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Welcome?

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Con Alfredo, abbiamo ripreso la sana abitudine di andare al cinema il mercoledì. Si esce dall’ufficio, si prendono i biglietti, si fa tappa al supermercato per un sostituto economico ipocalorico dei popcorn e poi si entra.
Mercoledì scorso sono andata a vedere Welcome senza conoscerne la trama. La locandina, un uomo e un ragazzo sulla spiaggia, mi avevamo fatto pensare ad una storia tra padre e figlio, le tante stelle e il richiamo al successo di pubblico e incassi mi predisponevano alla visione. Entro, ignara, e le prime scene mi catapultano a Calais, città talmente triste che quando ci siamo stati, non siamo riusciti a fermarci più di mezz’ora, giusto il tempo di salire al faro. Uno di quei posti da cui senti di dover andar via in fretta, subito. Una città abbandonata, ferita. Il film mi prende. Una storia d’amore si intreccia alla storia di un matrimonio in agonia. La storia dell’amicizia tra Bilal e Simon, diventa la nostra storia. E mentre il primo impara a nuotare, il secondo scopre la passione e la possibilità di andare al fondo delle cose, anche mettendo in gioco la vita. Bilal si prepara ad attraversare la Manica a nuoto per raggiungere la donna amata, stimolando Simon, che bracciata dopo bracciata, avvia una lotta disperata e ad armi impari contro il sistema.
Storie di questi giorni, storie di miopia e integrazione mancata. Storie che ti colpiscono come un pugno nello stomaco, con una morsa che non ti lascia respirare come a Bilal, incapace di affrontare il viaggio in camion per una violenza subita. Pochi personaggi, magistralmente interpretati, sullo sfondo di una collettività grigia, muta e silente. Istituzioni vigliacche che sfiancano gli uomini dal cuore umano con gas lacrimogeni, minacce, incursioni. Uno stato che gestisce la questione immigrazione come e peggio dell’Italia, una piccola schiera di volontari circondati da un clima di indifferenza generale.
Il film va avanti e scena dopo scena, l’uomo e il ragazzo si avvicinano riscoprendosi in un rapporto che, nel momento disperato, viene dichiarato, di fatto, filiale. La tragedia del giovane curdo diventa la possibilità di trasformazione del francese: sarà lui, infatti, a compiere, in nome di Bilal, il viaggio che il ragazzo non è riuscito a portare a termine, sfinito, a soli 800 metri dalla riva, dalla paura di essere di nuovo catturato. Mentre risuona ancora forte l’eco degli scontri di Rosarno e l’indiginazione per gli aiuti ad Haiti bloccati per ragioni di sicurezza ti domandi quando e se ci sarà davvero un welcome.
I titoli di coda scorrono, lacrime calde pure.

welcome locandina1 Welcome?Estrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

Disease marketing

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Questo è marketing. Un marketing non ipodermico ma contestuale, non invadente ma invasivo, non avvolgente ma coinvolgente. Un marketing esperienziale. Un marketing che ha la capacità di immergere il fruitore, ignaro, all’interno della stessa situazione di vita di chi vive il disagio. Un modo creativo di trasmettere e far comprendere un disagio, che può sembrare così lontano ed evitabile. Un disagio che noti solo quando ci sei dentro ed è solo in quel momento che sei pronto a combatterlo.
La campagna Regalamemoria condotta per l’associazione spagnola afal è riuscita nell’intento.
L’Alzheimer è un processo degenerativo, che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo gradualmente l’individuo, che ne è affetto, incapace di una vita normale. Si dimentica il passato, non si comprende il presente né si percepisce il futuro. Uno stato confusionale che spiazza, che genera vuoto, che ingoia chi ne soffre. Proprio questa confusione, questo vuoto, quest’isolamento vengono infusi dall’attività di marketing e rendono il fruitore non partecipe ma ammalato.
This is marketing. O meglio, Disease marketing.

Confessioni di un amministratore

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Ieri sera, il cielo stellato sopra di me (guarda oggi?!…), ero qui davanti al mio mac a chiudere il bilancio del mese di ottobre.
Giornata impegnativa, contabilmente.
Arriva la busta paga, stampa due copie, falla firmare per ricevuta, inserisci la copia in ogni singolo falcone, prepara bonifico. Moltiplica per sedici.
Quanti quelli che ormai siamo diventati.
Diciamo quattordici, perché l’amministratore salta il giro.
Il fisico non lo direbbe ma l’amministratore è un grande saltatore. In alto, in lungo, in basso, indietro.
Raccolgo dunque le fatture emesse nella cartella che poi spedirò al commercialista, faccio copia delle fatture in entrata.
Intanto, fuori, aria che frizza.
Apro il file del 2008, ho bisogno di parametri costanti come una corsia del suo guard rail. La scarsa memoria inganna l’entusiasmo. L’entusiasmo ti porta a sbandare.
Due cifre saltano fuori. Nonostante tutto, la crisi, i tagli di budget, la mancanza d’investimenti, i primi dieci mesi dell’anno fanno registrare un +3%. Non è tanto ma va bene così.
È ingenuo pensare (ma noi saltatori, siamo anche spesso ingenui… ci riempiamo del vuoto che rincorriamo) che fino all’anno scorso si cresceva a due cifre, senza problemi.
Progressivamente, più cresci e meno cresci. Questo, l’ho imparato. Quasi una regola di vita.
La seconda cifra, però, mette i brividi. La crescita per i costi del personale è aumentata infatti del 40% e oltre!
Per la prima volta, stanotte non ho preso sonno per l’ansia. Solitamente, mi è amica. Mi dà la marcia in più per affrontare le difficoltà, risolvere i problemi. Questa volta, no. È diverso.
È diversa l’ansia, sono diverso io.
Probabilmente, in una struttura più complessa e meno intima, mi avrebbero già fatto fuori alla soglia del +1% per il personale.
Ma poi penso che il beneficio (personale e collettivo) di avere tutti i dipendenti in regola, assunti senza ricorrere a forme di flessibilità se non intellettuale, che ti consente di poterli guardare in faccia con serenità e anche severità, quando è il caso, valga almeno il costo dell’ansia.
Dal punto di pareggio in avanti, nessun traguardo sarà irraggiungibile.
Basterà saltare con convinzione. E magari, anche tornare a dormire.
Sognando che investire sulle persone sia un po’ come investire su se stessi.

Pulpitante

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Non so se definire questo intervento off-topic o meno.
Lo porto dentro da un paio di giorni e mi piace condividerlo.
Ho trascorso l’ultimo finesettimana giù, come diciamo noi, emigranti con l’elastico.
Giù, sta per Caserta e Napoli. Aversa e Portici, precisamente.
Ci sono tornato come sempre, con spirito costruttivo. Quindi, pensieri, parole, sguardi, smorfie all’insegna del disappunto. Verso la situazione di totale invivibilità in cui versano persone e luoghi. Storia e cose.
Anzi, più che invivibilità, non ho timore a definirla inciviltà.
A cui si aggiunge, la totale e completa mancanza di controllo del territorio (sembra un ritornello ma provate a leggerlo fin nel profondo dell’etimo…) se non da parte di chi il territorio lo immagina come casa propria. Cosa propria.
Ci sono tornato, questa volta, avendo in più negli occhi le immagini dell’omicidio alla Sanità e nelle orecchie il ronzio (spesso) autoreferenziale delle polemiche.
Detto ciò.
Mi trovavo sabato mattina, sulla cosiddetta Variante. Uno stradone immenso che collega i comuni a sud di Caserta con i quartieri a nord di Napoli. Per intenderci, da Teverola a Capodichino, passando per Aversa appunto, Melito, Giugliano, Grumo Nevano, Secondigliano. Avevo appuntamento con un falegname alle 11 e lui tardava. Così, decido di andare a prendere un caffè in un piccolo bar, all’ingresso di una traversa. I bar dalle nostre parti (giù…) sono, ormai, diventati dei luoghi di ritrovo di giocatori incalliti di poker e supernalotto. Come si dice? Winforlife, no?! Dalla mattina alla sera.
Entro, sono insieme a Daniela. Come ci vede, l’uomo che sta al banco alza lo sguardo. Sembra impreparato a vederci. Quasi imbarazzato. Starà pensando, come ci sono arrivati questi qui? Ci avviciniamo, salutiamo, chiediamo due caffè. Immediatamente, si presentano al banco altri due uomini. Felpa, giacca a vento e barba incolta. Sembra di guardarmi allo specchio (dovrei tagliarmela, sì). La tensione si scioglie, i tre fanno come a gara per preparare la macchina.
Sono gentili, cortesi, accoglienti. Zucchero bianco di qua, zucchero di canna di là. Il bicchiere d’acqua che, giù, non manca mai.
Allungo lo sguardo sul retro e noto una fila di computer. Penso che sarebbe il caso di controllare la posta, il pomeriggio prima avendo inviato una proposta ad un cliente. Mi avrà risposto? Chissà.
Chiedo ad uno dei tre se per caso il bar è anche internet point, mi dice sì. Prego, si accomodi. Non chiedono né documento né mi rilasciano una password. Vado e navigo. Nessun cliente mi ha scritto, do un occhio al blog e torno al banco. Vado per pagare, fanno un euro e quaranta. E internet, gli dico? Ma per carità, vuole pagare giusto tre minuti? Non si preoccupi, un euro e quaranta.
Paghiamo, salutiamo e andiamo. Una voce ci chiama. Lo scontrino! Ah, vero, dimenticavo.
Ancora grazie e arrivederci.
Da questa vicenda, traggo una considerazione. Che l’unica arma che possa davvero spaventare chi è solito (o chi noi pensiamo sia solito) ricorrere alle armi, quelle vere, è la buona educazione. Quella che ti dà il piacere di aprirti al prossimo, alla vita. Un buongiorno, spiazza davvero. Il grazie, li imbarazza. Scusi, sembra quasi una parola d’ordine.
La buona educazione (e non la falsità delle buone maniere). La dignità (e non la cieca fiducia in e di sé). Risorse che non si consumano, virtù che possiamo alimentare. A dispetto del rumore, anche di un’arma da fuoco che lascia a terra una persona.
Non è, infatti, il colpo secco di un revolver, quello di cui dobbiamo preoccuparci. Non è la morte fisica, quella che ci deve spaventare e far dibattere. È il silenzio di chi è rassegnato, la tabula rasa dei sentimenti, che devono tenerci vivi. Devono farci palpitare.
Perché, come dice Philip Roth in La macchia umana (lo sono andato a riprendere, pensando alla penosa vicenda Marrazzo…), “la sofferenza morale è ancora più insidiosa di un malanno fisico, perché non c’è iniezione di morfina, anestesia spinale o radicale intervento chirurgico capace di alleviarla. Una volta che sei nella sua morsa, è come se, per liberartene, le dovessi permetterti di ucciderti. Il suo crudo realismo non assomiglia a nessun’altra cosa”.
Noi che abbiamo fatto il Rettifilo (e via Marina, vero e proprio memoriale della cattiva comunicazione) guardando e osservando e spesso tacendo, per anni, sappiamo ciò di cui stiamo parlando (a proposito, questa bellissima canzone di Sergio Bruni, in cui c’è tutta questa atmosfera).
Ed è proprio questa esperienza profondamente umana, che trasferiamo ogni giorno nel nostro modo di fare e proporre comunicazione. Mai urlare, mai tette e (para)culi, mai scorciatoie, mai gridare in faccia al pubblico il logo del tuo cliente, un po’ più grande, ecco, così!
Educarsi, educando. Spiazzare. Sempre.
Ci torneremo.

È da ieri tra noi

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Abbiamo appena scoperto che è milanista ma siamo buoni e ce lo teniamo. Vero, Mattia?
Con un’incomprensibile casacca bianconera (ma Galliani, lo sa?!), scende in campo webmarketing Ignazio Iuppa.
Cresciuto nelle giovanili del Palermo, affronta il campionato primavera a Roma, zona Comunicazione d’Impresa.
In ritiro dall’estate scorsa presso Ateneo Impresa, completa la preparazione qui da noi, in vista del conseguimento del titolo di Master in Marketing e Comunicazione Web e Nuovi Media.
Non sarà proprio eccitante come vincere la classifica cannonieri tirando un calcio di rigore al novantasettesimo minuto di un derby stancamente fermo sullo zero a zero, però gli spalti sono tutti per lui. Pronti ad applaudire come a fischiare. Destino di ogni stagista.
Ignazio Iuppa 300x225 È da ieri tra noiEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

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