La comunione spirituale delle comunicazione
La pausa pranzo è sempre fonte di ispirazione. Nel parlare delle comprensione testuale di un infante, mi è saltata alla mente la grammatica generativa di Chomsky e ho iniziato a visualizzare il diagramma ad albero, ma non testuale con sintagmi nominali, verbali e sostantivi, ma per immagini. Ho pensato come possa comprendere un concetto un bambino, come lo possa fare attraverso le immagine ed è venuta fuori una cosa incomunicabile. Un viaggio mentale, un processo generativo, ma incomunicabile. Fermo la mia immaginazione e torno a lavoro, virtuale. Ed è proprio lì, nel contesto dematerializzato, che salta fuori un vecchio film. Waking life (risvegliare la vita), un film onirico in cui “l’esser sani di mente non è che pazzia tesa al buon uso; la vita da svegli è un sogno sotto controllo”. Un sogno lucido in cui si discute di tutto e si riflette sul senso della vita. Uno dei personaggi si sofferma, in poco più di un minuto, a considerare il senso della comunicazione, di come un individuo si spinga all’uso di simboli morti, inermi, insignificanti per uscire da quell’isolamento dovuto all’incomunicabilità. Questo necrofilo uso dei simboli, deriva dalla paura di fermarsi all’albero d’immagini. La comunicazione, che riusciamo a stabilire con gli altri ci permette di superare la staticità in cui siamo immersi e muoverci verso l’altro, verso l’ignoto, verso le esperienza che modellano il nostro essere. La comunicazione è una sorta di comunione spirituale, una religione, per cui e grazie alla quale noi viviamo.
La comunicazione è il primo e indiscutibile atto di creatività umana.








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