Fedeltà
Pubblicato da Chiara
Ieri sera arrivo puntuale al mio appuntamento cinematografico. Cinema King, faccio la fila, compro il biglietto e, ad accompagnare i pochi spiccioli di resto, un coupon. Lo guardo incuriosita, mi chiedono una manciata di dati personali in cambio di una fidelity card.
Inizio a compilare i campi nome, cognome, mail, cellulare (oramai sempre più simile a un numero verde, ahimè), interessi; consegno il modulo alla cassa e ricevo il mio gadget.
Il faccione di Almodovar si staglia sulla mia Circuito Cinema Card. Guardo nel portafoglio e mi viene da sorridere. Non ho alcuna carta di credito, solo un bancomat e una sfilza di carte fedeltà: tre librerie, il videonoleggio, il supermercato, lo store tecnologico, l’abbigliamento, i trasporti, i dischi, profumeria.
Per ognuna di loro qualcuno mi ha venduto la sensazione di essere speciale, di avere qualcosa che altri non hanno, mi hanno venduto un privilegio.
Accumulo punti, ricevo sconti, inviti. Io e migliaia di persone come me che anelano al biscottino dopo aver riportato il bastone. Sì, perché è appunto di fidelizzazione che si parla. Fedeltà in cambio di scintillanti carte con il nostro nome inciso, da esibire al momento opportuno.
La mia riflessione dura il tempo dei trailer prima del film, si spengono le luci e inizia Tra le nuvole. Passa qualche minuto e Clooney sfoggia tutte le sue card Honour Member, rido.
Ryan Bingham definisce fintimo il rapporto tra noi e i nostri fornitori di prodotti/servizi. Le card, platino, oro, argento che siano, ci legano a loro con un vincolo che è tra l’intimo (quel care tanto caro al marketing) e il finto (i profitti che si traggono). Come dargli torto?
2 Commenti »
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Pubblicato il 18 02 2010 alle 2:05 pm
La vera fidelizzazione sarebbe permettere al cliente di interagire con il brand.
Pubblicato il 18 02 2010 alle 6:19 pm
Bello. E, ahimè, profondamente vero.