Pulpitante
Pubblicato da Alfredo
Non so se definire questo intervento off-topic o meno.
Lo porto dentro da un paio di giorni e mi piace condividerlo.
Ho trascorso l’ultimo finesettimana giù, come diciamo noi, emigranti con l’elastico.
Giù, sta per Caserta e Napoli. Aversa e Portici, precisamente.
Ci sono tornato come sempre, con spirito costruttivo. Quindi, pensieri, parole, sguardi, smorfie all’insegna del disappunto. Verso la situazione di totale invivibilità in cui versano persone e luoghi. Storia e cose.
Anzi, più che invivibilità, non ho timore a definirla inciviltà.
A cui si aggiunge, la totale e completa mancanza di controllo del territorio (sembra un ritornello ma provate a leggerlo fin nel profondo dell’etimo…) se non da parte di chi il territorio lo immagina come casa propria. Cosa propria.
Ci sono tornato, questa volta, avendo in più negli occhi le immagini dell’omicidio alla Sanità e nelle orecchie il ronzio (spesso) autoreferenziale delle polemiche.
Detto ciò.
Mi trovavo sabato mattina, sulla cosiddetta Variante. Uno stradone immenso che collega i comuni a sud di Caserta con i quartieri a nord di Napoli. Per intenderci, da Teverola a Capodichino, passando per Aversa appunto, Melito, Giugliano, Grumo Nevano, Secondigliano. Avevo appuntamento con un falegname alle 11 e lui tardava. Così, decido di andare a prendere un caffè in un piccolo bar, all’ingresso di una traversa. I bar dalle nostre parti (giù…) sono, ormai, diventati dei luoghi di ritrovo di giocatori incalliti di poker e supernalotto. Come si dice? Winforlife, no?! Dalla mattina alla sera.
Entro, sono insieme a Daniela. Come ci vede, l’uomo che sta al banco alza lo sguardo. Sembra impreparato a vederci. Quasi imbarazzato. Starà pensando, come ci sono arrivati questi qui? Ci avviciniamo, salutiamo, chiediamo due caffè. Immediatamente, si presentano al banco altri due uomini. Felpa, giacca a vento e barba incolta. Sembra di guardarmi allo specchio (dovrei tagliarmela, sì). La tensione si scioglie, i tre fanno come a gara per preparare la macchina.
Sono gentili, cortesi, accoglienti. Zucchero bianco di qua, zucchero di canna di là. Il bicchiere d’acqua che, giù, non manca mai.
Allungo lo sguardo sul retro e noto una fila di computer. Penso che sarebbe il caso di controllare la posta, il pomeriggio prima avendo inviato una proposta ad un cliente. Mi avrà risposto? Chissà.
Chiedo ad uno dei tre se per caso il bar è anche internet point, mi dice sì. Prego, si accomodi. Non chiedono né documento né mi rilasciano una password. Vado e navigo. Nessun cliente mi ha scritto, do un occhio al blog e torno al banco. Vado per pagare, fanno un euro e quaranta. E internet, gli dico? Ma per carità, vuole pagare giusto tre minuti? Non si preoccupi, un euro e quaranta.
Paghiamo, salutiamo e andiamo. Una voce ci chiama. Lo scontrino! Ah, vero, dimenticavo.
Ancora grazie e arrivederci.
Da questa vicenda, traggo una considerazione. Che l’unica arma che possa davvero spaventare chi è solito (o chi noi pensiamo sia solito) ricorrere alle armi, quelle vere, è la buona educazione. Quella che ti dà il piacere di aprirti al prossimo, alla vita. Un buongiorno, spiazza davvero. Il grazie, li imbarazza. Scusi, sembra quasi una parola d’ordine.
La buona educazione (e non la falsità delle buone maniere). La dignità (e non la cieca fiducia in e di sé). Risorse che non si consumano, virtù che possiamo alimentare. A dispetto del rumore, anche di un’arma da fuoco che lascia a terra una persona.
Non è, infatti, il colpo secco di un revolver, quello di cui dobbiamo preoccuparci. Non è la morte fisica, quella che ci deve spaventare e far dibattere. È il silenzio di chi è rassegnato, la tabula rasa dei sentimenti, che devono tenerci vivi. Devono farci palpitare.
Perché, come dice Philip Roth in La macchia umana (lo sono andato a riprendere, pensando alla penosa vicenda Marrazzo…), “la sofferenza morale è ancora più insidiosa di un malanno fisico, perché non c’è iniezione di morfina, anestesia spinale o radicale intervento chirurgico capace di alleviarla. Una volta che sei nella sua morsa, è come se, per liberartene, le dovessi permetterti di ucciderti. Il suo crudo realismo non assomiglia a nessun’altra cosa”.
Noi che abbiamo fatto il Rettifilo (e via Marina, vero e proprio memoriale della cattiva comunicazione) guardando e osservando e spesso tacendo, per anni, sappiamo ciò di cui stiamo parlando (a proposito, questa bellissima canzone di Sergio Bruni, in cui c’è tutta questa atmosfera).
Ed è proprio questa esperienza profondamente umana, che trasferiamo ogni giorno nel nostro modo di fare e proporre comunicazione. Mai urlare, mai tette e (para)culi, mai scorciatoie, mai gridare in faccia al pubblico il logo del tuo cliente, un po’ più grande, ecco, così!
Educarsi, educando. Spiazzare. Sempre.
Ci torneremo.
2 Commenti »
Puoi lasciare una risposta, oppure fare un trackback dal tuo sito.






Pubblicato il 17 12 2009 alle 2:32 pm
[...] non sarebbe neanche il caso di dedicare un post. E in un blog così, per altro. Ma siamo ad Aversa, ricordate? Dalle parti della variante. Dove la normalità è eccezionale e va comunicata. Dove la rivoluzione [...]
Pubblicato il 17 01 2010 alle 12:29 pm
[...] che cerca barca, incolta, disagio e trova noi. http://blog.estrogeni.net/riflessioni/pulpitante/ [...]