chiara pascali

Professione giornalista

Chiara

By Chiara
Published 2nd May, 2011

Ricordo l’intransigenza di Aldo Fontanarosa, professore di Teorie e Tecniche del linguaggio giornalistico, (A.A 2000/2001) con chi non sapesse elencare, in sede d’esame, le famose regole del giornalismo, a cui Alberto Papetti dedicava un intero capitolo del suo libro Professione giornalista. Regola numero 1: attendibilità delle fonti. Un giornalista deve sempre verificare le sue fonti prima di diffondere una notizia. Motivo per cui oggi, alla notizia della morte di Bin Laden, uno dei principali quotidiani italiani associava una foto falsa pubblicata in rete già dal 23 settembre 2006. Un privilegio tutto italiano, nessun altro mezzo di informazione estero aveva infatti foto a testimonianza dell”accaduto. Naturalmente il pubblico del web non si è lasciato sfuggire l’occasione di dimostrare quanto la rete sia attenta ai contenuti e alla loro veridicità, si è dunque scatenata la caccia al falso e di conseguenza la delegittimazione della fonte. Come risponde il giornalismo italiano a tutto questo? Elimina la foto in home page e diffonde un nuovo articolo, la foto l’ha diffusa la tv pakistana. Come a dire: non sono stato io.

L’economia gira… film

Chiara

By Chiara
Published 21st April, 2011

Da quando le commissioni regionali per la cinematografia elargiscono fondi a destra e a manca e il product placement si è stabilizzato come pratica di fund raising, scrivere un film è alla portata di tutti. Bastano una decina di diapositive di Puglia, una Belen qualsiasi che gioca con il suo Samsung Galaxy Tab, un paio di attori contestualizzati che parlino il dialetto barese in terra salentina e il lungometraggio è servito. La sceneggiatura è schiava degli sponsor, forzata a tenere le fila del susseguirsi di spot che compongono la pellicola. Marketing, soggetti originali e dialoghi brillanti riusciranno mai a convivere negli stessi fotogrammi? Caro regista, se l’economia gira con te, il pensiero è invece immobile.

Guestbook. Intervista a Simone Corami

Ignazio

By Ignazio
Published 1st March, 2011

Ho conosciuto Simone al Moviecamp di Torino, quando io e Chiara siamo stati ospiti suoi e di Emanuela Zaccone.
Al termine del nostro intervento ci siamo ritrovati a parlare, tra le altre cose, di linguaggi del cinema, dell’ industria e del ”sistema Italia” della produzione cinematografica, del mondo di Hollywood. Sono rimasto affascinato dalle sue tesi e del suo punto di vista. Insomma, tutt’altro che pago, mi ero ripromesso di riprendere la chiacchierata con lui in altre sedi. La nostra rubrica settimanale casca proprio a pennello per continuare quella discussione.

Visto che ti occupi, tra le altre cose, di linguaggi cinematografici e io non ho mai seguito “Mad Men” (lo conosco per i premi che ha vinto, ma non ho mai avuto l’occasione di guardarlo), mi piacerebbe che fossi tu a spiegarmi il perché, secondo te, del successo di questa serie. Riesce a far riflettere, in qualche modo, sulle dinamiche della pubblicità?

La prima cosa che avverti quando guardi un episodio di Mad Men è una sensazione di smarrimento del tipo: “Ma cosa sta guardando?” Te lo chiedi e te lo ripeti, mentre continui a guardare, comunque affascinato dall’ambientazione visiva curatissima e che restituisce pienamente il setting degli anni’60 di New York, anche se in maniera diversa da come sono stati costruiti nell’immaginario collettivo. I Mad Men, gli uomini di Madison Avenue che lavorano nelle grandi agenzie di Adv negli Stati Uniti, sono lontani dalla Golden Age of ‘60s, dai beatnik e dai proto-hippies. Se davvero dobbiamo cercare un passato iconografico allora bisogna risalire al C.C. Baxter de L’Appartamento di Billy Wilder, oppure al recente Revolutionary Road di Sam Mendes, uomini delle pubbliche relazioni alle prese con le loro esistenze vissute fra il successo e la frustrazione di una vita piccolo-borghese.
Ma continui a chiederti di che cosa parla questa serie. Non se ne esce facilmente, perché, dopo esserti fatto una checklist dei generi possibili delle loro combinazioni, fra cui che i protagonisti siano dei vampiri replicanti che viaggiano indietro nel tempo, ti ricordi che il produttore della serie è l’AMC. Conta qualcosa? Beh, se seguite le serie tv made in USA, si. L’AMC non è un colosso, come HBO o Showtime, però negli ultimi anni ha tirato fuori dei prodotti significativi: oltre il pluripremiato Breaking Bad, anche Rubicon e Walking Dead. Allora di cosa parla Mad Men? Mad Men parla della pubblicità. No, parla dei pubblicitari e del conformismo. Neanche. Parla degli Stati Uniti. Mah!
Se invece parlasse di tutte queste cose insieme? Se Mad Men fosse il primo tentativo di raccontare la storia di un periodo cruciale del paese che forse più di tutti ha segnato il ‘900, attraverso gli uomini della costruzione del consenso, caratteristica essenziale per comprendere la società di massa che ci stiamo lasciando alle spalle, senza mistificazioni, senza trionfalismi, senza la fascinazione del meccanismo stesso? Ci siamo avvicinati molto.
Siamo ancora prima che la pubblicità entri nei cultural studies e nella sua concezione piena di linguaggio espressivo, ma già da tempo gli americani canticchiano i jingle sotto la doccia, fanno colazione con cereali Kellogg’s e tornano dal lavoro dicendo: “Tesoro sono a casa!”. Siamo ancora lì nello stereotipo, ma Mad Men tenta di smontare questo stereotipo, non come una denuncia feroce, ma lentamente, nelle trame della narrazione, in maniera cadenzata. C’è il tentativo, non del tutto conscio, di raccontare la scena e di svelare il retroscena, senza tuttavia esprimere alcune critica al meccanismo. Perché molto spesso i prodotti di narrazione audiovisiva anglosassone hanno il pregio, almeno quelli più sofisticati, di non fare “sermoni”, ma di seminare lungo il percorso indizi, come se fossimo in un mosaico e dovessimo aspettare fino all’ultimo tessera per avere coscienza del disegno per intero.
Questa linea di significato è espressa nel personaggio principale di Don Draper, il brillante direttore creativo dell’agenzia, poi partner della stessa. Cinico, brillante e di successo, ma anche infedele, alcolista e fumatore accanito. Un personaggio dal passato oscuro, che assume il suo nome dopo la morte del vero Draper, suo tenente durante la guerra di Corea. Ogni cosa esiste in una scala di sfumature, con un ritmo mai frenetico, ma che mostra tutte le gradazioni, dal bianco al nero. Ma allora dove sta la verità? Ma esiste la verità nella pubblicità? O meglio in che dimensione della pubblicità siamo quando parliamo di Mad Men? Quelli sono gli anni in cui cominciamo ad esplodere le contraddizioni del modello conformista, in cui, citando un’immagine di Blue Velvet di David Lynch, cominciamo a vedere gli insetti brulicare sotto i prati ben tagliati intorno alle case e il giornale consegnato dal ragazzo biondo sulla bicicletta.
Sono due i libri che mi vengono in mente pensando a Mad Men, due opere letterarie importanti, uno è Underworld di Don De Lillo, forse davvero il migliore dei migliori scrittori americani viventi, e American Neanderthal (L’uomo dai denti tutti uguali) di Philip K. Dick. Non è un caso, visto che entrambi questo autori hanno affrontato il conformismo della società americana, soprattutto nelle abitudini pop. Se De Lillo riesce a ripercorrere una storia degli USA al contrario, segnata da eventi importanti, come le vittorie delle World Series di baseball, Dick, come solo lui sa fare, pone il focus sulla repressione degli istinti, descrivendo gli uomini del mercato immobiliare ed il loro desiderio di cancellare il passato rurale, salvo poi ritrovarsi in preda alle proprie pulsioni. Mad Men ripercorre la storia della società del marketing e sentiamo che qualcosa sta per esplodere, come se il famoso meltin’ pot sia sull’orlo dell’eruzione. Le abitudini dei protagonisti, anche quelle più negative, spesso sono quelle che ci si aspetta da loro e l’unico modo che hanno per liberarsi di questa gabbia è diventare dei manipolatori, entrare nel gioco. Un gioco che però li schiaccia, che li vede sempre più compressi e pronti ad eliminare ogni scrupolo. In fondo ci troviamo in una discesa agli inferi mascherata da scalata al paradiso, in un mondo che sta per cambiare in maniera catastrofica, pubblicità compresa. Da quel momento la lotta si fa più serrata, il tema è la sopravvivenza, l’ADV farà la muta come un serpente. Siamo all’esplosione della comunicazione. Chi sopravviverà?

Obbligo di fantasia

Daniela

By Daniela
Published 13th January, 2011

Qualche giorno fa, Alfredo scriveva su Facebook “esci dalla tua vita”. Sembrava una delle sue classiche cose, di quelle che se le comprende da solo, poi ho scoperto che l’aveva detto a qualcuno il giorno prima.
Stamattina, sotto la doccia, l’intuizione. La comprensione, almeno per me. Non un esci dalla tua vita della serie fuggi la realtà ma esci dall’idea che hai della tua vita. Allontanati dalla gabbia che ti sei costruita. Separati dagli schemi che ti sei data. Insomma, profondamente vivi la tua realtà. Quella che è oggi, realmente. Non quella che hai in testa.
E allora, parte una riflessione. Ampia e varia come sono gli spunti continui di questi giorni che confermano quello che intuisco. La discussione sul tema del riciclo del cibo scaduto ma non proprio, il post di Lorenzo sul senso della creatività e il disordine ordinato, quello di Chiara sulle web series con un incipit in tema, la telefonata di Roger che mi chiede un sacchetto di plastica non di plastica, il sito di Smateria, il riciclaggio dei regali di Natale, il baratto.
Ovunque mi imbatto in qualcosa che ha una sola radice: trasformazione. Trasformazione che ha dentro azione, quel movimento, quell’agire, che è vita.
Mentre scrivo, la pagina di Facebook mi segnala una frase di Fabio Volo, in tema. La trascrivo. Come una casa vecchia mi sono demolito e ricostruito. Non potevo più andare avanti a fare piccoli lavori di restauro.
Bene, io non parlo di questo, di quella cosa per cui butti tutto. No, io dico proprio di quel magico processo per cui quando fai la pizza parti da acqua, farina, sale e lievito e li trasformi. Gli elementi ci sono tutti, ma sono altro. Ecco, io parlo di qualcosa che la crisi ci ha fatto riscoprire a più livelli e che stiamo mettendo in atto, anche qui, in Estrogeni.
La crisi impatta. E spinge al riciclo, a quell’operazione di fantasia in cui, partendo dall’osservazione della realtà – senza filtro e senza schemi – ti inventi un modo diverso di affrontarla.
Andiamo a contattare vecchi clienti. Ma in modo nuovo. Siamo cambiati entrambi. Noi evoluti, loro cresciuti.
Andiamo in più persone ad affrontare il mercato. Non solo i soci, anche gli account dedicati all’attività di new business.
Andiamo in giro con altri. Immaginando partnership ambiziose e sfidanti.
Andiamo fuori dai soliti percorsi. Ripercorrendo in modo nuovo vie antiche.
Andiamo riassettandoci. In un nuovo ufficio dove altri spazi saranno occupati in modo diverso.
Andiamo riposizionandoci. Mettendo al centro noi, il nostro brand, i nostri interessi, le nostre peculiarità.
Usciamo dalla nostra vita.
Ci vorrà tempo per vedere gli effetti ma la fantasia, come diceva qualcuno, non può avere confini. Né di tempo né di spazio. Ed è dentro ognuno di noi.

Tempo di web series

Chiara

By Chiara
Published 13th January, 2011

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. L’industria culturale pare adattarsi perfettamente alla massima di Lavoisier.
Cambiano gli strumenti e i contenuti si trasformano, adattandosi e cercando il giusto profitto. Dopo l’era Beautiful è ora tempo di web series.
Hollywood ne ha già valutato rischi ed opportunità e con lungimiranza, l’attore premio Oscar Tom Hanks, ha deciso di produrre in quest’inizio di 2011 una web series composta da 20 puntate da 3 minuti, uno show animato post-apocalittico. Il titolo della serie sarà Electric City, ispirata agli scenari di una società distopica, forse con l’intento di ripercorrere il successo di Afterworld, web series esplosa su MySpaces nel 2007 e successivamente acquistata da Sony.
Hanks, come tutti coloro che si fanno portatori di innovazione, non ha avuto il plauso degli investitori americani. Nemo propheta in patria sua, ma il web non ha confini e un produttore di Mumbai, proprietario della Reliance Big Entertainment, ha deciso di finanziare il progetto e sostenere Hanks.
E in Italia? Per una volta non siamo secondi a nessuno e facendo una breve ricerca scopro Il mondo di Franca, web series calabrese. Franca è una goffa parrucchiera cosentina e la serie, per ora di soli sei episodi, racconta le sue vicende quotidiane. Ma è già in arrivo la seconda stagione.
Da Hollywood a Cosenza, la web series fa tendenza.