La retorica del web
By Alfredo
Published 27th March, 2010
Oggi, a valle dell’effluvio di parole spese a proposito di Raiperunanotte (stavo per chiamare la Protezione Civile, quella vera…) mi sembra la giornata giusta per tornare su una cosa che ho scritto pochi giorni fa.
Poiché, lo riconosco, anch’io faccio spesso ricorso (consapevolmente o meno) a leve retoriche, mi capita talvolta di scrivere qualcosa di cui non sono pienamente cosciente.
Lo trovo interessante, dà l’idea di una vita in diretta. Senza possibilità di rivedersi e scegliere l’inquadratura migliore. Da usare con moderazione, però.
A voi, non capita mai di scrivere perché viene bene, suona bene, significa bene?
Nella settimana in cui è scomparso Emanuele Pirella, uno dei più grandi maestri di scrittura creativa, lo ritengo un quesito (non retorico) interessante.
Per quanto mi riguarda, è il caso (appunto) di Non mi sento web, quando prevale la retorica del web. Da martedì, penso a questa frase. E penso a come poterla razionalmente condividere. Avvertendo che ha, sì, un senso in sé. Avvertendo ugualmente che deve avere un senso anche fuori di sé.
Mi capita dunque tra le mani una copia della Repubblica di lunedì. Lorenzo l’acquista per leggere Affari e finanza, io gliela sfilo per non perdere il commento di Gianni Mura alla giornata di campionato.
Questa settimana, a pagina 34 e 35 di R2 Cultura, c’è un’intervista di Roberto Festa a Giampaolo Fabris, in occasione dell’uscita in libreria del suo ultimo saggio, La società post-crescita. Tra le cose (sempre) interessanti a proposito di consumo etico, sprechi, responsabilità, mi ha colpito questo scambio di battute.
Alla domanda Quanto è stata importante la Rete nell’emergere di questa nuova figura di consumatore, Fabris risponde (tra l’altro) così “Non è stata importante. È stata fondamentale. La Rete esplode di blog, commenti, dibattiti sui consumi. La Rete rilancia richieste e diritti dei consumatori”.
E fin qui, siamo tutti d’accordo. Direi di più. Fieramente, ci sentiamo anche chiamati in causa. Se non fosse che, non solo con il pensiero, torno indietro. Pagina 33 (recensione di Odifreddi sul nuovo libro di Bucchi, titolone che recita, neanche a farlo apposta, Elogio della scienza, quel che i media non riescono a dire), pagine 32, pagina 31 e così via, fino a pagina 21.
Sezione Attualità. Titolo. Censimento via Web il test va a vuoto l’Italia non è online.
Vera Schiavazzi racconta del tentativo dell’Istat di trovare modi alternativi e meno dispendioso (si stima un risparmio di 177 milioni di euro, nel caso le risposte arrivassero online) di ricevere informazioni dalle famiglie, in vista del nuovo censimento. Ad un campione di 72.000 famiglie, spalmato su 31 città, è stato distribuito il tradizionale questionario. Il 40,8% ha risposto per posta con busta preaffrancata; il 37,5% l’ha restituito al rilevatore (metodo tradizionale, dunque); il 12,6% l’ha consegnato ad uffici creati appositamente presso i Comuni; il 9,1% ha risposto via internet.
Se metto insieme il pensiero di Fabris (che è anche il mio, preciso) e la realtà dell’Istat, mi appare finalmente (…) chiaro – oltre a una valutazione complessivamente negativa su quello che possiamo definire social divide, rispetto al resto dei Paesi a noi vicini (e qui, entrano in gioco essenzialmente strategie e volontà politiche, al di fuori della nostra portata) – il senso di ciò che ho definito come retorica del web.
Secondo me, la strada da fare (perché tutti possiamo sentirci web, dalla mattina alla sera) è ancora tanta. Occorre impegno, sì; occorrono risorse, anche; occorre, però, non perdere assolutamente contatto con il reale.
Solo così, credo, sarà possibile trasferire l’idea del web come mezzo/strumento (utile, economico, agile) e non come semplice piattaforma/spazio.
Perciò, l’altra sera, vedendo Raiperunanotte, davanti alla tv non mi sono sentito per nulla web.
Ma questo è tautologia. Questo è retorica. Questo è un altro post.
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