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Estote parati

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Saranno stati gli scout che non ho fatto – ma ho frequentato -, le provocazioni di Chiara e Franco e la mia passione per la glottologia ma, l’altro giorno, quando, per caso una ragazza mi ha detto Estote parati è partita la riflessione. Quella che ho approfondito stamattina, presto, mentre spellavo i peperoni (tanto per ricordare chi fa cosa, ma questa è un altro post, vero Alfr?!?).
Estote parati, dunque: state pronti, state preparati. Oppure più bello, esortativo, siate pronti, siate preparati.
Estote parati che i napoletani efficacemente traducono nel musicale t’è a parà. Devi essere attento, preparato. Di solito con la premessa/esortazione, meno musicale ma più robusta:  statt’accuort!
Estote parati che le madri del sud interpretano alla lettera riempiendo all’inverosimile le dispense, pronte – non si sa mai – ad una guerra o calamità improvvisa.
Estote parati perché, si diceva nelle chiese, non sapete né l’ora né il giorno.
Estote parati – come nelle arti marziali – dove la difesa è più importante dell’attacco e la concentrazione è fondamentale per essere pronti alla risposta. Vero Fra?
Estote parati perché la preparazione è  concentrazione, attenzione, attivazione dei cinque sensi, energia in potenza.
E mentre si discute di Quagliarella mi sovviene che un gol va intuito, mirato, seguito, frenato, bloccato o deviato. In una parola parato (con l’italianizzazione dell’inglese parry, che dal nostro latino proviene) o che, gira che si rigira, alla fine sappiamo sempre, o quasi sempre, dove vogliamo andare a parare (a puntare l’attenzione o l’interesse).
Che siano parole, emozioni, colpi, tiri in porta o mancini, attacchi improvvisi o imprevisti, che sia giorno o notte, estate o inverno, estote parati!

Ignoranza o creatività?

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Sabato poesia a memoria e lunedì tema in classe. Tutti i sabato e tutti i lunedì dal 1986 al 1990. Passavo la domenica tra il terrore di scordare la poesia e l’attesa del foglio bianco del giorno dopo. La mia maestra si chiama Mimì, quando mi capita la vado ancora a trovare. Lei mi dice tutte le volte che il buongiorno si vede dal mattino, io la ringrazio, e tutte le volte che le stringo la mano vorrei sentisse tutta la mia riconoscenza. Il senno di poi, lo chiamano, esiste davvero.
Quando la Signorina Mimì (così la chiamavamo) ci fece comprare una rubrica telefonica e ci disse che ogni giorno, per ogni lettera, dovevamo aggiungere una parola nuova con relativo significato, pensai che fosse un sadico espediente per togliere ai miei pomeriggi almeno un paio d’ore di gioco e spensieratezza. Quella rubrica con la copertina rossa ce l’ho ancora a casa da qualche parte, la mia personale versione dello Zanichelli. Devo sempre a lei, la signorina Mimì, la passione per la lettura e la scrittura e quanto orgoglio quando sul giudizio della pagella di fine anno si leggeva, scritto di suo pugno: “ottima padronanza della lingua italiana”.
Con un abuso di retorica mi aggiungerei, senza esitazioni, al coro dei sostenitori della tesi che le nuove generazioni abbiano poco a che fare con il corretto utilizzo della lingua italiana, in effetti anche l’ultimo rapporto INVALSI ne riporta la prova tangibile e pressocché scientifica. Cerco però di andare oltre. Lavorando quotidianamente su Social Network e altri strumenti della comunicazione contemporanea ci si imbatte in digressioni linguistiche in cui la grammatica italiana è decisamente relativa. Eccesso di creatività o ignoranza? Non mi permetterei di giudicare sommariamente,  forse è l’estrema necessità di sintesi di questi tempi frenetici che fa saltare ogni paradigma. Veloci, concisi, immediati, non c’è tempo per le regole. Sulla tastiera la “e” senza accento è più vicina da raggiungere rispetto a quella accentata, quindi si possono risparmiare almeno 0.5 centesimi di secondo. Non è poco per l’instant messaging.
“C vediamo dp?” “kk” …due sono le possibilità, o io sono “troppo vecchia” e aspiro al ritorno del Dolce Stil Novo o loro sono una nuova corrente di futuristi. Staremo a vedere.
Intanto continuo a preferire un buon libro al Nintendo DS, più o meno siamo a 7.564 parole contro le 100 delle istruzioni di gioco.
Orrori Ignoranza o creatività?Estrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Sette anni in un minuto

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Poco fa, salendo per via Vasi.
Davanti a me, Ignazio. Davanti a Ignazio, Agostino. Difronte ad Agostino, Teresa. Alle spalle di Teresa, Alessia. E dentro, già Matteo e Alessia the Second. Di fondo, il rombo del motorino di Albino.
Non siamo tutti ma è (metaforicamente) tutto.

Nome in codice: John Doe

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Permettete? Un pensiero privato.
Da un po’ di tempo (forse da quando è nato) Facebook è stato sempre al centro di un dibattito particolarmente acceso, quello relativo alla tutela della Privacy. Polemiche scaturite, illegittimamente, da più pulpiti, tali da costringere lo stesso fondatore di Facebook ad ammettere attraverso un articolo comparso sul Washington Post di aver commesso parecchi errori nella stesura delle norme sulla privacy del social network, molto complicate, labirintosi, di difficile comprensione (Fonte).
Un capo di imputazione è stato identificato nella poca chiarezza e semplicità di gestione della palette privacy negli account, che infatti è diventata più user friendly. È possibile inoltre condividere i propri link scegliendo tra “tutti”, “amici” o “amici di amici”. Passando per la risoluzione di problematiche più gravi come trovare il proprio numero di cellulare pubblicato da Facebook senza che l’utente ne avesse concesso l’autorizzazione.
Pensate che tutta questa storia si è risolta con un genuino e candido monito di Zuckemberg che ha affermato – nonostante gli sforzi siamo ancora lontani dalla perfezione. Cerchiamo sempre di fare del nostro meglio per costruire il miglior servizio per voi e per il mondo intero. Grazie.
Lamentarsi di vedere il proprio numero di cellulare pubblicato su Facebook, o preoccuparsi di essere taggati in una foto scomoda a propria insaputa, o di essere geolocalizzati dalle miriadi di applicazioni esistenti sono, a mio parere, le ultime problematiche in tema di tutela della privacy nate con l’utilizzo di questo social. Mi spiego meglio.
Vi sarà sicuramente capitato di parlare al bar con gli amici di una persona di cui non conoscete il nome, e di chiederne il cognome per cercare il suo profilo e vedere la foto. Chissà, forse la conoscete di vista.
Oppure, parliamo di pubbliche relazioni. Incontrate una ragazza in un pub. Tentate un approccio. La conversazione potrebbe oggi essere di questo tipo:

- LUI: Ciao. Bevi qualcosa?
- LEI: Con piacere, un vodka tonic.
- LUI: Complimenti, è il mio cocktail preferito.
- LEI: Ma pensa un po’…
- LUI: Hai un accento particolare. Di dove sei?
- LEI: Pietralia Soprana. Te?
- LUI: Pensa te. Anch’io.
- LEI: Ma pensa un po’…
- LUI: Scusami ma devo andare. Mi lasci il numero vero?
- LEI: Non ci penso proprio.
- LUI: Ma dai. Almeno il contatto messenger?
- LEI: Dimenticatelo.
- LUI: Dimmi almeno come ti chiami.
- LEI: ALESSIA FEOLA.
- LUI: Ti ho fregato. Grazie!!!

Non so se con questo breve e patetico sketch di una fantomantica conversazione ho reso l’idea. Con Facebook, se non si vuole essere disturbati da persone indesiderate, bisogna tutelare prima di tutto il proprio nome e cognome. Perché basta quello per essere cercati, trovati e bersagliati di richiesta di amicizia o messaggi privati (e per fortuna non è il mio caso :) .
Pertanto trovo patetiche tutte le questioni in merito alla tutela della privacy che orbitano intorno all’universo Facebook.
Per quanto mi riguarda concordo con l’affermazione di Zuckemberg che dice “
Per la mia generazione la privacy non è un valore“.
Morale: avete problemi di privacy? Facebook non fa per voi.

Maschilismo patinato

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C’era un tempo in cui la società era maschilista, in cui le donne erano identificate esclusivamente con il ruolo di moglie e di madre e ogni eccezione alla regola era guardata con sospetto.
La vita di un essere femminile non poteva che ruotare intorno a quella di un essere maschile e della prole; era in questa cornice che ogni donna doveva trovare la propria realizzazione, perché, manco a dirlo, la cura dell’altro, in quel tempo, era considerata un privilegio tutto femminile.
Ma poi, dopo teorizzazioni filosofiche, saggi, manifestazioni, coraggiosa militanza e fantomatici reggiseni bruciati, tutto ciò, finalmente, è finito.
Oggi non è più ammissibile che un uomo sostenga che il posto delle donne è a casa a girare il sugo, al punto che sentiamo il dovere morale di dare la caccia ai veli non meidinìtali.
Ai giorni nostri felici, vivaddio, siamo tutti invitati, maschi e femmine, ad autorealizzarci in ogni ambito e nessuno sembra più irrimediabilmente ingessato in un ruolo stabilito dall’alto.
A dispetto di tanta autodeterminazione, però, c’è ancora qualcuno che vuole farci credere che il compito di una donna è rendere felice l’esemplare di maschio che si trova accanto (auspicabilmente, questa volta, scelto da lei). Questo qualcuno, mio malgrado, non è un nostalgico dei vecchi tempi, o un seguace di spicciole teorie di determinismo biologico, che vede nell’utero la causa della debolezza del “gentil sesso”, ma gli autori delle riviste femminili che, nella maggior parte dei casi, sono proprio donne.
Da qualche mese faccio piccole escursioni in quel mondo patinato; tutto è iniziato un pomeriggio dal parrucchiere e da quel giorno è nata un’intensa frequentazione da cui fatico ad emanciparmi.
Al primo incontro è stato sgomento: perché anche wonderwoman si sarebbe sentita una formica rispetto ai modelli di donna che abitano quelle riviste. La donna che ci viene incontro tra l’indice e l’oroscopo è bella o, se proprio la natura non l’ha dotata, sa valorizzarsi per sembrare bella; è in forma, si prende cura della sua pelle, del suo giro vita, dell’altezza dei suoi glutei e della tonicità del suo interno coscia, sta attenta a quel che mangia; lavora, viaggia, e naturalmente ha un fidanzato che lavora, si mantiene in forma, è premuroso nei confronti delle proprie borse sotto gli occhi e delle zampe di gallina, e con cui fa del sesso “qualitativamente gratificante per entrambi”.
Fin qui nulla di inaspettato, sono andata al lavatesta sperando che nel mondo a nessuna donna venga mai in mente di mettersi a confronto con l’esemplare della rivista, che avevo appena posato.
Da quel giorno sono andata a cercare le tracce di quelle pagine anche su internet, ho raggiunto il sito giusto e mi si è spalancato un mondo. L’home page mi ha indirizzato alla rubrica How-to; una sorta di ricettario per qualsiasi obiettivo, dalla scelta del rossetto ai tutorial per l’uovo al tegamino, passando per i consigli in materia di relazioni sentimentali.
Proprio su quest’ultimi vale la pena spendere del tempo, perché è qui che ho stanato i promotori di antichi modelli di genere.
Cosa devono saper affrontare le donne di oggi secondo i nostri autori? Oltre a sfide inoffensive come quella di evitare la fiatella del mattino, ci sono una sfilza di consigli affinché lei sappia “mantenere lo scintillio durante la convivenza”, sappia accendere il desiderio sessuale, con l’imperativo categorico di rendersi attraente in ogni momento (inevitabile corollario), sappia come comportarsi se lui è lunatico, geloso, a tinta unita, a strisce, a pois, così che lo possa accontentare, sostenere, impomatare e cucinare. Lei deve, deve, deve fare una marea di cose e tutto questo al fine di conquistare prima, mantenere poi e soddisfare durante un uomo, che in tutto questo sembra avere l’unico onere di tornare a casa la sera.
Il tema più sconcertante, però, è quello del tradimento; accanto alla ricetta per “allenarsi alla fedeltà coniugale” e tenersi lontane dalla tentazione, c’è quella per affrontare un tradimento da parte del compagno. In sintesi: un uomo può anche inciampare in un errore nella vita di coppia, ma tu donna jamais!
Dopo aver fatto scorta di consigli perché il “mio uomo” sia sempre appagato, ed aver raggiunto un formidabile Know-how, non posso che notare che i ruoli da cui le donne pensavano di essersi emancipate, sono usciti dalla porta per rientrare dalla finestra, e continuano nell’impresa di organizzare la relazione tra sessi non più attraverso l’autorità dei costumi e della morale, ma strisciando amichevolmente tra le pagine delle riviste (e non solo).
Concludo dando voce ad un atroce dubbio: sebbene tentino di trasformarci in perfette ancelle per i nostri uomini, queste riviste (firmate da donne) spuntano come funghi e vendono… non sarà che, nonostante tutto, non ci siamo liberate fino in fondo di quel ruolo che ci è stato imposto dai tempi dei tempi?

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