Ho fame. Tu non hai fame?
By Vittorio
Published 4th November, 2009
Scrivo questo post dopo pranzo così per non far torto a nessuno. Ma tanto non parlerò di nessuna ricetta né del buonissimo kebab che ho mangiato ieri sera.
Volevo scrivere di un bellissimo articolo che ho letto ieri pomeriggio. Letto su Nova, l’inserto del giovedì de ilSole24ore, scritto da Roberto Verganti, docente di Project Science al Politecnico di Milano. Il titolo, molto indicativo, è “Il Cliente Non Ha Sempre Ragione”.
Senza tirarla per le lunghe, quello che dice è questo: oggi tutti sono convinti che l’innovazione della comunicazione debba essere user-genereted. Ovvero, “prendere una macchina fotografica e immortalare i clienti mentre usano i prodotti, alla ricerca di spazi di miglioramento“. Sbagliato! Secondo quanto afferma Harald Grundl, designer dello studio Eoos, citato dal prof. Verganti nell’articolo.
Perché non è possibile innovare soltando osservando i consumatori nel momento di quotidiano e standardizzato utilizzo del bene. La Wii non avrebbe inventato il Wiiremote, avviando il mercato delle console verso una integrazione gioco/utente sempre più profonda, se avesse osservato i videogiocatori mentre giocano alle solite console con gamepad.
Quindi l’innovazione non è osservare l’utente al fine di creare un prodotto in grado di assecondare le sue necessità, ma immaginare nuove necessità. Pensare, ad esempio, a quale videogioco giocherà un videogamer da qui a 5 anni, lavorando per ottenere l’approssimazione migliore di quella visione. Il consiglio che Grundl dà alle aziende è di inseguire i cosiddetti “interpreti“. Ricercatori, fornitori di tecnologia, artisti, designer, scrittori, persone che sono outside of the network, ovvero “guardano dove nessuno ancora sta guardando” e che devono essere individuati e opzionati prima che lo facciano altre aziende. Il difficile è capire che test di mercato, focus group, statistiche, brainstorming, sono tutti strumenti utili solo quando si lavora su qualcosa che c’è già. Ma il sale dell’economia, il sapore insito nella parola business, lo si sente molto prima, in quell’idea che ancora non è venuta a nessuno. Citando (non alla lettera) Tom Cruise dal film Cocktail, “Mentre noi parliamo, c’è qualcuno che sta facendo soldi vendendo ombrellini da cocktail…”.
Ma come vengono queste idee? – “…Steve Jobs non guarda in uno specchio magico. Ma semplicemente nello specchio della sua cultura personale.” Per tanto, “la cultura personale è un bene enorme.“
Questa è la chiave di volta di tutto il discorso. La cultura è quel caos di esperienze, parole, sentimenti e sogni che è alla base di tutte le idee. Senza di essa, siamo come revolver senza pallottole. L’unico modo che io conosca per far crescere la cultura è la curiosità. Intendo per curiosità quel vuoto allo stomaco che mi si apre quando sento parlare di qualcosa che non conosco. Capace di guidarmi fino alla credenza di internet per attingere qualcosa dai suoi innumerevoli scaffali (a proposito, grazie Alessia F per la buonissima caramella al limone). E noi giovani di oggi, siamo molto fortunati, perché grazie alle varie device mobili esistenti abbiamo la possibilità di soddisfare ogni minima curiosità quasi in real-time. Il rischio è diventare phone dipendenti. Un giorno forse si battezzeranno bambini con i nomi iFranco, o iNdrea. Ma forse tutti avranno la possibilità di espandere in modo esponenziale il loro mondo interiore.

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