personaggio impenetrabile, difficilmente comprensibile e amabile. Un personaggio borderline che si muove tra la follia e la genialità. Uno spirito guida capace di abbattere quei legami malavita-Säpo-stato, che inquinano il paese. Capace di spazzarli come dei semplici castelli di carta. Nell’ultimo capitolo delle serie viene messa a fuoco la potenza di Lisbeth. Una potenza devastante basata sulla personalità del personaggio e non sulla sua presenza scenica. Una Lisbeth che per quasi tutta la durata della pellicola, appare limitata nei movimenti e nelle decisioni. Chiusa a chiave, sotto custodia, murata, ma mai inattiva. Pronta a mettere in atto la sua folle genialità per smascherare i legami illeciti e distruggere quelle strutture inadatte alla democrazia.
Una sorta di dea contemporanea ma senza la bellezza ostentata dall’Olimpo. Una donna dall’apparenza vulnerabile, ma che non teme di soccombere in una vita fatta di solitudini e violenze. Pronta ad alzarsi ad ogni sconfitta e reagire, una fenicie alata che dal suo essere dark emana una luce immensa.
Una storia da vedere.

47466 218x300 Scheletri nellarmadio IkeaEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

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Parodia 2.0

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Permettete? Un pensiero condiviso.
Siamo in periodo di tesi, o meglio Franco lo è. Tutti i giorni trova un articolo interessante da utilizzare per il lavoro che sta portando avanti, e non manca mai di condividerlo con me. Con tutto quello che ha trovato finora, scriverà una tesi di 80-90 pagine solo di sitografia e note. Qualche libro se lo legge pure, e non manca mai di condividere anche quello, ma poi si rende conto che anche i libri ormai non fanno altro che rimandarti in rete su blog di marketing&comunicazione, forum, siti corporate particolarmente interessanti, casi studio trattati in maniera più o meno approfondita dai vari blogger. Allora, ci è venuto in mente di scrivere questo post su un blog che seguiamo spesso, e che crediamo possa essere d’aiuto a chi è sempre in cerca di contenuti interessanti inerenti al nostro settore.
Il blog in questione è Adverspoof. Per dire in due parole che cos’è basta fare copia&incolla del concept presente sul blog stesso: “AdverSpoof è un blog che raccoglie le migliori produzioni della parodia pubblicitaria e non solo: false notizie, immagini e video rovesciati del loro significato originario generano quella che possiamo chiamare Parodia 2.0. I Digital Natives ci insegnano a non prenderci troppo sul serio e a scherzare anche con Sua Maestà il Brand.
Tra i post della creatura di Andrea Carnevali (sociologo non-convenzionale) ho trovato spesso alcune tra le più belle e divertenti parodie pubblicitarie circolate in rete, manifestazione forse più evidente della nuova condizione in cui si trova oggi il consumatore. Non più succube di una pubblicità martellante e anonima ma pienamente consapevole del proprio potere critico, fatto di opinioni espresse in maniera sempre più incisiva.
Un esempio?

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I Metallica potrebbero suonare Tchaikovsky

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Era il lontano ‘99 quando per la prima volta ho ascoltato un pezzo di “musica classica”, ma non ne sono diventato un fan accanito. A crescere con il grunge, si dimentica la bellezza delle sonorità pure, ma poi quando meno te lo aspetti la vita ti sorprende. Nuovo film. Il concerto. Metallica? No Tchaikovsky. Ecco lo sapevo, la mia cultura musicale questa volta non sarebbe servita a nulla. Con Elliot era andata alla grande, il soul anni ‘70 era servito per Zinos, ma come avrei potuto “rappresentare” Andreï? Non mi ero preoccupato, tanto l’avrebbero assegnato ad Ignazio. Lui è l’amico di Socrate, lui è il musicista, lui modula la voce, lui sarebbe stata la persona giusta.
Le cose nella vita vanno sempre diversamente. Andreï si sarebbe fatto conoscere attraverso le mie dita. Avrebbe fatto conoscere al web la sua vita, le sue disavventure, le sue passioni, il suo amore.
A prima vista è difficile fidarsi. Sembra solo un’altra trovata commerciale. Un altro medium sfruttato per introiti economici. Un’altra rottura.
Non è solo un’altra comunicazione.
La “personificazione del brand” è qualcosa che richiede tempo. Documentazione. Ascolto. Visione. Devi entrare nel personaggio. Devi far tuoi quei valori. Devi provare quelle emozioni. Il metodo Stanislavskij applicato al marketing, per renderti credibile.
La community ti accoglie a braccia aperte, ma devi guadagnarti il rispetto, l’attenzione, il retweet degli utenti. Gradualmente entri nelle liste di musicisti, cultori ed estimatori della materia. Dialoghi con loro. Ti arricchisci grazie a loro. Diventi uno di loro. Costantemente aumenta la stima nei tuoi confronti e con essa la visibilità. Tutti sanno che quell’avatar è irreale, che quell’avatar è solo un’entità, che quell’avatar è brand, ma nessuno ne ha paura.
La personificazione del brand, attraverso le community, è accettata perché fornisce dei volori, delle conoscenze ed è aperta al dialogo, al confronto, alla relazione. Essa è parte della community. Essa è comunicazione 2.0

ilConcerto2 209x300 I Metallica potrebbero suonare TchaikovskyEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

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Un post è per sempre

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Pausa caffè. Si inizia a discutere di social media e social networking. Inizia la sociologia spicciola. Riflessioni di riflessioni, poi tutto termina in silenzio. Si torna a lavoro, ma tutti sono ancora lì a riflettere sulle “perle di saggezza”. Network/Famiglia. Social Network/Cinematografo. Barbiere/Blogger. Cliente/Consumatore postmoderno. Leggi l’ultimo post di Vincos Blog e la casualità ti perseguita. Quel non più consumatore, orami diventato autonomo, esigente, competente, selettivo, è in quell’analisi.
Il consumatore postmoderno è molto più sofisticato del suo predecessore. Un individuo tendenzialmente infedele alla marca. Un consumatore che è alla ricerca di esperienze e non di semplici prodotti, qualcosa che sia personalizzato e personalizzabile. Non tende a stabilire un rapporto subalterno e/o passivo con il produttore/venditore, ma richiede un rapporto dialettico che spinge l’azienda alla logica della relazione. Oggi gli individui sono diventati parte attiva della comunicazione aziendale, non possono essere ignorati, ma ci sono aziende vincolate alla vecchia comunicazione ipodermica.
Un esempio, recente, di pessima gestione del consumatore è quella portata avanti dalla John Ashfield, che risponde alle esigenze di un consumatore (Sybelle) servendosi di una lettere aperta di Andrea Celi, proprietario dell’azienda italiana. Un comunicato stampa molto più vicino ad un biglietto lasciato lì prima del suicidio. Parole da cui scaturisce l’errata visione del cliente, tanto che ci si spinge ad una paternale da lacrime agli occhi.
“Se posso darLe comunque un mio consiglio per il futuro, Le dico che nella vita non basta aprire un blog per realizzarsi criticando quello che fanno gli altri, perché, come Lei saprà, lavorando si può anche sbagliare, ma forse è meglio investire le proprie energie cercando di creare un proprio progetto facendolo con passione e sacrificio come io ho sempre fatto in questi anni”.
Gli errori di gestione sono molteplici, ma il finale è pure delirio comunicativo.
“Quindi Le chiedo sinceramente di aiutarmi in prima persona a far cessare tutto questo casino che è scaturito dal mondo di Internet contro la mia azienda”.
Un’azienda che vive sul Web non può pretendere il controllo di un mezzo. Il Web non è una medium classico, in cui i criteri di notiziabilità giocano un ruolo fondamentale. Nel Web tutto è costantemente illuminato a giorno, tutto è monitorato, tutto è per sempre.

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Ignari untori

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Photo0006 300x225 Ignari untoriEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Questo post inizia con un’immagine. Un frame della vita aziendale, che stamattina è iniziata con un vuoto virale. Le ore notturne, che dovrebbero portare consiglio, hanno decimato l’agenzia. Un movimento virale, partito dall’untore anonimo, ha raggiunto la maggioranza.
C’è chi ha iniziato alle 2.00 per ritrovarsi con una flebo alle 7.00  e chi ha tentato di resistere al virus, per poi arrendersi e tornare a casa. Tutti vittime ignare dello stesso virus, tutti portatori che mutano gradualmente in untori. Tutti ignari del più grande Virale di Estrogeni.
Un saluto a tutti coloro i quali si sono immolati per la Comunicazione.

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