Parliamone
Mettiamola così. Questo post potrebbe essere un outing e in parte, lo è.
Se lo pubblico è perché mi auguro che si trasformi in una riflessione e in una discussione a più voci.
Cara Gianna (ma anche cara Heather, cara Antonella…), quando ho letto della tua maternità e poi della nascita di Penelope sono stata contenta.
Sono stata contenta come ogni donna che sa di una gravidanza.
Sono stata contenta per te e per tutte le donne che, oggi, grazie alla ricerca, possono realizzare un sogno.
Poche ore dopo, però, seduta sul bordo della vasca da bagno, mentre combattevo contro l’innata idiosincrasia con l’ago e con dolore mi iniettavo l’ennesima scarica di ormoni – una delle tante sottocutanee sulla pancia -, non ho potuto fare a meno di pensare che, forse, non la vogliamo una maternità cosi.
Una maternità frutto della provetta, figlia di mesi, giorni, sere in cui il tuo appuntamento fisso è con un’iniezione, un tempo scandito da monitoraggi, ecografie, prelievi, acido folico, farmaci in frigo.
Mesi in cui il ciclo detta i tuoi tempi. Una maternità a distanza come quella che c’è tra te e il tuo partner mentre la procreazione avviene, altrove, tra le provette.
Cara Gianna, raccontaci tutto. Anzi, no, non ci raccontare quello che sappiamo o immaginiamo, raccontaci il resto, raccontaci l’altra parte della storia. Ma davvero. Raccontaci gli insuccessi, condividi le ansie, entra nei dettagli e facci vedere quello che c’è dietro. Quante iniezioni sulla pancia hai fatto? Quanti prelievi, tamponi, ecografie? Quante volte i tuoi tentativi sono falliti? Qual è stato l’impatto di ogni scarica di ormoni? Quante volte ti sei sentita stanca, affaticata, abbattuta? Quanto hai rischiato? Quanto ci hai creduto? Quale prezzo hai pagato?
Ma neanche questo mi basta, mi dico, mentre completo l’iniezione e mi preparo alla successiva.
Diciamo che sarebbe un primo passo, che se lo faccio io, sollevo un panno; se lo fai tu, si alza un tendone. Sarebbe un primo passo. Sarebbe un inizio di una presa di coscienza. Sarebbe, lo spero, l’avvio di una riflessione collettiva, femminile in primis, alla scoperta di quello che sembra ma non è.
Invece, ti provoco ancora e rilancio, perché sto imparando che l’esigenza primaria è trasformare le proprie esperienze in qualcosa di utile per altri. Perché, come diceva qualcuno, non accada ad altri quello che è successo a me.
La butto lì.
Cara Gianna, ma se provassimo a raccontarla da un altro punto di vista? Se una donna come te, un’icona che ci ha insegnato a fregarsene delle regole e delle convenzioni, si facesse portavoce di un punto di vista diverso, innovativo, fuori dal coro? Un punto di vista vero. Un outing collettivo. Un outing come solo tu puoi e sai fare.
Se provassimo per assurdo a sfidare il maschilismo e a dire l’indicibile?
Donne, fate un figlio all’età giusta. Fate un figlio con un amore bello e impossibile. Donne di domani, fate un figlio oggi, a 20 anni. Fate un figlio quando le percentuali di successo sono altissime. Donne, non credete a quello che vi dicono gli uomini, i medici, i cronisti. Non ci sarà sempre tempo, a 40 anni non sarà come a 20. Donne, fate i figli oggi.
Già, starete pensando, e come la mettiamo con il resto? Come la mettiamo con un mondo, quello italiano in primis, che non riconosce il ruolo della maternità?
E la Chiesa? Il suo ruolo qual è? Quale alternativa valida ha messo in campo mentre era in atto il referendum sulla legge 40? Ministro Carfagna, lei dov’è? Si schiera con noi? Promuoviamo una campagna di sensibilizzazione e informazione? Partiamo con una riflessione sulla pari opportunità che non sempre è una vera opportunità per le donne?
Concludo e lascio la palla.
Ogni siringa che faccio, grida vendetta per chi il figlio vorrebbe farlo a 20 anni ma non può, perché non saprebbe come conciliare lo studio, il lavoro, la carriera.
Ogni buco sulla mia pancia, è frutto di un fallimento collettivo.
Ogni varicocele scoperto tardivamente, è il fallimento di una cultura che non educa alla prevenzione.
Ogni buco sulla mia pancia, è lo specchio di una politica che punta al ringiovanimento di una delle nazioni più vecchie d’Europa. Ma scaccia gli immigrati. E invita le donne alla maternità tardiva.
Ogni buco sulla mia pancia, è un tornare indietro e ristabilire sempre e per sempre il ruolo di subordinazione delle donne, spinte ad adattarsi ai tempi di una società maschile in cui la carriera detta i tempi del resto.
Ogni buco sulla mia pancia, stride con le dichiarazioni di Giovanardi, che lancia sentenze sui bassissimi tassi di natalità ma ripudia l’utilizzo della tecnologia.
Ogni buco sulla mia pancia, emette un suono che si trasforma in un invito: parlatene.
Parlatene e scoprirete storie nascoste. Raccoglierete confidenze e paure. Aprirete, come ci è capitato, un fiume di parole che non attendeva altro. Parlatene. Sempre, comunque e dovunque. Parliamone perché la realtà – che si sappia in giro – non è fatta solo di gravidanze facili, veloci, immediate. Ma è, a volte, un cammino. Lungo, arduo, solitario, costellato di ignoranza e scarsa informazione.
Parliamone.
p.s. La mia gravidanza assistita si è interrotta alla nona settimana, per un ovulo ceco. La tecnica ha funzionato, la natura ha selezionato.







Profondo. Commovente. Grazie per aver condiviso un’esperienza forte che mi fa riflettere tanto.
E’ vero: di maternità si finisce sempre per parlare con tanti stereotipi in testa, perché è riamasto uno dei pochi miti esistenziali e quasi salvifici della nostra epoca. Una appello sociale implacabile per tutte le donne, giovani e mature in carriera e non, sposate e non. E di fronte a questo quasi ci si vergogna di dire ciò che si pensa davvero, e che hai espresso con tanto coraggio.Che i figli vanno fatti al momento giusto.Lo penso anch’io come te.Insieme ad altro e cioé che è una donna è donna, sempre anche se non è madre. Che una donna può non avere alcun desiderio di avere un figlio.
E che in questa società di legami deboli e precari, ci sono modi infiniti di esercitare la propria maternità e capacità di accoglienza e sostegno.
Nel tuo caso la vita senz’altro ti darà l’occasione di esercitarla senza bisogno di aghi e buchi in pancia, ne sono sicura.
Grazie di avercene fatto parlare.
Sicuramente non è facile parlare di certe esperienze. Nel farlo, hai dimostrato coraggio e determinazione. E per questo ti ammiro. Vorrei che non solo la Nannini leggesse questo post ma che lo facessero tutte le donne e gli uomini italiani. Che da qui possa partire una riflessione allargata e partecipata.
Trovo il tuo post profondamente giusto, perché restituisce importanza a quel motto “il personale è politico” (ormai tragicamente ribaltato ne “il politico è personale”, ma questa è un’altra storia..). Le parole di quello “slogan” hanno perso la forza e il coraggio con cui erano nate e il tema della gravidanza ne è un esempio: ognuna impegnata ad evitarla, per non perdere il lavoro, perché il lavoro è precario o perché proprio non c’è, per assecondare il proprio compagno e le sue aspettative, ognuna a rincorrere un figlio, perché lo desidera o perché altri lo desiderano per lei, ognuna a combattere con un figlio che non arriva, ognuna però sola, di nuovo isolata nel privato delle sue quattro pareti di casa. Il personale è politico e il tuo post è un bellissimo invito non solo a non dimenticarlo, ma anche a riattualizzarlo.
Dopo aver letto questo post non so fare altro che ringraziarti.
Grazie per aver condiviso qualcosa di così intimo e personale.
Grazie per aver dato voce ad uno dei problemi più seri della nostra Italia.
Grazie per averci dato la possibilità di parlarne.
Purtroppo, come dici tu, in Italia la maternità è diventata un problema da gestire per le donne (e anche per gli uomini che le affiancano in questo percorso), piuttosto che una ricchezza da tutelare da parte delle istituzioni.
E questo è un male. Un grosso male.
Un abbraccio,
Davide (papà in attesa da 12 settimane e 6 giorni)