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Un crack e i suoi derivati

Matteo

By Matteo
Published 4th March, 2011

Sarà questione di gusti, ma noi, qui ad Estrogeni, siamo sempre stati per i sapori netti. Tra i quali, certo, esistono mille sfumature; un po’ come nella vita reale. Dove però, ad un certo punto, si richiedono scelte. Che, come sempre, possono risultare giuste o sbagliate. Da qui, le tinte usate per il sito – online dal 18 febbraio – del film di Molaioli Il Gioiellino, distribuito da BIM a partire da oggi e promosso – anche grazie alla nostra partecipata Behind punto comm – in partnership con il Corriere della Sera. Un’esperienza che ci ha visti impegnati, in parallelo,  nella campagna teaser sull’azienda Leda, protagonista del film.
Al centro della comunicazione, il bianco e il nero. Il colore della purezza, dell’ingenuità. Del latte. Perché altro non si racconta che della storia di un’azienda casearia e delle sue alterne fortune. Della fiducia raccolta presso i piccoli investitori, dell’entusiasmo per una sfida condivisa. E il nero, perché il candore fa presto a macchiarsi. Le aziende ancora più in fretta a indebitarsi.
Per raccontare entrambi, ci siamo affidati alla fluidità del latte stesso, al suo ondeggiare tra alti e bassi. Come un mare da navigare, a volte a vista, ma che vale pur sempre la pena esplorare.

Certi film

Daniela

By Daniela
Published 17th September, 2010

Un film bellissimo. Un film che mi ha tenuta inchiodata alla sedia, un film che mi ha commosso ed emozionato. Un film da far vedere a tutti, in tutte le scuole, in tutte le piazze, in tutti i luoghi in cui ci siano cittadini, donne, uomini.
Uno spaccato dell’Italia, un inno di speranza per chi ancora ama questo paese o, semplicemente, ci vive e vorrebbero farlo al meglio.
Mi soffermo sui momenti più tosti, quelli in cui non sono riuscita a trattenere le lacrime.
Un campo di concentramento culturale, chiede Paolo Rossi, uno spazio gratuito ma obbligatorio dove recuperare il tempo perduto e colmare l’ignoranza.
Una polizia culturale, con buona pace e senso delle ronde, per interrogazioni estemporanee su letteratura, arte, musica, cinema e teatro. Multa: studio senza fine.
E mentre Rodotà ti spiega il valore del lavoro come collante sociale, confidi nella capacità di risvegliare le coscienze che ci arriverà dal popolo africano. Un popolo indignato, che ha dentro, e ci insegna, la potenza della ribellione di fronte alla negazione di un diritto.
E mentre ti indigni, ancora e ancora, per il massacro alla Diaz durante il G8 del 2001, riscopri tutta la bellezza e l’essenza della costituzione italiana.
C’è per intero la nostra vita, nel film di Piergiorgio Gay. I mondiali e la politica, gli sbarchi e le stragi, il racconto di chi ce l’ha fatta, la forza di chi ha creduto nella giustizia e ha fatto liberare l’assassinio del padre, ci sono i giovani, i vecchi, i sogni, le emozioni, i complotti e le belle persone. C’è l’Italia operosa e operaia, l’Italia di chi fa il proprio dovere, l’Italia di chi si rimbocca le maniche (davvero).
Noi, figli degli ex sessantottini; noi, strappati ad una coscienza politica, derubati di una coscienza sociale, abbiamo fame e sete di manifesti così. Unici, trasversali, potenti, concreti, aperti al nuovo.
E mentre don Ciotti, nella cornice bellissima della sua sede (l’etica che diventa estetica, il rigore che diventa valore), battezza il suicidio di Rita Atria come un volo di libertà, Englaro racconta la tragedia della sua famiglia.
Così, il giocatore paraplegico di hockey diventa l’essenza del poter fare, sempre, anche quando sembra apparentemente impossibile.
Cosa c’entra Ligabue in tutto questo?
C’entra quale collante di un film che nasce, di suo, intrinsecamente circolare. Come l’ultima scena dove i gruppi di voci narranti, gente come noi, gente solo apparentemente diversa, a gruppi di tre, si confronta sul mondo. Con speranza. Con la fiducia di tornare ad essere popolo, dopo l’ubriacatura autodistruttiva da pubblico plaudente.
Nulla è lasciato al caso e tutto è utile, anche l’esperienza di Soldini che, dal suo girovagare solitario, ci parla della solidarietà che si vive in mare e che ci auguriamo approdi, di nuovo, anche sulla terra.
Ligabue, per sottolineare con alcuni testi i momenti più forti. Il silenzio, per urlare contro l’omertà e amplificare l’assurdo morire tra l’indifferenza della gente.
Niente paura è una pura e purificante lezione di storia, educazione civica, civiltà.
Quando esci dal film, ancora frastornata da una tale iniezione di vita (quella contro cui uno come Pantani non ce l’ha fatta), ti senti grata al film, al cinema, al potere delle parole che incide, cambia e trasforma.

Vuoti a perdere

Francesco

By Francesco
Published 4th May, 2010

Ti immergi. Ti identifichi. Ti angosci. Questo è Draquila. Questo è il cinema. Questa è l’informazione. Non un editoriale sull’incremento esponenziale delle vittime. Devi sentire le richieste di aiuto. Devi vedere le case cadere. Devi sentire tue le vite strappate.
Assistere alla riproduzione della realtà, che sia su celluloide, su pellicola o tela, può allontanare lo spettatore dalla situazione reale se non riesce ad andare oltre il finzionale o può avvicinarlo se riesce ad immergersi nella riproduzione, allontanando il supporto che ne consente la riproducibilità.
Un montaggio finale, con scene del 6 aprile alle 3.32 e con le chiamate al pronto emergenza, è un calcio in pieno petto. Ti manca l’aria. Vorresti uscire da quella riproduzione della realtà, ma è lì che ti si apre la mente. Una violenza mediata che permette l’identificazione di se stessi in quelle persone che hanno perso tutto, che non hanno più niente e che continuano a lottare. Per sé, per gli altri e per la loro terra. Uomini, donne e bambini che non hanno mai smesso di ringraziare chi gli abbia dato un mano, ma che allo stesso tempo non hanno gradito la trasformazione della loro tragedia in un Grande Evento. Un Grande Fratello con attori reali, che le istituzioni hanno sfruttato e mai retribuito. Persone illuse con il sogno di un domani migliore, con una bottiglia 0,75l di spumante italiano regalata dal presidente in persona.
Gente a cui i “vampiri” hanno succhiato quasi tutto, ma non quel sangue che gli dà la forza di combattere per il proprio domani senza l’aiuto di nessuna SpA.
I parassiti non hanno bandiere, non sono di destra né di sinistra, sono solo dei carnefici, ma “non pensate che una persona che si può considerare completamente vuota e incapace alla fine cada, non è così. Berlusconi è una persona che dura”.

In Iran il tetto scotta ancora per i gatti

Ignazio

By Ignazio
Published 14th April, 2010

Canto da quando ho 17 anni, da allora non ho più smesso. Qui a Roma faccio parte di un gruppo che il 6 maggio presenterà il proprio album completamente autoprodotto. Potete immaginare, quindi, che effetto m’abbia fatto vedere il trailer de “I gatti persiani” in uscita il 16 aprile.
Ma non era un trailer “classico” quello che ho avuto sotto mano. Più che altro, un filmato che univa al trailer vero e proprio,  le opinioni e i commenti  espressi da alcuni artisti underground italiani (Le mani, Funkallisto, Antonio Diodato, Mauro di Maggio, Montecristo, Gli inquilini) dopo aver visto il film.
Se cosi si può dire, un meta trailer (Alfredo non me ne voglia se prendo in prestito la sua definizione) che non parla solo del film ma è anche un sua “versione in prosa”, che ci presenta un punto di vista privilegiato: quello di chi si nutre di quella passione, ma ne vive anche le difficoltà.
Anche io come loro, ho percepito nella storia di quei protagonisti la stessa passione, la stessa urgenza comunicativa, la stessa fame espressiva che guida da sempre il mio amore per la musica.
La pellicola di Bahman Ghobadi è la mimesi delle speranze, delle energie spese per le proprie passioni, per la necessità atavica di essere liberi di avere un’opinione propria, di esprimere la propria personalità, di realizzarsi attraverso l’arte, di comunicare emozioni.
Sebbene vi sia una realtà politica che pensa di poter limitare tutto questo conferendo autorizzazioni e placet solo a chi non ha il coraggio o la voglia di gridare che il re è nudo,  “I gatti persiani” mostra come non c’è regime che possa opporsi a questi bisogni naturali.
Ghobadi parla di cose che sento di conoscere bene, parla di una necessità umana che in paesi come l’Iran acquista ancora più forza tra chi è desideroso di creare arte attraverso le note musicali. Ci dice che nelle cantine nascoste di Teheran pulsa la musica proibita dal regime. Scandisce, nonostante tutto, la vita e i sogni dei giovani iraniani.

L’Aquila. Draquila un anno dopo

Alessia

By Alessia
Published 6th April, 2010

Ho abitato per molti anni in via Del Falco a L’Aquila. La strana congiuntura di volatili ha sempre fatto sorridere molti. La stradina è stretta, a pochi passi da Palazzo Camponeschi, la sede della mia facoltà, Lettere e Filosofia e vicina a Palazzo Carli, sede della segreteria e dell’economato. Avevo uno zerbino orribile con il disegno di una caffettiera che augurava “Buongiorno” a tutti, a tutte le ore. Al non lontano palazzo Quinzi, al Conservatorio, alla Casa Circondariale, alla chiesa di San Domenico. Zerbino rosso in zona rossa. Tutto è distrutto. Il 6 aprile 2009 alle 3.32 è morta la mia città d’adozione. Oggi, 6 aprile 2010, giorno della memoria, lo sguardo osserva la città pulsare sotto le macerie. Per il forte amore che mi lega a L’Aquila, quindi, con immenso piacere ho accolto la notizia che ci occuperemo della comunicazione online del lavoro di Sabina Guzzanti “Draquila. L’Italia che trema”,  distribuito da BIM. Il titolo del film nasce dal web: “Per la prima volta la rete ha scelto il nome di un film. Per la prima volta tutti sono parte dell’opera. DRAQUILA l’Italia che trema è di tutti”, leggiamo nelle pagine del sito. Mi piace riportare anche questa frase. “Da quel 6 aprile 2009 è trascorso un anno. Dodici mesi intensi. Le macerie, le tendopoli, i visi solcati dalle lacrime, poi i prefabbricati, le polemiche, la speranza, infine le rivolte. In questo luogo distrutto ancora non si sedimenta la polvere, che copre come un velo gli animi dei cittadini. Alle 3.32 di questa notte il silenzio si opporrà al frastuono del terremoto. Ricostruire. Non solo con le parole, gli eventi, i progetti. Ricostruire con carriole, mattoni e cemento”.
Per non dimenticare.

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