Caldeirada per José
Dovevano essere quaranta, i gradi all’ombra della Opel che avevamo affittato nell’estate del 2002.
Da Santiago de Compostela a scendere verso l’Algarve, tra la costa e qualche rientro in città, io e Giuseppe eravamo alla scoperta del Portogallo. Ci saremmo, poi, tornati in seguito, per un altro po’ di volte.
Ricordo come fosse ora, la strada che scende verso il mare a Nazarè. Un tornante tira l’altro, l’oceano che appare e poi scompare dietro il tetto scomposto di qualche casa.
A metà circa, dove lo sguardo dà sul mare, ci fermiamo in un piccolo ristorante.
Di lì a poco, la scoperta della più buona zuppa di pesce che abbia mai mangiato a qualsiasi latitudine. Entra in scena la cuoca di mezz’età, porta in mano una di quelle pentole che le nonne utilizzavano per bollire l’acqua della pasta nei giorni di festa e di ressa. Alluminio chiaro, manici di plastica bruciacchiati, bordo fumante. La poggia sul tavolino, proprio accanto a una bottiglia di vino bianco ghiacciato e al cestino del pane. Signori, ecco la Caldeirada.
Con il mestolo, iniziamo a tirare su pezzi piccoli e grandi. Ogni volta, qualcosa di diverso e di buono. Una sorta di cuccagna marina. Senza fondo, se non il limite della nostra capienza.
Voglio dedicare questo ricordo a José Saramago. I suoi libri, le sue parole in generale, hanno rappresentato per me, per la mia esperienza di uomo, il senso della Caldeirada. In ogni momento, in ogni sua pagina, in ogni suo intervento, sapevo di poter tirare fuori un riferimento, un conforto, uno stimolo a stare con la schiena sempre dritta.
A Saramago, devo la consapevolezza che ognuno di noi fa politica per come vive e in tutto ciò che fa. A Saramago, devo la certezza che essere imprenditore significa occuparsi degli altri e preoccuparsi per gli altri. A Saramago, devo la percezione che c’è sempre un significato alto dietro ogni altro significante.
All’impegno di Saramago, mi rifaccio quando capita la fortuna di lavorare su temi attuali e impegnativi. Alla forza di Saramago, ho pensato anche uno di questi giorni di vacanza, vedendo l’Aiace di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa. All’avventura di quest’uomo disperato ma dignitoso, eroico ma impotente dinanzi allo scorno prodotto dall’inganno della debolezza. All’attualità perenne di Saramago, penso rileggendo il dialogo conclusivo tra il medico e la moglie, protagonisti di Cecità. “Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.
È la seconda volta, in pochi mesi, che il ritorno da una breve vacanza coincide con la scomparsa di un punto di riferimento.
Me ne resta uno, va incontro agli ottant’anni, spero abbia la pazienza di attendere il venticinque di agosto…








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