alfredo borrelli ceo estrogeni

I valori di un blog aziendale. Il nostro

Alfredo

By Alfredo
Published 17th January, 2011

Questo spazio che si alimenta di riflessioni, recensioni, emozioni, siamo soliti chiamarlo blog aziendale.
Non ho difficoltà a riconoscere che, fino a qualche tempo fa (giusto, Davide?), non avevo assolutamente idea di cosa fosse e, cosa più grave per me, non riuscivo neanche a intravederne le potenzialità.
Oggi che, con una certa soddisfazione, raccogliamo un discreto interesse, mi va di dire cos’è per me un blog aziendale e cosa deve diventare.
Abbiamo condiviso, giorni fa, un intervento interessante quanto divertente in merito. Mi ha fatto tornare con il pensiero a Donnarumma all’assalto.
L’ho letto, ormai, più d’una ventina d’anni fa. Una di quelle letture che sei convinto vadano fatte, perché ne hai sentito parlare bene e perché pensi facciano bene anche a te. Che sei convinto di valere e pensi che gli altri non ti meritino e invece hai solo bisogno di confrontarti e misurarti. Quanti ne ho conosciuti di tipi come me, allora. Quanti ne riconosco ancor oggi, ahimè. Nella mia terra che dà sul mare ma anche fuori, che del mare non c’è neanche l’aria.
C’è un bellissimo passaggio in cui il selezionatore di manodopera (l’autore, Ottieri) venuto dal nord, incuriosito e poi spaesato e infine disincantato, mette a fuoco (stiamo parlando del 1959…) quello che, ancora oggi, a mio avviso, è il vero problema italiano (non più solo del sud). Lo smarrimento del concetto di coscienza collettiva.
Senza volermi addentrare in discussioni di carattere storico-economico-industriale-psico-sociologico che non mi competono, mi è sempre piaciuto pensare l’azienda quale un microcosmo e il nostro blog aziendale dunque un luogo in cui, dopo averlo seminato con passione e convinzione, veder maturare un sentire identitario (giammai totalitario, of course) su cu far leva anche per una sana e necessaria crescita commerciale nella cosiddetta network society. Semplicemente, un posizionamento. Il nostro.
Del resto, proprio uno dei maestri della comunicazione, Toni Muzi Falconi, di recente, ha dichiarato che “l’organizzazione aziendale è un editore nel senso ampio del termine… ”. Come dire, l’azienda quale mezzo di comunicazione in sé. L’azienda che diventa smart, integrando le due facce, “l’una materiale, hard e l’altra narrativa, soft…”.
E allora, volendo estremizzare, se l’azienda è il mezzo, perché non immaginare il blog come il messaggio?
Pertanto.
Dico ad Alessandro che anch’io, nelle mie precedenti esperienze presso multinazionali, mai ho avuto la possibilità di scrivere su uno strumento di comunicazione aziendale (però, da creativo, avevo la possibilità di dire la mia e farmi notare attraverso il lavoro, le proposte, le idee, in concreto).
Dico ad Alessandro e a tutti che non è facile trasmettere il senso dell’opportunità che è nel blog aziendale, superando diffidenze naturali e non.
Dico ad Alessandro, a tutti e dunque anche a me, tuttavia, che altro percorso di maturazione similmente libero, aperto, immediato, sostenibile, non riesco ad individuarlo.
Riflettendo, però, è venuto sempre più spesso da pensare che la qualifica di aziendale stesse a porre un argine alla libertà propria del web. È questo il motivo per cui, nel tempo, sotto la categoria Hostwriter, abbiamo voluto ospitare interventi in tema di comunicazione, anche da parte di chi non è strettamente Estrogeni.
Da oggi, raccogliendo lo spunto di Vittorio, andiamo oltre. Attraverso la categoria Guestbook, condivideremo i pensieri di chi – come noi – è quotidianamente alla ricerca di soluzioni innovative per il proprio ambito professionale. Dalla tecnologia alla gastronomia, dalla letteratura all’architettura, dalla musica al cinema.
Perché se la rete non ha confini (tecnologici), figuriamoci l’ambizione (umana) di delineare una coscienza.

La creatività non è un lusso

Lorenzo

By Lorenzo
Published 11th January, 2011

Appare alquanto innaturale l’espressione di un mio concetto sulla creatività, ritenendomi una persona – sia per approccio comportamentale che per esperienza professionale – lontano da qualcosa che si fa fatica a definire, se non riferita ad un ambiente quale un’agenzia di comunicazione, in cui da qualche anno lavoro.
I partner di Estrogeni mi hanno spesso sentito dire che occorre fare lo sforzo di mutare pelle e passare dall’essere – appunto – un’agenzia di comunicazione ad un’azienda che fa comunicazione. Non mi soffermo sulla differenza e lascio a ciascuno imputarle un peso e un valore etimologico opportuno.
Questo preambolo mi serve per rimarcare la radice della mia estrazione professionale, a cui facevo riferimento. A distanza di tempo, riscopro che anche negli anni in cui ho lavorato in settori (apparentemente) lontani da quello della comunicazione, ad esempio logistica o internazionalizzazione della produzione vitivinicola italiana d’eccellenza, il tanto inflazionato termine creatività aveva, per il personale modo di affrontare le situazioni e le necessità che il lavoro propone nella sua quotidianità, un suo diritto ad esistere.
Certo, magari fino a qualche giorno fa, mi mancava la composizione verbale del concetto, ma ora sono sempre più certo e convinto che la creatività alla fine è qualcosa che, in forme diverse e in modi diversi, appartiene a chiunque appassionatamente (non necessariamente, quindi, in presenza di una passione dentro) si lega e si lascia avvincere dal meccanismo utile a trovare soluzione (o il second best, come direbbero gli economisti) al problema che si sta affrontando.
Quando, finalmente, proprio il 6 gennaio, mentre ero in sala d’attesa a Roma per prendere il treno per Napoli, leggo un bell’articolo sul Sole 24 Ore dal titolo “Napoli 2011: pizza, Vesuvio e un manager a Estée Lauder”. Mario Platero intervista Fabrizio Freda, ingaggiato qualche anno fa per portare ordine nella gestione di uno dei più grandi gruppi del lusso al mondo.
Sin dalle prime parole, il Ceo di Estée Lauder cita come componente essenziale dei suoi successi professionali l’equilibrio tra “il training di disciplina (appreso nella ventennale esperienza alla Procter&Gamble) e le mie origini napoletane, vale a dire lo spirito creativo dell’amore per la vita che è la parte positiva di Napoli”.
Continuando, mi sono sentito partecipe e orgoglioso che un conterraneo avesse riportato sui binari del successo un gruppo da 8 mld di dollari di fatturato, mettendoci anche qualcosa che la sua terra d’origine ha aiutato a formare nella propria coscienza.
Ma la sorpresa, quella vera, era prossima a venire ed è racchiusa nella parte centrale dell’intervista.
Prima, lo scenario. Che riguarda tutti.
“…La crisi del 2007-2009 ha messo in evidenza la fragilità di un sistema troppo loose, troppo decentrato quando occorreva serrare le fila per rispondere a due sfide sconosciute: la più grave recessione dagli anni Venti e una nuova sfida geografica e demografica in arrivo dai mercati asiatici. La crisi aveva messo a nudo debolezze invisibili negli anni buoni: poca coesione fra le varie divisioni, mancanza di un disegno organico di sviluppo. La creatività c’era ma, lasciata a se stessa, esprimeva anche forze centrifughe che poco si conciliavano con un’esigenza di centralità e di gestione e controllo in un momento difficile sia sul piano tattico sia su quello strategico. I valori di Estée Lauder sono nell’area del prestigio, del lusso, dell’alta qualità e quindi dell’esclusività ma il mondo del lusso e del prestigio può beneficiare di un modello di business più rigoroso. E questo accadrà un po’ dappertutto nei prossimi anni, perché il mondo del lusso è sempre più globale, e competitivo: l’aumento della competitività imporrà maggiore rigore e disciplina salvando imprenditorialità e creatività, più forti in questo mondo che in quello del largo consumo…”.
Poi, l’affondo. Che riguarda molti di noi.
“…La creatività nasce da due cose. Da un dono naturale, istintivo di immaginare una cosa che nessun altro aveva mai pensato prima. Oppure c’è chi esprime creatività connettendo punti che nessuno ha mai connesso prima. Questo secondo punto a Estée Lauder non c’era. Introdurlo mi ha consentito di conciliare creatività e disciplina…”.
L’articolo prosegue ma è quest’ultimo punto che ha aiutato (me, che non frequentavo Beniamino Placido), finalmente, a dare nome a ciò che costantemente – pur non riuscendo a verbalizzarla nella maniera opportuna – mi ha accompagnato negli anni sul lavoro, pur non svolgendo assolutamente compiti e mansioni che classicamente si pensa possano essere assistiti dalla creatività.
Oggi, sono contento di poter dare un nome a qualcosa che ho sempre pensato di avere, ovvero la capacità di mettere in relazione dei punti che esprimono per loro stessi già un pieno significato, ma che se posti in connessione probabilmente costituiscono la soluzione.

Faceholders

Alfredo

By Alfredo
Published 8th January, 2011

Caro Mark,
se vivessi in questo paese comprenderesti il mio timore che, a seguito di questa mia, il primo ministro italiano possa assimilarmi alla nuova specie dei comunisti con il cachemire.
Sai, lui non va tanto per il sottile e, finora, non ha mai avuto modo di visionare il mio armadio (qualche felpa, buona per tutte le stagioni, e un paio di maglioni sempre gli stessi da anni) né di apprezzare la mia idiosincrasia per la montagna d’inverno. Men che meno, per la montagna svizzera.
Comunque, voglio correre il rischio e ti scrivo. Da imprenditore ovvero dalla posizione che – si parva licet – accomuna me, te e proprio il nostro primo ministro.
Premetto che non sono un esperto di finanza ma riesco a cogliere, talvolta, il senso delle opportunità. Qualche investimento va bene, qualche altro meno ma, in definitiva, me la sono sempre cavata, con l’ausilio di un provvido consulente.
Sono in giro tre notizie, in questi giorni, che mi hanno colpito profondamente. Tre notizie che riguardano sia l’Italia che gli Stati Uniti. Sia me che te (dovrebbero riguardare anche il nostro primo ministro ma non ne ho la completa certezza).
Si tratta dell’abnorme sproporzione raggiunta tra valore assoluto della ricchezza nazionale e detenzione relativa della stessa (parliamo di una proporzione di 1 a 90). Si tratta dell’elevatissimo e quasi incontrollabile tasso di disoccupazione giovanile (ormai, del 30% e passa). Si tratta della quotazione prossima ventura del più grande social network a livello mondiale, cioè il tuo Facebook.
Sulla prima, forse, né io né te (da soli, senza primi ministri alle spalle) possiamo qualcosa.
Sulla seconda e terza, invece, qualcosa possiamo.
Molto modestamente, sono sette anni che come Ceo di Estrogeni mi impegno (verso me stesso, i soci e la società in generale) a non distribuire utili, reinvestendoli nella formazione/assunzione di giovani. Non pretendo che anche tu, con i tuoi utili (della cui entità non c’è certezza, la qual cosa già di per sé, in un’epoca e in un ambito e in uno strumento che – ci hai insegnato – premia e vive della trasparenza di tutti, non depone a tuo favore), faccia lo stesso. Non sono né un comunista né un visionario moralista.
Epperò, sulla terza, un pensiero mi è venuto e voglio condividerlo con te. Ci hai insegnato anche il valore della condivisione, del resto.
Ti propongo, caro Mark.
Perché, in vista della quotazione di Facebook, ancor prima che a investitori selezionati e qualificati, non destini una sorta di azione (una sola) privilegiata ai tuoi sottoscrittori reali (i tuoi primi stakeholder, se ci pensi)? Del resto, la tua creatura vive (e cresce e si diffonde e diventa interessante per gli investitori) essenzialmente dei contenuti degli utenti (a cui do il titolo di Faceholders) e, se mi permetti, credo che un ringraziamento lo meritino. Pensa poi, a quanti tra questi utenti sono giovani e disoccupati. Avresti la possibilità, come e più direttamente di Bill Gates, di fare qualcosa per un’enorme fetta di popolazione mondiale, donando qualcosa di valore a chi magari non ha risorse se non il proprio talento (ricordi, anche tu avesti inizialmente bisogno delle risorse di Eduardo, per dare il via a questa straordinaria avventura…). Di fare qualcosa di fortemente non convenzionale, tra l’altro. Così, da assecondare e valorizzare ulteriormente il tuo asset principale, l’innovazione.
Per non essere, infine, tacciato di conflitto d’interessi (altra caratteristica molto italiana, di questi tempi), ti suggerisco di inserire tra i destinatari della suddetta azione esclusivamente gli utenti Facebook che abbiano sottoscritto da più di due anni (io sono fermo a meno di un anno) e abbiano un numero di amici superiore a 500 (io sono fermo a poco più di 200).
Immagina – e chiudo – poi, imprenditorialmente, quale grande volano in termini di comunicazione e responsabilità, l’operazione sarebbe per te. Potresti, finalmente, mettere a tacere tutte le voci che ti danno quale arido, spregiudicato, egocentrico uomo d’affari. Io non ci credo. E tu?
Cordiali saluti.

Goodbye, Soratte

Daniela

By Daniela
Published 1st January, 2011

Erano le donne con le foglie.
Era la ragazza sull’albero.
Era la ragazza con l’uccello.
Era l’inizio della stagione dello shopping selvaggio.
Era il primo concorso per modelle online. Era il sostegno ad Unicef.
Era la prima pista gratuita di pattinaggio sul ghiaccio.
Era l’inaugurazione. Erano i primi eventi. Era lo shoptainment.
Era la donna sulla poltrona. Era la pagina Facebook. Era la ragazza in bici.
Era la parete, gigante, di Corso Francia. Era il 90, la metro, l’A1.
Era l’anteprima di Eurochocolate.
Sono state 65 creatività, 910 adattamenti, 41 eventi. Un day by day fatto di aggiornamento sito, pagina Facebook, gestione concorsi, invio dem, sms, pianificazione media, produzione materiali, gestione pista, illuminazioni natalizie.
Ci dicevano, eravate ovunque. Vi abbiamo visto sui flyer, sui giornali. Vi abbiamo sentito alla radio.
Era il 26 novembre 2008. Era il Soratte Outlet Shopping. Erano le nostre idee. Era il nostro cliente.
Da oggi, non lo è più.

Fotogrammi ormonali

Alfredo

By Alfredo
Published 28th December, 2010

Relativamente ai film per cui abbiamo lavorato nel 2010, ricordo.
La passione di Soul Kitchen.
La sobrietà del Riccio.
L’energia del Concerto.
La temerarietà del Profeta.
L’allegria del Piccolo Nicolas.
La verità di Draquila.
La compiutezza della Regina dei castelli di carta.
La profondità di Niente Paura.
La vitalità di Resident Evil Afterlife.
La leggerezza di Mangia prega ama.
L’urgenza della Pecora Nera.
L’attesa dell’Ultimo esorcismo.
L’eleganza di Potiche.
La forza di The Killer inside me.
La lezione delle Avventure di Sammy.
Tra di essi, scelgo quale film dell’anno Il profeta.
Visionario ma reale, raffinato mai lezioso. Duro, a tratti ironico. Come la vita, dentro e fuori.
E voi, cosa ricordate? Quale preferite?