Saranno stati gli scout che non ho fatto – ma ho frequentato -, le provocazioni di Chiara e Franco e la mia passione per la glottologia ma, l’altro giorno, quando, per caso una ragazza mi ha detto Estote parati è partita la riflessione. Quella che ho approfondito stamattina, presto, mentre spellavo i peperoni (tanto per ricordare chi fa cosa, ma questa è un altro post, vero Alfr?!?).
Estote parati, dunque: state pronti, state preparati. Oppure più bello, esortativo, siate pronti, siate preparati.
Estote parati che i napoletani efficacemente traducono nel musicale t’è a parà. Devi essere attento, preparato. Di solito con la premessa/esortazione, meno musicale ma più robusta: statt’accuort!
Estote parati che le madri del sud interpretano alla lettera riempiendo all’inverosimile le dispense, pronte – non si sa mai – ad una guerra o calamità improvvisa.
Estote parati perché, si diceva nelle chiese, non sapete né l’ora né il giorno.
Estote parati – come nelle arti marziali – dove la difesa è più importante dell’attacco e la concentrazione è fondamentale per essere pronti alla risposta. Vero Fra?
Estote parati perché la preparazione è concentrazione, attenzione, attivazione dei cinque sensi, energia in potenza.
E mentre si discute di Quagliarella mi sovviene che un gol va intuito, mirato, seguito, frenato, bloccato o deviato. In una parola parato (con l’italianizzazione dell’inglese parry, che dal nostro latino proviene) o che, gira che si rigira, alla fine sappiamo sempre, o quasi sempre, dove vogliamo andare a parare (a puntare l’attenzione o l’interesse).
Che siano parole, emozioni, colpi, tiri in porta o mancini, attacchi improvvisi o imprevisti, che sia giorno o notte, estate o inverno, estote parati!





