Padroni a casa degli altri
Prima di cominciare, un disclaimer: questo post rispecchia solo un’opinione personale di chi lo scrive, e non vuole avere nessuna valenza di interpretazione “legale” dei fatti. Detto questo, possiamo iniziare.
Lo spunto per questo post nasce dalla disavventura che ha colpito nei giorni scorsi Riccarco Mares, noto in rete come Merlinox, ovvero la chiusura del suo account Google. Si tratta indubbiamente di un inconveniente non da poco, specialmente per chi sul web e con gli strumenti di Google ci lavora. Mi rendo perfettamente conto dei disagi che una situazione del genere può provocare, così come di quelli che può provocare la chiusura di un account Facebook utilizzato per lavoro (qui ne sappiamo qualcosa…).
Della vicenda ne ha parlato anche l’amico Rudy Bandiera sul suo blog, citando Franco Travertino e giungendo alla conclusione che in rete accettiamo condizioni che non accetteremmo mai offline. La chiave della vicenda di Merlinox – che prendo come spunto per parlare di tante situazioni come queste che si verificano praticamente ogni giorno – sta proprio nella conclusione di Travertino e Rudy: quando apriamo un account Google, Facebook o di praticamente qualsiasi altro servizio web noi accettiamo delle condizioni. Ciò vuol dire che diamo la spuntina alla famigerata casella del “Si, ho letto e accetto le condizioni d’uso”. Accettiamo quindi anche, fra le altre cose, che ci venga disattivato l’account in qualunque momento e per qualsiasi motivo, senza preavviso e senza che ci sia bisogno di una giustificazione. Da quel momento in poi, io credo che non possiamo più lamentarci finché il gestore del servizio agisce nei termini del contratto. Anche se quel contratto non ci piace, non lo riteniamo giusto e noi l’avremmo scritto diversamente.
Altrimenti è come se entrassimo in casa di una persona che ci invita solo a determinate condizioni da lui stabilite, ma una volta che queste condizioni si verificano ce ne stupiamo e anzi ci lamentiamo di ciò che noi stessi abbiamo accettato. Quando effettuiamo l’accesso ai nostri account Google, Facebook ecc. entriamo in delle “case” gestite da queste aziende, e abbiamo deciso volontariamente di entrarci accettando le loro regole. Finché non giocano sporco, agendo al di fuori delle condizioni di iscrizione, non c’è nulla che si possa fare per impedire loro di utilizzare i dati come ci hanno preannunciato che avrebbero fatto nel contratto.
Questo fermo restando che affrontare un problema del genere può avere risvolti molto seri e spiacevoli. Che forse, dato che strumenti come Google e Facebook sono ormai da tempo entrati in una fase matura in cui vengono utilizzati per il business, sarebbe il caso di rivedere i termini del servizio per ridurre il rischio di tali disagi. Che a Riccardo va la mia solidarietà e l’augurio che possa risolvere presto il suo problema e riappropriarsi del suo account e dei suoi dati.
Quello che voglio dire, con questo post, è che chi parla tanto di cloud computing e del fatto che oggi non servono più gli hard disk perché può essere “tutto online” dovrebbe capire che chi ancora preferisce tenere almeno una copia delle sue mail, foto, documenti ecc. nel suo pc forse non lo fa solo per amore del vintage. Forse non è ancora arrivato il tempo di fidarci ciecamente di questi servizi, affidando loro tutta la nostra “vita digitale”.Finché continueremo a lavorare e passare il nostro tempo libero in casa di altri, dovremo accettare le regole del gioco che loro stabiliranno per noi. Avendone la consapevolezza, impareremo ad utilizzare meglio gli strumenti e ridurre al minimo gli inconvenienti.







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