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Uno di due

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Doveva capitare ed è capitato.
Una di quelle scenate cui avevo assistito (ma tanti anni fa, davvero tanti…), in cui le voci dei due si accavallavano, quasi a salire in cielo.
I due erano, solitamente, dipendente e titolare.
Allora, non ero né l’uno né l’altro.
Collaboravo.
Oggi, invece, è stata la mia voce a salire.
Rincorrendo quella di Laslo.
Davanti a tutti, dicendoci tutto.
Non è stato un bello spettacolo ma, si sa, non sempre riusciamo ad essere buoni registi di noi stessi.
Doveva capitare, è capitato, spero non capiti più.
Un dipendente che va via dopo un mese e poco più, è una sconfitta amara. Ma ci sta, di perdere, quando si decide di vivere mettendosi in gioco.
Senza rinunce.
E un corporate blog serve anche a questo. A trasmettere la dolorosa sensazione di una sconfitta.
In attesa di domani. Sarà un altro giorno. Sarà un altro post.

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Ascesa agli inferi

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Sede dei Radicali. Quel trasandato di sinistra che non mi piace (anche se alle elezioni voterò Bonino), il fumo di sigarette. E poi il caldo e la gente, tanta.
Le condizioni non solo delle migliori. Finalmente, la sala si calma e s’inizia.
Qualcuno prende la parola e avverte: la proiezione durerà due ore e mezza, seguirà il dibattito.
Sento che voglio andar via! È un attimo. Quando inizia Il Profeta, il protagonista è solo un ragazzo, ha fatto resistenza ad un pubblico ufficiale, gli toccano sei anni.
È diventato maggiorenne, sarà trasferito in centrale. Alla prima vera scena di violenza fisica (una di due), l’iniziazione avviene. Il ragazzo smarrito e spaurito, diventa un assassino. Da quel momento, è tutto uno schivare colpi. Per resistere. Per sopravvivere. Corso-arabo, Malik ha nelle vene una doppia natura. E la usa. Protetto da un corso, è grazie all’arabo che uccide che inizierà il suo processo di formazione. Una formazione al bene e al male. Parallela.
È una crescita bilaterale quella a cui assistiamo, con un ritmo serrato, interrotto dai super che introducono i nuovi personaggi.
È un mondo di valori  capovolti quello che impariamo a conoscere, in cui all’aumentare della protezione del protagonista aumenta la profondità del crimine. È un mondo, quello dietro le sbarre, in cui i criminali, comandano, ricevono nello studio medico, decidono spostamenti di detenuti e secondini, uccidono. E allora sembra normale fare il tifo per Malik,  salvo ricordarti, che quello per cui tifi è un pluriassassino.
Il film continua  e godi per le capacità del ragazzo che ragiona come un vero stratega: osserva, ascolta, progetta, pianifica. Fa il doppio gioco con arabi e corsi, li manipola, li guida, li adula e punisce, in un delicatissimo equilibrio dove si rischia la pelle.Ad ogni nuova attività pensi sia l’ultima e ti accorgi che stai sperando che lui non muoia. Gli anni passano, maturano i permessi, la condizionale, il lavoro, arriva l’amicizia e il riconoscimento della natura araba e di pari passo cresce la posta in gioco. Il potere, il comando supremo. Il rispetto. La libertà e ciò che sarà dopo. Dalla galera esce un uomo criminale, un uomo con una donna e un bambino al fianco e una scorta alle spalle.La rieducazione è fallita! In carcere è entrato un adolescente e ne è uscito un criminale provetto.L’unico contatto con la realtà è il ricordo costante, in forma di allucinazione, dell’arabo ucciso. Una presenza inquietante, una coscienza parlante, un delitto e castigo dei giorni nostri. In carcere, si muore, in carcere dove si dovrebbe stare per morire alla vita criminale e rinascere uomini nuovi. Ma non è sempre così. In carcere si muore per corruzione, violenza, per l’assenza di una qualunque forma di affettività (notevole il traffico di dvd porno), per l’uso di droga, per le lotte intestine di chi continua ad esercitare il potere dentro e fuori, per le contese tra etnie la cui forza risiede nel numero di detenuti e di guardie amiche.
Mentre fuori dal film, qui, nella nostra realtà, la politica rifiuta di migliorare le carceri e propone la costruzione di nuove sedi, associazioni come Antigone e il Detenuto Ignoto chiedono l’istituzione di una commissione di inchiesta per le morti in carcere. Un mondo parallelo, opaco, un universo chiuso in cui è difficile osservare cosa accade. Perché la pena  non sia l’unica soluzione (a volte fallimentare). Perché un uomo che ha sbagliato, e deve pagare ed essere rieducato, possa sempre e comunque conservare la propria dignità.

p.s. Coincidenze. Al termine della proiezione, in bus, incontro una mia compagna di liceo. Non la vedevo da vent’anni. Alfredo mi chiede, chi è? È Stefania, quella che leggeva romanzi russi. Dostoevskij è tra noi.

Il profeta. jpg Ascesa agli inferiEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

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Calder ovvero dello sleeper effect

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Mio padre guidava una 126 bianca, quand’io dallo stretto finestrino posteriore riuscivo appena a scorgermi. E in movimento o da fermo, contavo le altre auto passare o incrociarci. Il mio gioco di allora, era classificarle secondo le marche. Una volta Peugeot (il leone), un’altra Mercedes (la stellina), un’altra ancora l’Alfa Romeo (il biscione). Avevo una lista mentale e un campione che doveva sempre vincere. E quindi, baravo. Come talvolta, anche da grande, avrei continuato a fare.
Ma questa è una storia a sé.
Capitavamo spesso dalle parti di via Luigi Volpicella, un’enorme e lunga strada che dal quartiere di Ponticelli porta direttamente a piazza Garibaldi. Attraverso incroci, cisterne di raffinerie e addirittura un abbeveratoio. Dicono che lì, si fermassero a sostare i cavalli in transito. Ma io non ne ho mai visto uno.
A via Volpicella, c’era una figura che è diventata un tòpos nella mia vita.
Un tipo basso, elettrico, mani piccole e solide, callose. Ciccillo, che voleva essere uno dei diminutivi di Francesco. Ciccillo lo leggi e ciccillo lo vedi.
Era uno dei primi clienti di mio padre, quando mio padre faceva il medico della mutua.
I nipoti di Ciccillo, girano ancora per casa di mio padre. Ora che è in pensione, mio padre. E Ciccillo ci manca già da trent’anni.
Ciccillo viveva in una casa di un piano, subito dopo una pompa di benzina. Una delle poche case non dell’Inacasa. Un portone di ferro (…) sempre aperto, spalancato. Una finestra a destra, che dava sulla cucina. Dove trovavo Ciccillo appisolato nel primo pomeriggio. Un piccolo corridoio coperto e poi un antro e infine l’aria e la luce e il respiro di un cortile quadrato. Bulloni, viti, lamiere, morse, incudini. Ferro. Quello era il regno di Ciccillo. Arrugginito, brillante, opaco, amorfo. Un caos di ferro, che se fosse giunta una calamita dall’alto come l’ape con il nettare, se lo sarebbe portato via per intero. E lasciato il solo Ciccillo a piangere, immagino nell’antro.
Ho pensato a Ciccillo ieri pomeriggio, all’uscita della mostra di Calder. Se Calder si fosse spinto più a sud della Francia, forse si sarebbero incontrati e Ciccillo sarebbe stato uno dei suoi più fedeli operai. Di quelli inquadrati nelle belle foto di Mulas, esposte al primo piano del Palazzo delle Esposizioni.
Ho pensato a Ciccillo, immaginando Calder come il gigante bambino definito da Carandente. Ho pensato a Ciccillo, perché gli oggetti di Calder era come se mi cullassero. Io bambino, in balìa dei loro movimenti. Ho pensato a Ciccillo perché Calder, di una fotografia in cui è ritratto mentre dorme, dice che è quello l’attimo in cui pensa. Ho pensato a Ciccillo perché Calder, dei propri mobiles, affermava che erano, nell’apparente inutilità e assenza di significato, l’espressione della bellezza. La sua bellezza. Ho pensato a Ciccillo perché Calder mi ha fatto venire in mente il viaggio verso sud di padre e figlio in La strada di McCarthy. Dove l’aria che spira, è il loro unico elemento vivo di compagnia (così come è l’aria, con la sua forza, il suo sospiro, il suo alito, a dare movimento e senso completo alle opere di Calder). Dove, a un certo punto (e sembra di tornare a venerdì scorso, tra noi): Nevica, disse il bambino. Guardò il cielo. Un unico fiocco grigio che planava leggero. Lo prese in mano e lo guardò disfarsi come se fosse l’ultima ostia della cristianità (una delle più intense opere di Calder presenti era proprio La tempesta di neve).
Ho pensato a Ciccillo perché anche lui correva verso un suo sud. Fatto di calore, entusiasmo, libertà, aria. Ho pensato a Ciccillo perché non sapeva cosa fosse lo sleeper effect ma il ferro invece sì. Tenace, resistente, silente.
Un fiocco di neve di ferro, tra leoni, stelline e biscioni.
Ecco chi è stato Ciccillo, il miglior mancato operaio di Calder.

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Lo studio e la cura

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In meno di 24 ore due presentazioni importanti, anzi, tre! In meno di 12 ore due commenti positivi che mi piace condividere. Il primo, arriva ieri sera, via telefono. È di un cliente che chiama per fare i complimenti perché non poteva non farlo, perché pur se ci conosce da anni l’abbiamo lasciato senza parole. Una presentazione che ha colto nel segno e che ha lasciato soddisfatti anche i più dubbiosi. Il secondo arriva via email da un cliente appena incontrato. Con qualche giorno di ritardo, al termine del secondo appuntamento, sente il bisogno di scriverci perché in 15 anni, dice, non aveva mai assistito ad una presentazione così accurata, professionale, mai pesante, ma chiara ed estesa. Erano presentazioni importanti, per aziende importanti, con interlocutori esperti. Oggi siamo contenti. Siamo contenti di essere riusciti a trasmettere la passione e l’attenzione che mettiamo nelle cose che facciamo. Siamo contenti di aver accolto l’invito quotidiano del nostro amministratore e di essere arrivati preparati e aggiornati. Siamo contenuti di aver riscontrato che la cura dei dettagli paga sempre.
Grazie ai clienti che ci ringraziano, grazie ai clienti che ci stimolano e ci spingono a traguardi più alti.

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Ieri sera e per sempre

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Con il primo pezzo dei Farias, sembrava di essere catapultati in Love Boat.
Capitan Stubing, Julie la direttrice e Isaac il barman. E vent’anni di meno.
Devo dire che il bell’auditorium dell’Unicef ci mette del suo, a farti sentire all’interno di una nave da crociera.
Ma il filmato da Haiti, in cui forti erano le immagini, irresistibili gli sguardi di chi soffre e coinvolgenti le parole di chi opera, ci ha portato a riva. Ci ha fatto proprio attraccare alla parte più intima di noi.
Siamo saliti sul palco e ho provato a dire qualcosa. Dovendo gestire l’emozione (anche di non aver mai fatto una crociera).
Ho detto qualcosa del genere. Tra un brivido e l’altro.
Chi ci conosce, chi conosce me in particolare, sa quanto un video del genere colpisca.
Chi ci conosce altrettanto bene, sa altrettanto bene che nessuno di noi soci operativi ha un pregresso di formazione accademica nel campo del management e dell’organizzazione aziendale, in particolare.
Per questo, procediamo con un’evoluzione del genere fai da te.
L’ultima tappa, è stata la lettura, durante le vacanze natalizie, dell’ultimo libro di Riccardo Ruggeri, Una storia operaia.
Ruggeri è un manager, azionista e imprenditore, anch’egli autodidatta.
Di grande successo, a livello nazionale e internazionale. E di grande generosità (non a caso, tutti i diritti d’autore dei suoi libri sono destinati a cause benefiche).
Era il periodo in cui ci occupavamo anche del lancio del film tratto dall’Eleganza del riccio ed era singolare, nelle parole dell’autore, (ri)avvertire l’eco di una portineria. Gli umori, i valori, gli incroci.
Detto ciò – su cui torneremo presto -, a pagina 58 leggo questo passo e, come spesso mi succede, lo segno con un’orecchietta al vertice del foglio.
“L’aver passato oltre quarant’anni nel mondo del management, e averne studiato a fondo i modelli organizzativi e le dinamiche, mi ha convinto che un’azienda per raggiungere, e mantenere, il successo deve avere un vertice in grado di soddisfare tre profili.
Primo, una vision visionaria e una mission chiara; secondo, capacità e velocità di exevution; terzo, intelligenza sociale”.
Sto nel mondo dell’management da molto meno di dieci, pertanto la necessità di misurarsi è sempre alta.
Applicando (parzialmente) l’analisi Ruggeri.
Vision visionaria, è quella che ci ha condotto qui, su questo palco, contenti, sereni, in tanti, a rivolgerci a clienti così importanti e prestigiosi. Un sogno che ancora vive, una realtà che ancora si consolida.
Intelligenza sociale (io aggiungo, relativa), è quella che ci conduce ad interessarci delle esigenze e necessità delle persone che lavorano con noi e anche generalmente dell’ambiente in cui operiamo. Intelligenza sociale (io aggiungo, assoluta), è quella che ci spinge ad occuparci di chi è lontano da noi, magari sconosciuto. E per cui sentiamo di poter e dover fare qualcosa. Almeno, condividere un po’ della nostra stabilità.
Donare a chi non ha più nulla un poco del tanto che abbiamo, è intelligenza. Tout court.
Ma poi, ho anche concluso. Che il concetto di Magnitudo presente nel nostro invito, altro non è che la trasposizione creativa dell’intelligenza sociale.
Magnitudo non solo nostra ma soprattutto di chi ci sceglie, sostiene, valorizza, dandoci la possibilità di fare scelte così belle ed emozionanti.
Dedicato a chi tra loro c’era e a chi non ha potuto esserci.
Magnitudo grazie 300x240 Ieri sera e per sempreEstrogeni   Alfredo Borrelli   CEO

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