By Ignazio
Published 1st March, 2011
Ho conosciuto Simone al Moviecamp di Torino, quando io e Chiara siamo stati ospiti suoi e di Emanuela Zaccone.
Al termine del nostro intervento ci siamo ritrovati a parlare, tra le altre cose, di linguaggi del cinema, dell’ industria e del ”sistema Italia” della produzione cinematografica, del mondo di Hollywood. Sono rimasto affascinato dalle sue tesi e del suo punto di vista. Insomma, tutt’altro che pago, mi ero ripromesso di riprendere la chiacchierata con lui in altre sedi. La nostra rubrica settimanale casca proprio a pennello per continuare quella discussione.

Visto che ti occupi, tra le altre cose, di linguaggi cinematografici e io non ho mai seguito “Mad Men” (lo conosco per i premi che ha vinto, ma non ho mai avuto l’occasione di guardarlo), mi piacerebbe che fossi tu a spiegarmi il perché, secondo te, del successo di questa serie. Riesce a far riflettere, in qualche modo, sulle dinamiche della pubblicità?
La prima cosa che avverti quando guardi un episodio di Mad Men è una sensazione di smarrimento del tipo: “Ma cosa sta guardando?” Te lo chiedi e te lo ripeti, mentre continui a guardare, comunque affascinato dall’ambientazione visiva curatissima e che restituisce pienamente il setting degli anni’60 di New York, anche se in maniera diversa da come sono stati costruiti nell’immaginario collettivo. I Mad Men, gli uomini di Madison Avenue che lavorano nelle grandi agenzie di Adv negli Stati Uniti, sono lontani dalla Golden Age of ‘60s, dai beatnik e dai proto-hippies. Se davvero dobbiamo cercare un passato iconografico allora bisogna risalire al C.C. Baxter de L’Appartamento di Billy Wilder, oppure al recente Revolutionary Road di Sam Mendes, uomini delle pubbliche relazioni alle prese con le loro esistenze vissute fra il successo e la frustrazione di una vita piccolo-borghese.
Ma continui a chiederti di che cosa parla questa serie. Non se ne esce facilmente, perché, dopo esserti fatto una checklist dei generi possibili delle loro combinazioni, fra cui che i protagonisti siano dei vampiri replicanti che viaggiano indietro nel tempo, ti ricordi che il produttore della serie è l’AMC. Conta qualcosa? Beh, se seguite le serie tv made in USA, si. L’AMC non è un colosso, come HBO o Showtime, però negli ultimi anni ha tirato fuori dei prodotti significativi: oltre il pluripremiato Breaking Bad, anche Rubicon e Walking Dead. Allora di cosa parla Mad Men? Mad Men parla della pubblicità. No, parla dei pubblicitari e del conformismo. Neanche. Parla degli Stati Uniti. Mah!
Se invece parlasse di tutte queste cose insieme? Se Mad Men fosse il primo tentativo di raccontare la storia di un periodo cruciale del paese che forse più di tutti ha segnato il ‘900, attraverso gli uomini della costruzione del consenso, caratteristica essenziale per comprendere la società di massa che ci stiamo lasciando alle spalle, senza mistificazioni, senza trionfalismi, senza la fascinazione del meccanismo stesso? Ci siamo avvicinati molto.
Siamo ancora prima che la pubblicità entri nei cultural studies e nella sua concezione piena di linguaggio espressivo, ma già da tempo gli americani canticchiano i jingle sotto la doccia, fanno colazione con cereali Kellogg’s e tornano dal lavoro dicendo: “Tesoro sono a casa!”. Siamo ancora lì nello stereotipo, ma Mad Men tenta di smontare questo stereotipo, non come una denuncia feroce, ma lentamente, nelle trame della narrazione, in maniera cadenzata. C’è il tentativo, non del tutto conscio, di raccontare la scena e di svelare il retroscena, senza tuttavia esprimere alcune critica al meccanismo. Perché molto spesso i prodotti di narrazione audiovisiva anglosassone hanno il pregio, almeno quelli più sofisticati, di non fare “sermoni”, ma di seminare lungo il percorso indizi, come se fossimo in un mosaico e dovessimo aspettare fino all’ultimo tessera per avere coscienza del disegno per intero.
Questa linea di significato è espressa nel personaggio principale di Don Draper, il brillante direttore creativo dell’agenzia, poi partner della stessa. Cinico, brillante e di successo, ma anche infedele, alcolista e fumatore accanito. Un personaggio dal passato oscuro, che assume il suo nome dopo la morte del vero Draper, suo tenente durante la guerra di Corea. Ogni cosa esiste in una scala di sfumature, con un ritmo mai frenetico, ma che mostra tutte le gradazioni, dal bianco al nero. Ma allora dove sta la verità? Ma esiste la verità nella pubblicità? O meglio in che dimensione della pubblicità siamo quando parliamo di Mad Men? Quelli sono gli anni in cui cominciamo ad esplodere le contraddizioni del modello conformista, in cui, citando un’immagine di Blue Velvet di David Lynch, cominciamo a vedere gli insetti brulicare sotto i prati ben tagliati intorno alle case e il giornale consegnato dal ragazzo biondo sulla bicicletta.
Sono due i libri che mi vengono in mente pensando a Mad Men, due opere letterarie importanti, uno è Underworld di Don De Lillo, forse davvero il migliore dei migliori scrittori americani viventi, e American Neanderthal (L’uomo dai denti tutti uguali) di Philip K. Dick. Non è un caso, visto che entrambi questo autori hanno affrontato il conformismo della società americana, soprattutto nelle abitudini pop. Se De Lillo riesce a ripercorrere una storia degli USA al contrario, segnata da eventi importanti, come le vittorie delle World Series di baseball, Dick, come solo lui sa fare, pone il focus sulla repressione degli istinti, descrivendo gli uomini del mercato immobiliare ed il loro desiderio di cancellare il passato rurale, salvo poi ritrovarsi in preda alle proprie pulsioni. Mad Men ripercorre la storia della società del marketing e sentiamo che qualcosa sta per esplodere, come se il famoso meltin’ pot sia sull’orlo dell’eruzione. Le abitudini dei protagonisti, anche quelle più negative, spesso sono quelle che ci si aspetta da loro e l’unico modo che hanno per liberarsi di questa gabbia è diventare dei manipolatori, entrare nel gioco. Un gioco che però li schiaccia, che li vede sempre più compressi e pronti ad eliminare ogni scrupolo. In fondo ci troviamo in una discesa agli inferi mascherata da scalata al paradiso, in un mondo che sta per cambiare in maniera catastrofica, pubblicità compresa. Da quel momento la lotta si fa più serrata, il tema è la sopravvivenza, l’ADV farà la muta come un serpente. Siamo all’esplosione della comunicazione. Chi sopravviverà?