Calder ovvero dello sleeper effect
By Alfredo
Published 15th February, 2010
Mio padre guidava una 126 bianca, quand’io dallo stretto finestrino posteriore riuscivo appena a scorgermi. E in movimento o da fermo, contavo le altre auto passare o incrociarci. Il mio gioco di allora, era classificarle secondo le marche. Una volta Peugeot (il leone), un’altra Mercedes (la stellina), un’altra ancora l’Alfa Romeo (il biscione). Avevo una lista mentale e un campione che doveva sempre vincere. E quindi, baravo. Come talvolta, anche da grande, avrei continuato a fare.
Ma questa è una storia a sé.
Capitavamo spesso dalle parti di via Luigi Volpicella, un’enorme e lunga strada che dal quartiere di Ponticelli porta direttamente a piazza Garibaldi. Attraverso incroci, cisterne di raffinerie e addirittura un abbeveratoio. Dicono che lì, si fermassero a sostare i cavalli in transito. Ma io non ne ho mai visto uno.
A via Volpicella, c’era una figura che è diventata un tòpos nella mia vita.
Un tipo basso, elettrico, mani piccole e solide, callose. Ciccillo, che voleva essere uno dei diminutivi di Francesco. Ciccillo lo leggi e ciccillo lo vedi.
Era uno dei primi clienti di mio padre, quando mio padre faceva il medico della mutua.
I nipoti di Ciccillo, girano ancora per casa di mio padre. Ora che è in pensione, mio padre. E Ciccillo ci manca già da trent’anni.
Ciccillo viveva in una casa di un piano, subito dopo una pompa di benzina. Una delle poche case non dell’Inacasa. Un portone di ferro (…) sempre aperto, spalancato. Una finestra a destra, che dava sulla cucina. Dove trovavo Ciccillo appisolato nel primo pomeriggio. Un piccolo corridoio coperto e poi un antro e infine l’aria e la luce e il respiro di un cortile quadrato. Bulloni, viti, lamiere, morse, incudini. Ferro. Quello era il regno di Ciccillo. Arrugginito, brillante, opaco, amorfo. Un caos di ferro, che se fosse giunta una calamita dall’alto come l’ape con il nettare, se lo sarebbe portato via per intero. E lasciato il solo Ciccillo a piangere, immagino nell’antro.
Ho pensato a Ciccillo ieri pomeriggio, all’uscita della mostra di Calder. Se Calder si fosse spinto più a sud della Francia, forse si sarebbero incontrati e Ciccillo sarebbe stato uno dei suoi più fedeli operai. Di quelli inquadrati nelle belle foto di Mulas, esposte al primo piano del Palazzo delle Esposizioni.
Ho pensato a Ciccillo, immaginando Calder come il gigante bambino definito da Carandente. Ho pensato a Ciccillo, perché gli oggetti di Calder era come se mi cullassero. Io bambino, in balìa dei loro movimenti. Ho pensato a Ciccillo perché Calder, di una fotografia in cui è ritratto mentre dorme, dice che è quello l’attimo in cui pensa. Ho pensato a Ciccillo perché Calder, dei propri mobiles, affermava che erano, nell’apparente inutilità e assenza di significato, l’espressione della bellezza. La sua bellezza. Ho pensato a Ciccillo perché Calder mi ha fatto venire in mente il viaggio verso sud di padre e figlio in La strada di McCarthy. Dove l’aria che spira, è il loro unico elemento vivo di compagnia (così come è l’aria, con la sua forza, il suo sospiro, il suo alito, a dare movimento e senso completo alle opere di Calder). Dove, a un certo punto (e sembra di tornare a venerdì scorso, tra noi): Nevica, disse il bambino. Guardò il cielo. Un unico fiocco grigio che planava leggero. Lo prese in mano e lo guardò disfarsi come se fosse l’ultima ostia della cristianità (una delle più intense opere di Calder presenti era proprio La tempesta di neve).
Ho pensato a Ciccillo perché anche lui correva verso un suo sud. Fatto di calore, entusiasmo, libertà, aria. Ho pensato a Ciccillo perché non sapeva cosa fosse lo sleeper effect ma il ferro invece sì. Tenace, resistente, silente.
Un fiocco di neve di ferro, tra leoni, stelline e biscioni.
Ecco chi è stato Ciccillo, il miglior mancato operaio di Calder.
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