Incroci napoletani
Giancarlo Siani è stato ammazzato quando iniziavo l’ultimo anno di liceo. La maturità.
Il fratello Paolo dirige oggi il reparto di pediatria all’ospedale Cardarelli di Napoli. Mio padre ha lavorato per un decina d’anni nello stesso reparto, a cavallo tra i ’60 e i ’70.
Uno dei migliori amici di Paolo Siani è Tonino Palmese, salesiano, referente campano di Libera.
Tonino Palmese è nato nel quartiere Ponticelli, dove io ho trascorso l’infanzia. Mio padre è il pediatra che ha cresciuto Tonino Palmese.
Tonino Palmese – tra le altre, tante cose che fa – oggi frequenta e anima l’oratorio giovanile di Portici. A Portici, ci sono arrivato per trascorrerci l’adolescenza, dopo Ponticelli.
Giancarlo Siani è stato ammazzato sotto casa, a dieci metri da dove vent’anni dopo andava a vivere un mio caro amico nonché compagno di liceo. E di maturità.
Ho deciso di scrivere questo post, dopo non aver saputo ben argomentare la risposta all’ennesima e ingenua domanda di ragazzi e studenti a cui ho consigliato la visione di Fortapàsc. Bel film di Marco Risi, sceneggiato con la collaborazione (anche) di Tonino Palmese.
La domanda è: perché è stato ammazzato Giancarlo Siani?
Si potrebbe essere indiziari e allora sceverare tra mandanti, articoli, politica e giudici. Ma non è il mio lavoro né il senso del mio interesse.
Si potrebbe restare un po’ più in superficie (dove la visuale è anche più luminosa) e allora incrociare nella libreria di casa Solo per giustizia, il libro scritto da Raffaele Cantone. Magistrato tra i più impegnati nella lotta alla delinquenza organizzata e non della provincia casertana, oggi magistrato presso la Corte di Cassazione.
Altro intreccio. Solo per giustizia (e solo per inciso, da copywriter) avrebbe potuto essere la tagline del film. Immaginate… Fortapàsc. Solo per giustizia.
Un libro interessante e intelligente, non solo come diario d’attività di un inquirente impegnato in prima linea su un territorio infernale. Bello anche dal punto di vista marketing, se m’è consentito. Nel senso che Cantone assume come proprio punto di forza (in un’ipotetica analisi swot) ciò che i suoi nemici pubblici (intesi come personaggi pubblici) gli addebitano maggiormente: il presenzialismo. Lui dice, sì, è vero, sono e mi posiziono come un presenzialista. E dunque?!…
Immaginiamo ancora. Come sarebbe bello il mondo se ognuno avesse la forza e la rettitudine in sé e di sé per poter dire, a chiunque, e dunque?!…
Ma torniamo alla domanda. Secca, diretta, chirurgica, merita una risposta esaustiva. Anche se solo apparentemente divagante.
E la trovo bella pronta a pagina 169 del libro.
Trascrivo: “Federico Del Prete non era stato condannato a morte per una singola specifica attività. Federico del Prete era stato ucciso perché con le sue denunce creava problemi ad alcune strutture comunali che gestivano i mercati e sulle quali il clan aveva messo le mani, oltre a trarne economicamente profitto. Era, in pratica, tutto il suo modo di essere e di agire incontenibile e vulcanico ad aver dato fastidio, un fastidio che il clan decise di eliminare con i suoi soliti sistemi sanguinari”.
Adesso, vi chiederete: chi era Federico Del Prete?
Ecco, l’incrocio napoletano è evocativo per questo. I clacson strombazzano, la gente passa con il rosso, un pallone attraversa la strada e tu ti fai sempre più domande. Comunicando con la memoria, rinverdendo il futuro.








“Un giornalista è la vedetta sul ponte della nave dello Stato. Egli nota i bastimenti di passaggio, le piccole cose che punteggiano l’orizzonte. Egli segnala il naufrago alle navi che possono salvarlo, scruta nella nebbia e nella tempesta per avvertire i pericoli in arrivo. Egli non pensa al suo salario o al profitto dei suoi padroni. Egli è lì per procurare la sicurezza e il benessere alla gente che crede in lui”.
Ho visto Fortàpasc, ho visto Good night and Good luck, ho visto Veronica Guerin.
Io ci credo ancora al potere della scrittura.