Bolle resistenti
La scorsa settimana ha fatto il giro della rete la notizia che sia Facebook che Google hanno messo messo nel proprio mirino Twitter. Il servizio di microblogging, ormai sempre più alla ribalta anche grazie al suo utilizzo durante le rivolte in giro per il mondo, fa gola ai colossi del web. Questo ovviamente ha fatto crescere la sua valutazione – si parla di 8/10 miliardi di dollari, contro i 4 dello scorso anno – facendo venire a qualcuno il dubbio che ci troviamo in presenza di una nuova bolla speculativa per il web.
In un articolo su Repubblica Mauro Munafo’ cita il Wall Street Journal paragonando gli attuali investimenti nelle società tecnologiche all’entusiasmo degli anni ’90 che a portato poi, con il nuovo millennio, al crollo dell’indice Nasdaq e all’esplosione della prima bolla delle dot.com. A provocare dubbi è in particolare il rapporto fra la valutazione di queste società e l’effettiva portata dei ricavi, che spesso ammontano “solo” a pochi milioni di dollari rispetto alle stime miliardarie sul valore delle società. Per Twitter ad esempio si parla di 45 milioni di utili pubblicitari, con previsione di raddoppiarli a 100 entro la fine del 2011, ovvero un centesimo della valutazione nella migliore delle ipotesi.
Personalmente non sono d’accordo con l’approccio del Wall Street Journal. Credo infatti che il discorso debba per forza di cose andare oltre le valutazione prettamente finanziarie. Un primo spunto viene da uno studio dell’Università di Urbino che racconta come per gli italiani siano i social network l’applicazione primaria del web e che questa attività sia strettamente collegata alla ricerca di informazioni. Stiamo parlando di Italia, un paese dove il digital divide è ancora un rebus a cui bisogna trovare una soluzione valida. Figurarsi quindi l’importanza di questi strumenti in altri paesi più all’avanguardia del nostro. Credo che il peso dato dagli utenti a questi strumenti costituisca una garanzia non da poco contro la possibilità di un crollo dei social media. Ritenete probabile che da un mese all’altro una grande quantità degli iscritti a Twitter o Facebook possa decidere di cancellare il proprio account, o anche solo di non accedervi più? Probabilmente è per questo che proprio qualche giorno fa Max Levchin – il fondatore di PayPal – ha dichiarato che Facebook potrebbe presto diventare una delle aziende con il valore più alto al mondo.
Un altro elemento che aumenta il mio scetticismo è la funzione che potrei definire “politico-sociale” di Twitter. Il suo utilizzo come strumento di coordinamento interno e comunicazione esterna durante una manifestazione o una sommossa non porta al sito alcuna entrata pubblicitaria (almeno fin quando a qualcuno non verrà in mente di sponsorizzare una rivoluzione). Ma sarebbe possibile dare una valutazione economica di Twitter senza prendere in considerazione l’importanza di funzioni sociali di questa portata? A mio avviso no.
I social network sono alla base della rivoluzione del web 2.0 e chi deve stimarne il valore non può prescindere da queste considerazioni, farlo significherebbe paragonare Twitter ad una fabbrica di merendine…









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