Re-tuning
Pubblicato da Alfredo
Era un modello Autovox grigio e nero e captava i rumori di fuori attraverso un’antenna che svettava dal finestrino destro come una piuma dal cappello di un alpino. Era la prima autoradio che in famiglia abbiamo maneggiato.
Proprio così, maneggiato. Due manopole. Una a sinistra (per il volume), l’altra a destra per la sintonizzazione. Il display in mezzo, con la levetta a fare su e giù tra le due bande.
Ascoltavamo poche musicassette, tempestati com’eravamo dai giornali radio che mio padre leggeva con le orecchie. Fino all’ultima notizia di sport. Dunque, l’ordine di arrivo di qualche corsa ciclistica preparatoria ai classici mondiali di settembre (tenevo per Moser anche se mi sembrava più prete di Saronni, lui troppo italiano per imporsi a livello internazionale). Perché ad agosto, stavamo tutt’insieme e tutt’insieme ci muovevamo lungo la A1 o la E45, da sud a nord.
Generalmente, considerati tempo e clima, si parlava di governi balneari che nulla avevano a che fare con la gestione dei litorali. Onde anomale della politica italiana, prima e più delle benedizioni montanare da ampolle scure o oscurantiste.
Quando poi ci fermavamo da qualche parte e la estraevamo (l’Autovox) per paura che ce la rubassero, era un altro tipo di maneggiamento (il correttore automatico mi dà vaneggiamento e inquieto penso che il correttore automatico mi conosca più di quanto immagini). Si andava fieri, dell’Autovox sottobraccio, che ti faceva costruire un semicerchio sulla destra, con il gomito appuntito e pericolosamente proteso verso il fianco dei passanti di ritorno.
Aspettando di risalire in auto, giocherellavo con il tasto eject.
Mi sono sempre piaciute le vacanze on the road, sin da allora.
Mi piace guidare, mi piace fermarmi, mi piace guardare attorno, mi piace immaginare.
Mi piace ascoltare la radio, mi piace ascoltare le notizie.
Quest’estate, una grande novità ha sconvolto le mie abitudini di automobilista.
Per la prima volta, una radio che non sia Isoradio è partner di Autostrade per l’Italia. Si tratta di RTL 102.5.
Al di là delle ragioni commerciali che hanno condotto alla scelta di una radio privata per la diffusione in via ufficiale di aggiornamenti sulla viabilità, abbiamo assistito ad un confronto aperto e forte (in termini di comunicazione) tra le due emittenti.
Un’esemplare battaglia di posizionamento, talmente lampante da risultare addirittura accademica.
Per RTL 102.5, la novità è così importante da lasciarle annunciare (nientedimenoche) cancelliamo il passato. Da oggi, nulla sarà come prima.
Diretto, impattante, senza dubbio vero, abrasivo.
Isoradio, invece, ha sentito l’esigenza di mutare il proprio. Non rinunciando al ruolo di servizio informativo ma puntando con maggiore forza sulla musica. Così da condividere un più informazione sicura, più musica italiana.
Preciso, qualificante, furbo, direi quasi obbligato.
Abbiamo assistito, dunque, ad un chiaro e voluto sconfinamento (pesante, in un caso; raffinato nell’altro) nei reciproci (e fino a ieri, distinti) campi d’azione. Capita sempre più raramente, perciò mi sono lasciato andare a queste riflessioni.
Non sappiamo se sarà sufficiente per Isoradio un più o un sicura o un’italiana, per continuare a primeggiare nella memoria e nelle abitudini degli automobilisti (a partire da me); di sicuro, possiamo immaginare che, per RTL 102.5, saranno altissimi i ritorni in termini di branding (a partire dalla presenza del nome sui tutor lungo i tratti autostradali, dove è vietato altrimenti fare pubblicità).
Anche perché, la sensazione che ho ricavato da automobilista e ascoltatore, è che RTL 102.5 non ha ancora saputo (o voluto? del resto, modificare un profilo consolidato e vincente è la cosa più difficile) dare un taglio alla propria programmazione utile ad esaltare il contenuto informativo di cui dispone in esclusiva.
Mi ricorda il primo Milan berlusconiano (lo sapevo, che finivamo per parlare di calcio…), che acquistava grandi giocatori anche solo per tenerli in panchina. Dava prova di forza, otteneva titoli di giornale, incrementava il numero di abbonati, indeboliva la concorrenza.
Ha sì vinto tanto, in Italia e nel mondo, ma oggi, a pochi anni di distanza, smarrendo quella parvenza di identità artificiosamente costruita con investimenti irrazionali, è ridotto a farsi dare in prestito giocatori dal Genoa e a vedere la rivale più importante, l’Inter, vincere in sequenza tutto il vincibile.
Ma quelli, diranno con sicurezza a RTL 102.5, erano altri tempi.
Ed è vero.
C’era ancora l’Autovox con l’antenna da alpino. C’erano ancora le musicassette. C’era De Napoli.
Ma, al di là di ogni metafora, resta (centrale) il problema dell’identità. Della sua costruzione, della sua tutela. In auto e fuori.
When I web
Pubblicato da Alfredo
Divertente, quest’iniziativa del Moma di New York.
Leggendo, mi sono allora chiesto cosa l’@ rappresenti per me.
Mi sono risposto domandami ulteriormente (capita spesso) quand’è che mi senta web.
Mi sento web, quando esco di casa la mattina e saluto il vicino.
Mi sento web, quando passo davanti alla scuola Charlie Chaplin e sorrido ai bambini.
Mi sento web, quando mi fermo subito dopo a salutare il venditore di calzini.
Mi sento web, quando prendo al volo l’autobus, mi siedo ma alla fermata successiva mi alzo per lasciar sedere un uomo con le buste della Sma.
Mi sento web, quando entro dal salumiere che sembra uscito da un telefilm ed è lui a decidere nella scena successiva cosa e quanto debba mangiare a pranzo.
Mi sento web, quando arrivo in ufficio e saluto i ragazzi.
Mi sento web, quando mi accaloro in discussioni con clienti e fornitori.
Mi sento web, quando Marco porta Il Messaggero (del giorno prima) e do una sbirciata al Giorno (prima) di Branko.
Mi sento web, quando il giorno dopo dico che Branko non capisce nulla.
Mi sento web, quando scrivo un post.
Mi sento web, quando leggo i post degli altri.
Mi sento web, quando Daniela entra con una scusa qualunque solo per vedermi.
Mi sento web, quando vado da Daniela con una scusa qualunque solo per vederla.
Mi sento web, quando chiudiamo un lavoro.
Mi sento web, quando faccio new business.
Mi sento web, quando fatturo.
Mi sento web, quando controllo il conto online e vedo che il cliente si è attenuto ai tempi di pagamento.
Mi sento web, quando torno a casa a piedi.
Mi sento web, quando la sera riesco a pensare ma non al giorno dopo.
Mi sento web, quando la notte penso al giorno dopo.
Mi sento web, quando la mattina ricordo i sogni che ho fatto pensando al giorno dopo.
Mi sento web, quando a colazione il latte è caldo abbastanza.
Mi sento web, quando il caffè che preparo è così buono che si può bere amaro.
Mi sento web, quando l’acqua della doccia è calda.
Mi sento web, quando sono vivo (e mi sento vivo, quando provo emozioni).
Non mi sento web, quando prevale la retorica del web.
In conclusione
Pubblicato da Alfredo
Dedicato a Francesco (e lui sa perché…) e a tutti quelli che, ben prima di lui, mi hanno scelto, per disperazione o coraggio, quale relatore della propria tesi di laurea. Sono stati due anni intensi, vivaci, stimolanti, dialettici, chilometrici. Talvolta, volutamente disaggreganti.
Ci torneremo. Per il momento, grazie a tutti.
“Parlava con tutti. Perché appartiene a questa cultura di ebeti. Bla, bla, bla. Appartiene a questa generazione che è fiera della propria superficialità. La performance. La performance sincera è tutto. Sincera e vuota, completamente vuota. La sincerità che va in tutte le direzioni. La sincerità che è peggio della falsità e l’innocenza che è peggio della corruzione. Tutta l’avidità che si nasconde sotto la sincerità. E sotto il gergo. Questo splendido linguaggio che hanno tutti – in cui sembrano credere -, queste chiacchiere sulla loro mancanza di autovalorizzazione, quando l’unica cosa di cui sono sempre convinti, in realtà, è di avere diritto a tutto. L’impudenza la chiamano tenerezza, e la crudeltà è camuffata da autostima perduta. Anche Hitler mancava di autostima. Era il suo problema. È una truffa, quella che questi ragazzi hanno messo in piedi. L’iperdrammatizzazione delle emozioni più insignificanti. Relazione. La mia relazione. Chiarire la mia relazione. Devono solo aprire bocca per mettermi con le spalle al muro. Il linguaggio che usano è una summa della stupidità degli ultimi quarant’anni. Conclusione. Eccone una. I miei studenti non sono capaci di stare in quel posto dove deve svolgersi il ragionamento. Conclusione! Sono fermi al racconto tradizionale, con il suo principio, la sua parte di mezzo e la fine: ogni esperienza, per quanto ambigua, per quanto intricata o misteriosa, deve prestarsi a questa normalizzazione, a questo cliché formalizzante da anchorman televisivo. Ogni ragazzo che dice conclusione, lo boccio. Vogliono la conclusione? L’avranno”. (P. Roth, La macchia umana)
Welcome?
Pubblicato da Daniela
Con Alfredo, abbiamo ripreso la sana abitudine di andare al cinema il mercoledì. Si esce dall’ufficio, si prendono i biglietti, si fa tappa al supermercato per un sostituto economico ipocalorico dei popcorn e poi si entra.
Mercoledì scorso sono andata a vedere Welcome senza conoscerne la trama. La locandina, un uomo e un ragazzo sulla spiaggia, mi avevamo fatto pensare ad una storia tra padre e figlio, le tante stelle e il richiamo al successo di pubblico e incassi mi predisponevano alla visione. Entro, ignara, e le prime scene mi catapultano a Calais, città talmente triste che quando ci siamo stati, non siamo riusciti a fermarci più di mezz’ora, giusto il tempo di salire al faro. Uno di quei posti da cui senti di dover andar via in fretta, subito. Una città abbandonata, ferita. Il film mi prende. Una storia d’amore si intreccia alla storia di un matrimonio in agonia. La storia dell’amicizia tra Bilal e Simon, diventa la nostra storia. E mentre il primo impara a nuotare, il secondo scopre la passione e la possibilità di andare al fondo delle cose, anche mettendo in gioco la vita. Bilal si prepara ad attraversare la Manica a nuoto per raggiungere la donna amata, stimolando Simon, che bracciata dopo bracciata, avvia una lotta disperata e ad armi impari contro il sistema.
Storie di questi giorni, storie di miopia e integrazione mancata. Storie che ti colpiscono come un pugno nello stomaco, con una morsa che non ti lascia respirare come a Bilal, incapace di affrontare il viaggio in camion per una violenza subita. Pochi personaggi, magistralmente interpretati, sullo sfondo di una collettività grigia, muta e silente. Istituzioni vigliacche che sfiancano gli uomini dal cuore umano con gas lacrimogeni, minacce, incursioni. Uno stato che gestisce la questione immigrazione come e peggio dell’Italia, una piccola schiera di volontari circondati da un clima di indifferenza generale.
Il film va avanti e scena dopo scena, l’uomo e il ragazzo si avvicinano riscoprendosi in un rapporto che, nel momento disperato, viene dichiarato, di fatto, filiale. La tragedia del giovane curdo diventa la possibilità di trasformazione del francese: sarà lui, infatti, a compiere, in nome di Bilal, il viaggio che il ragazzo non è riuscito a portare a termine, sfinito, a soli 800 metri dalla riva, dalla paura di essere di nuovo catturato. Mentre risuona ancora forte l’eco degli scontri di Rosarno e l’indiginazione per gli aiuti ad Haiti bloccati per ragioni di sicurezza ti domandi quando e se ci sarà davvero un welcome.
I titoli di coda scorrono, lacrime calde pure.

Il mio Beniamino
Pubblicato da Alfredo
È da ieri sera, nel dopocena lungo il Naviglio grande, che penso al post che avrei voluto scrivere al rientro.
Lo immaginavo come una sorta di caleidoscopio, al cui interno vedere tutta una serie di intrecci che in questi giorni di vacanza mi si sono costruiti nella mente.
Avrei voluto intitolarlo mondar, che è l’anagramma di random ma anche qualcosa che rimanda alla pulizia. Alla tabula rasa che, a fine/inizio anno, ognuno di noi persegue.
Pulizia del vecchio, apertura al nuovo.
Avrei voluto parlare di ciò che tiene insieme Edward Hopper e A serious man; A serious man e Il lamento del prepuzio; Il lamento del prepuzio ed Eric Cantona; Eric Cantona e Maurice Henry; Maurice Henry e Thierry Henry; Thierry Henry e l’organizzazione aziendale; l’organizzazione aziendale e Una storia operaia; Una storia operaia e La principessa e il ranocchio; La principessa e il ranocchio e Soul Kitchen; Soul Kitchen e Ken Loach; Ken Loach e Erri De Luca; Erri De Luca e la call to action; la call to action e Piovono polpette.
E invece, arrivo a casa, mi collego a internet e leggo che Beniamino Placido è morto.
Io stavo per (cimentarmi ad) applicare il suo metodo (con chissà quali risultati) e lui che fa? Mi lascia solo.
Nella borsa a tracolla nera che mi accompagna quotidianamente, in ufficio, alla posta, dai clienti, all’università, porto sempre con me, come un parroco il breviario, Tre divertimenti. Un piccolo ma profondo e divertente libro, in cui Placido ci accompagna in quella che Marcoaldi ha definito “una fantastica passeggiata della mente che compiamo tenuti per mano dall’intelligenza scintillante di Beniamino, il quale lascia lungo il suo zigzagante percorso tante briciole di pane, come Pollicino”.
Giusto un paio di mesi fa, l’ho tirato fuori per condividerne il fascino con Vittorio, Francesco e Alessia. A loro ho detto che, se oggi faccio questo mestiere (quello che, per intenderci, i più definiscono creativo), il merito è tutto di Placido. Leggevo ogni cosa che scriveva (si trattasse di tv, cinema, letteratura o Juve), facevo letteralmente i salti mortali per seguirlo e comprenderlo, mi esercitavo avendolo sempre con me. Lui e la sua ironia. Perché da lui, ho infatti appreso la profonda differenza tra ironia e sarcasmo. Tra consapevolezza e frustrazione. Tra volontà e rancore.
Lunghi pomeriggi, solitari e visionari, trascorsi alla scrivania bianca della mia stanza, pensando, scomponendo, elaborando. Il tempo volava e io con lui. Dettavo i tempi di quelli che poi avrei imparato a definire brainstorming; mettevo da parte quelli che poi avrei imparato a definire rough; scrivevo quelle che poi avrei imparato a definire headline. Senza saperlo (l’avrei saputo dopo, agli infiniti colloqui sostenuti a Milano nell’ormai lontano secolo scorso), mi stavo facendo il famoso book.
Di questo book, oggi siamo arrivati ad un nuovo e importante capitolo. L’intenzione di tornarci, a Milano, in questo secolo, magari in quest’anno.
Con la stessa ironia, consapevolezza e volontà di allora, sì, ma soprattutto con la borsa a tracolla nera. Dove il mio Beniamino continua a vivere.






