alfredo borrelli

Vieneme ‘n suonno

Simone

By Simone e Alfredo
Published 21st November, 2011

A metà post, lascio il sogno a Simone.
Flashback. A.D., che non sta né per anno domini né per Alfredo Daniela ma dice di un’amica cosmopolita, poliglotta, mamma e docente universitaria di diritto comparato, ci invita a cena verso metà settembre. So già che non mi attende una lezione sul Common Law, mi bastano quelle dei tempi dell’università. Immagino che tirerò due calci al pallone nel corridoio, per familiarizzare con E., suo figlio, otto anni e già/ancora romanista. Ma non posso mai arrivare a pensare che, davanti a un piatto di alici fritte, ci confessa il suo segreto. La sua follia, direbbe Daniela. Vuole assecondare il proprio spirito creativo e diventare imprenditrice nel campo della fotografia.
Non racconto l’idea nei dettagli, sarà a breve operativa. Dico che il concept ruota attorno all’ambientazione storica, target turisti stranieri, added value creare un format replicabile.
A.D. ci chiede, dunque, di trasformare tutto ciò in immagine.
Come spesso accade (a settembre, è accaduto molto spesso), incamero le informazioni, le inserisco nel mio storage cerebrale alla voce naming (dove, intanto, i neuroni stanno girando per dar vita a Reportime, OwnAir, Thread-off), saluto, ringrazio e torno a casa.
Mi metto a letto, do indicazioni a me stesso di lavorare nella notte, nel sonno, mi addormento, sogno, mi alzo e il nome c’è.
Arrivo in ufficio e, come capita da ormai un decennio, lo condivido con Agostino. Mi dà il suo parere favorevole e, insieme, a fine giornata, passiamo brief a Simone, per la creazione di logo e immagine coordinata.
È un giovedì ed è la prima volta che lavoro con Simone. Lui stagista, io Ceo, la trovo una cosa molto bella. Dà la cifra esatta di noi ma è un’altra storia. Non solo. Trovo davvero interessante che anche Simone metta in moto il pensiero la notte, andando a dormire.
Ora, tocca a lui.
Ho sperimentato presto che l’immagine coordinata si compone di due elementi: da un lato, la componente Apollinea, o orizzontale, che trova la sua forza nella coerenza semiotica e nel rigore formale degli equilibri visivi. L’applicazione di un metodo rigoroso che permette, di fatto, alla comunicazione di essere percepita dall’esterno come fruibile, esteticamente appagante, proveniente dalla stessa entità. Una mente lucida e fresca è l’ideale per questo tipo di processo atto a conferire stabilità alla comunicazione.
Poi, dall’altro lato, c’è Dioniso, l’impulso creativo, la buona idea, il giusto guizzo. La componente verticale della comunicazione, quella che porta in alto il processo creativo.
Dioniso, al contrario di Apollo, si muove bene quando la mente è libera dalla forma, quando vola eterea, come nell’ebbrezza di un bicchiere di vino. Sovente, come curiosamente accade anche ad Alfredo, Dioniso mi bussa alla soglia di un sogno, un attimo prima o un attimo dopo il suo complice Morfeo. Così è stato per Flashback. Sì, proprio questo il nome della nascente avventura.
C’è tanto Dioniso in questo bel progetto a partire dalla scommessa di A.D., passando per il naming, che dice semplicemente tutto, sino ad arrivare alla mia immagine coordinata. Formalizzarlo, poi, è stato un vero piacere.
Quando tutto trema attorno, la cosa peggiore è stare fermi. Forse, la soluzione è proprio ballare con Dioniso.

Embrione di creativo

Rocco

By Rocco
Published 10th November, 2011

Mi presento. Mi chiamo Rocco e ho un sogno: vivere di creatività. Alfredo Borrelli è stato il relatore della mia tesi: ha tagliato il mio cordone ombelicale. Più volte, dopo la laurea, le nostre strade si sono sfiorate. Varie vicissitudini, però, mi hanno impedito di imparare da lui il mestiere (almeno per me) più bello del mondo: il copywriter.
Mi capita sullo schermo un’occasione da non perdere: scopro che esiste una borsa di studio per frequentare un master in copywriting in una delle accademie più importanti d’Italia. Faccio il test e mi aggiudico metà del premio. Mando una mail al prof per raccontargli la bella notizia e lui: “Non perdere questo treno”. Arriva l’11 ottobre. Entro e sento l’odore della creatività, delle porte che si aprono. È l’Accademia di Comunicazione di Milano. Sorrisi di chi intuisce che da oggi qualcosa di buono si può davvero fare. Gente contenta di pagare la retta che entra a far parte di una famiglia in cui l’estro è il pane quotidiano. Conosco i primi professori. Più che professori, professionisti. Uno su tutti Fabio Ritter, l’uomo dei jingle (Chicco, dove c’è un bambino). Immagini acustiche è il titolo del corso che dura 37 ore, tutte messe in fila perché lui non abita più a Milano. Vedi gli orari e dici: Ritter dall 9 alle 20?? Speriamo sia simpatico. Cominciano le lezioni e quando arrivano le otto di sera guardiamo gli orologi sbalorditi: volati via nel vero senso della parola. Battute, racconti scritti da noi, scenette. Manca solo Bisio e ci mandano su Canale 5! Scendo ai distributori e c’è un mitico calcio balilla con pallina sempre disponibile. In questo caso le mie origini mi aiutano a diventare presto uno dei campioni della struttura: chi cresce in una frazione non può non saper giocare al biliardino. Ed ecco che riesco a capire, dopo pochi tocchi, se i miei compagni di avventura vivono in centro o in periferia. La schiscetta (nota per i terroni: pranzo a sacco) di mezzogiorno (o meglio, dell’una) non manca mai. Ma il cibo più prelibato e sempre fresco è la creatività, la crescita mentale e professionale. C’è un sogno in ognuno di noi: vivere dei nostri colpi di testa, della genialata, di fare un lavoro che dia un senso ai nostri studi e al nostro modo di vivere. Infatti una delle prime cose che ho imparato in questa scuola è che il copywriter non fa il creativo bensì è creativo. È un modo di essere, uno status mentale. È stare tranquilli che prima o poi l’idea mi viene, quando meno me l’aspetto. E poi l’idea arriva (quasi sempre) e quindi ormai un po’ me l’aspetto. Il processo mentale che caccia fuori un’idea in un nanosecondo mi sbalordisce sempre di più ed è quello che mi eccita: amo quel momento in cui non riesco a scrivere in tempo i miei pensieri perché escono d’un tratto come l’acqua in un bicchiere riempito più del dovuto. Sei lì che versi e intanto pensi ad altro. Poi ti accorgi che l’acqua sta strabordando.

Perché Italian Jobs

Alessandro

By Alessandro
Published 7th November, 2011

Questo pomeriggio alle 18 parte attivamente l’esperienza di Italian Jobs. Cosa significa per Estrogeni Italian Jobs l’ha spiegato già Daniela, mentre SpinVector e Giovanni Caturano, ospiti di questo primo incontro organizzato in partnership con Iniziativa, sono stati presentati esaustivamente da Giuseppe la scorsa settimana.
Oggi, a poche ore dal primo appuntamento, voglio raccontarvi da dove nasce l’idea, che poi è diventata progetto. Italian Jobs nasce, per niente casualmente, pochi giorni dopo la morte di Steve Jobs. Senza scomodare il simbolismo e la poetica della nascita di qualcosa di nuovo dalla morte – sarebbe quanto meno irrispettoso – il filo rosso che ci ha condotti da quell’avvenimento all’appuntamento di oggi passa per una conversazione via mail. Una conversazione come tante di quelle che circolano fra i membri del team e nelle quali ci ritroviamo a discutere fra un PowerPoint, una mail e un aggiornamento di status, di ciò che ci succede intorno. Quel giorno si parlava ovviamente delle reazioni alla morte di Jobs, e a quella conversazione ho contribuito anch’io, con un link, in risposta a un altro spunto di tenore simile. Anche grazie a quei link, il focus si è spostato su quanto quello che si afferma in quei post sia verosimile, e su quanto non si debba invece lasciare che il contesto freni i propri sogni. Da lì l’idea che anche in Italia si può fare impresa. Ci saranno anche più difficoltà, di conseguenza ci vuole più impegno, ma non è vero che è impossibile. E per dimostrarlo, dopo qualche giorno è nato dalla mente del nostro CEO Italian Jobs.
Un nome che tiene dentro tutto: l’omaggio a Steve Jobs, “il bello di fare impresa in Italia” (pure questo farina del sacco di Alfredo) e anche il tentativo di ribaltare uno stereotipo che ha portato a definire in inglese le truffe un italian job. Attraverso la nostra rubrica cerchiamo di dimostrare che anche in Italia si può avere successo anche onestamente, facendo le cose per bene, al contrario di quanto sosteneva qualcuno tempo fa.
Questi è il racconto di ciò che ci ha portato fino a oggi, come si evolverà Italian Jobs lo scopriremo nei prossimi mesi. Intanto vi invitiamo a seguirci, a partire da questa sera, dalle 18 in diretta streaming sulla nostra pagina Facebook, che crediate o meno possibile fare impresa in Italia. Nel secondo caso, proveremo a farvi cambiare idea…

Professione stagista

Serena

By Serena
Published 2nd November, 2011

Durante gli anni dell’università ho dovuto spesso giustificare la scelta del mio percorso di studi, di fronte a quelle persone che ritenevano (e ritengono) Scienze della Comunicazione una Laurea di serie B.
Allo stesso tempo però, devo ammetterlo, una volta terminata l’Università, nel momento in cui mi sono affacciata al mondo del lavoro, ho pensato che forse quelle stesse persone non avevano poi tutti i torti.
Ma ho continuato a ripetermi che tutto quello in cui ho creduto ed investito mi avrebbe pur portato da qualche parte. Ed è così che ho continuato ad inviare curricula, finché non mi sono detta: “perché non mandarne una copia anche ad Estrogeni?”, l’agenzia che seguivo da quasi un anno e mezzo attraverso il suo blog e la sua pagina Facebook.
Non lo credevo possibile eppure mi fissano un colloquio, al termine del quale Daniela mi dice che nel giro di un paio di settimane verrò contattata qualunque sia la risposta. La telefonata arriva e l’esito è positivo: il 28 Ottobre inizierà il mio stage.
Il primo giorno è stato dedicato allo studio delle attività, ma anche allo svolgimento dei primi compiti, sotto la guida attenta e paziente di Chiara. Certo, può capitare che ti venga svelato il finale del libro che stai leggendo, ma pazienza, sono “inconvenienti” che si possono sopportare!
Inizia una nuova avventura, e porto con me tanta voglia di imparare ed il desiderio di non deludere né me stessa né chi ha creduto in me.

Miles ahead

Giuseppe

By Giuseppe
Published 28th October, 2011

Nel 1959 incise Kind of blue, uno dei primi album simbolo della nuova musica e solo il primo di tanti altri suoi album altrettanto innovativi.
In quel disco del ’59 suonava gente di tutto rispetto, gente di cui lui si contornava e che spesso scopriva. John Coltrane, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb e addirittura Bill Evans.
Gente che fece la storia del jazz e che ha creato, ha innovato, ha rischiato. A distanza di tanti anni ripenso a lui e solo oggi mi spiego la sua visione.
Molti di quelli che erano con lui sono o sono stati giganti: Gil Evans, Keith Jarrett, Wayne Shorter, Jaco Pastoruis, Kenny Garrett. Tutti giovani, tutti grondanti di talento inespresso finché lui non decideva di schiudergli le ali. Certo nel jazz non si rischia tanto, il jazz ha in se il culto dell’improvvisazione, della prova, ma quando sei già un grande non sempre hai voglia di rischiare e metterti in discussione, innovare, concretizzare le tue visioni.
Mi vengono in mente le cover. Oggi vediamo praticamente tutti che fanno cover, e chi ha cominciato? Chi ha inciso negli anni ottanta “Human Nature” di Micheal Jackson e “Time afte Time” di Cindy Lauper? Prendendosi gli improperi dei critici ? Miles. M I L E S. Oggi noi vediamo, ascoltiamo appieno, comprendiamo quello che lui allora – sognando – realizzava. Sono passati 20 anni e un mese dalla sua morte ma oggi lui vive e chissà per quanto altro tempo vivrà e farà nascere ancora interrogativi. Roba che ancora oggi sembra incredibile.
Da Nino D’Angelo, L’ignorante intelligente, Mondadori 2000, 118 pagine, euro 12,39.
Pagina 97: «Una sera il bassista Enzo Peluso aprì il giornale e mi fece notare le belle parole che Miles Davis aveva espresso in un articolo: “Mi piace Nino D’Angelo, vorrei suonare la sua musica”».
Pagina 98: «Miles Davis si trovava a Palermo per un concerto e il tassista che lo accompagnava stava ascoltando una mia cassetta. Chiese il nome del cantante e si fece accompagnare in un negozio di dischi. Il tassista lo accompagnò in un negozio della Palermo bene dove i miei dischi non avevano spazio e così fu costretto a portarlo nella Vucciria, noto quartiere e mercato popolare della città, ma non riuscì a trovare tutte le cassette originali e si dovette accontentare di comprarne qualcuna falsa dalle bancarelle».
La visione lui ce la aveva tutta. Bon voyage, enorme Miles.