alfredo borrelli tecniche della comunicazione pubblicitaria

Il futuro da condividere

Alfredo

By Alfredo
Published 21st July, 2010

Stamattina, è passata di qui Chiara. Sebbene non abbia potuto (per tutta una serie di ragioni che spero di aver ben motivato) dire di sì ad una richiesta di stage, ho dato qualche suggerimento (spero utile) su come muoversi a Roma, tra eventi e non profit. Quello che le piace e su cui non siamo, al momento, concentrati in termini di business.
Domani, toccherà a Rocco. Gli proporrò uno stage retribuito nel reparto web-marketing. Che l’anno scorso non potei offrirgli.
In settimana, ho inviato qualche consiglio a Domenico per la tesi di laurea.
Vittorio e Francesco, ormai, sono in pianta stabile. Valentina c’è stata.
Penso che essere insegnanti è un po’ come essere imprenditori.
Ce l’hai dentro o no. Non inizi ad esserlo quando ti firmano un contratto. Non smetti di esserlo quando un contratto scade. Non guardi al profitto. Non guardi al domani. Rifletti sui contributi che puoi dare e non su quelli che ti spettano. Non vendichi né rivendichi.
Fai politica. Senza comizi, senza tessere, senza voti.
Ricordi le origini ma non ne sei schiavo. Sei consapevole del presente ma non te ne lasci condizionare. Il tuo orizzonte è il futuro.
Perciò, comprendi quando chi lavora con te non ti comprende. Sai che non è tenuto a farlo. Sai che comprenderà.
Perché sai che il futuro è anche suo. Soprattutto, suo.
Qui e altrove. Soprattutto, altrove.

Fronteretro

Alfredo

By Alfredo
Published 5th July, 2010

Ricordo di averle viste tutte ma proprio tutte.
Ricordo che pure Lucia e Giuseppe, le hanno viste tutte.
Ricordo che in origine c’erano anche Daniele, Costanza, Letizia.
Ricordo che poi sono venuti Agostino e Daniela.
Ricordo l’arabo di via Merulana e le due stanze a via Corsica.
Ricordo Davide e Pietro.
Ricordo Giuseppe, Francesco, Luisa, Jelena, Anna Rosa, Rosalinda, Francesco, Carmine, Antje, Valentina, Laslo e Cristina.
Ricordo Andrea.
Ricordo Antonio.
Ricordo Riccardo.
Ricordo tutti i colloqui.
Ricordo i colloqui di tutti.
Ricordo tutti i contratti.
Ricordo tutte le assemblee.
Ricordo tutti i verbali.
Ricordo i business plan sui tovaglioli del bar.
Ricordo i bar.
Ricordo il primo sito.
Ricordo il primo post.
Ricordo la prima fideiussione.
Ricordo le gare.
Ricordo le vittorie e le sconfitte.
Ricordo le notti.
Ricordo i sogni.
Ricordo Behind Punto Comm.
Ricordo le buste paga di tutti.
Ricordo lo stipendio zero.
Ricordo gli zero stipendi.
Ricordo i sette anni di utili non distribuiti.
Ricordo il mutuo.
Ricordo che la banca mi ha chiesto di esserci fino all’estinzione.
Ricordo la scoperta dei covenant.
Ricordo i prossimi dieci anni di utili che ci siamo impegnati a non distribuire.
Ricordo l’aumento di capitale che ci toccherà fare.
Ricordo di essere il socio di maggioranza.
Ricordo che il ricordo, a un certo punto, si è interrotto.
E quando i ricordi non sono più sguardi, né volti, né profili, né sorrisi, né lacrime, né situazioni, è allora che smettono di essere impegni morali. E tornano ad essere passato.

In conclusione

Alfredo

By Alfredo
Published 18th March, 2010

Dedicato a Francesco (e lui sa perché…) e a tutti quelli che, ben prima di lui, mi hanno scelto, per disperazione o coraggio, quale relatore della propria tesi di laurea. Sono stati due anni intensi, vivaci, stimolanti, dialettici, chilometrici. Talvolta, volutamente disaggreganti.
Ci torneremo. Per il momento, grazie a tutti.
“Parlava con tutti. Perché appartiene a questa cultura di ebeti. Bla, bla, bla. Appartiene a questa generazione che è fiera della propria superficialità. La performance. La performance sincera è tutto. Sincera e vuota, completamente vuota. La sincerità che va in tutte le direzioni. La sincerità che è peggio della falsità e l’innocenza che è peggio della corruzione. Tutta l’avidità che si nasconde sotto la sincerità. E sotto il gergo. Questo splendido linguaggio che hanno tutti – in cui sembrano credere -, queste chiacchiere sulla loro mancanza di autovalorizzazione, quando l’unica cosa di cui sono sempre convinti, in realtà, è di avere diritto a tutto. L’impudenza la chiamano tenerezza, e la crudeltà è camuffata da autostima perduta. Anche Hitler mancava di autostima. Era il suo problema. È una truffa, quella che questi ragazzi hanno messo in piedi. L’iperdrammatizzazione delle emozioni più insignificanti. Relazione. La mia relazione. Chiarire la mia relazione. Devono solo aprire bocca per mettermi con le spalle al muro. Il linguaggio che usano è una summa della stupidità degli ultimi quarant’anni. Conclusione. Eccone una. I miei studenti non sono capaci di stare in quel posto dove deve svolgersi il ragionamento. Conclusione! Sono fermi al racconto tradizionale, con il suo principio, la sua parte di mezzo e la fine: ogni esperienza, per quanto ambigua, per quanto intricata o misteriosa, deve prestarsi a questa normalizzazione, a questo cliché formalizzante da anchorman televisivo. Ogni ragazzo che dice conclusione, lo boccio. Vogliono la conclusione? L’avranno”. (P. Roth, La macchia umana)

We are the Word

Alfredo

By Alfredo
Published 12th March, 2010

Mi è capitato ancora ieri sera. Con Riccardo.
Perché era capitato già ieri mattina, a Daniela, con Andrea.
E pochi giorni fa, con Luigi.
Tutti cari amici e tutti curiosamente a chiederci, ma come fate a gestire anche il blog? Dove trovate il tempo di scrivere?
Si leggono sempre più spesso interventi interessanti e approfonditi sul senso e la struttura di un corporate blog. Da Kawakumi a LinkedIn.
Non intendo ora, in chiusura di settimana, entrare nel merito delle argomentazioni. Lo farò, a vita bassa (cito Arbasino), com’è nel mio stile.
La risposta che, invece, voglio ora dare a Riccardo, Andrea e Luigi, me l’ha suggerita Word.
Aprite un file, uno qualsiasi. Bianco. Provate a scrivere corporate blog. Fatto?
Cosa leggete? Esatto, lì sta la risposta.
Non è un gioco, non è una battuta.
Ma è proprio in quell’ostinato Corporale che Word fa di tutto per non lasciarvi correggere, perfetto e inumano come un qualsiasi programma, il senso del nostro blog. Del nostro blog inoltre, vien da dire.
Corporale è l’approccio. Con tutti i sensi. Con tutte le vene. Con tutti i muscoli. Con tutte le ossa. Con tutto il fiato.
Con la viscerale curiosità che ci anima.
E che condividiamo con Riccardo, Andrea, Luigi e il Word intero.

Ascesa agli inferi

Daniela

By Daniela
Published 22nd February, 2010

Sede dei Radicali. Quel trasandato di sinistra che non mi piace (anche se alle elezioni voterò Bonino), il fumo di sigarette. E poi il caldo e la gente, tanta.
Le condizioni non solo delle migliori. Finalmente, la sala si calma e s’inizia.
Qualcuno prende la parola e avverte: la proiezione durerà due ore e mezza, seguirà il dibattito.
Sento che voglio andar via! È un attimo. Quando inizia Il Profeta, il protagonista è solo un ragazzo, ha fatto resistenza ad un pubblico ufficiale, gli toccano sei anni.
È diventato maggiorenne, sarà trasferito in centrale. Alla prima vera scena di violenza fisica (una di due), l’iniziazione avviene. Il ragazzo smarrito e spaurito, diventa un assassino. Da quel momento, è tutto uno schivare colpi. Per resistere. Per sopravvivere. Corso-arabo, Malik ha nelle vene una doppia natura. E la usa. Protetto da un corso, è grazie all’arabo che uccide che inizierà il suo processo di formazione. Una formazione al bene e al male. Parallela.
È una crescita bilaterale quella a cui assistiamo, con un ritmo serrato, interrotto dai super che introducono i nuovi personaggi.
È un mondo di valori  capovolti quello che impariamo a conoscere, in cui all’aumentare della protezione del protagonista aumenta la profondità del crimine. È un mondo, quello dietro le sbarre, in cui i criminali, comandano, ricevono nello studio medico, decidono spostamenti di detenuti e secondini, uccidono. E allora sembra normale fare il tifo per Malik, salvo ricordarti, che quello per cui tifi è un pluriassassino.
Il film continua  e godi per le capacità del ragazzo che ragiona come un vero stratega: osserva, ascolta, progetta, pianifica. Fa il doppio gioco con arabi e corsi, li manipola, li guida, li adula e punisce, in un delicatissimo equilibrio dove si rischia la pelle. Ad ogni nuova attività pensi sia l’ultima e ti accorgi che stai sperando che lui non muoia. Gli anni passano, maturano i permessi, la condizionale, il lavoro, arriva l’amicizia e il riconoscimento della natura araba e di pari passo cresce la posta in gioco. Il potere, il comando supremo. Il rispetto. La libertà e ciò che sarà dopo. Dalla galera esce un uomo criminale, un uomo con una donna e un bambino al fianco e una scorta alle spalle. La rieducazione è fallita! In carcere è entrato un adolescente e ne è uscito un criminale provetto. L’unico contatto con la realtà è il ricordo costante, in forma di allucinazione, dell’arabo ucciso. Una presenza inquietante, una coscienza parlante, un delitto e castigo dei giorni nostri. In carcere, si muore, in carcere dove si finisce per morire alla vita criminale e rinascere uomini nuovi. Ma non è sempre così. In carcere si muore per corruzione, violenza, per l’assenza di una qualunque forma di affettività (notevole il traffico di dvd porno), per l’uso di droga, per le lotte intestine di chi continua ad esercitare il potere dentro e fuori, per le contese tra etnie la cui forza risiede nel numero di detenuti e di guardie amiche.
Mentre fuori dal film, qui, nella nostra realtà, la politica rifiuta di migliorare le carceri e propone la costruzione di nuove sedi, associazioni come Antigone e il Detenuto Ignoto chiedono l’istituzione di una commissione di inchiesta per le morti in carcere. Un mondo parallelo, opaco, un universo chiuso in cui è difficile osservare cosa accade. Perché la pena  non sia l’unica soluzione (a volte fallimentare). Perché un uomo che ha sbagliato, e deve pagare ed essere rieducato, possa sempre e comunque conservare la propria dignità.

p.s. Coincidenze. Al termine della proiezione, in bus, incontro una mia compagna di liceo. Non la vedevo da vent’anni. Alfredo mi chiede, chi è? È Stefania, quella che leggeva romanzi russi. Dostoevskij è tra noi.

p.p.s. Galimberti, su d di Repubblica, pubblica una lettera, pertinente, e, illuminante su pena morte e carcere

 

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