Aperti per ferie. Il ritorno
Come promesso siamo stati aperti per ferie. Cosa porto a casa di questi giorni in giro per l’Europa? Di questi giorni di riposo? Tante cose. Una rinata passione per la scrittura e la lettura, un senso di armonia speciale che ritrovo solo in viaggio, un gusto per le piccole cose. Un desiderio di partire di nuovo (partire fa sempre venir voglia di farlo ancora), una rilassatezza, una consapevolezza da tempo desiderati. Tanti luoghi visti, gente incontrata, una dimensione temporale allargata. Due taccuini, uno per i viaggi e l’altro per una vicenda personale che ancora custodisce il mio cuore. Un libro bello letto, uno triste finito a fatica. Una dichiarazione d’amore di una madre ai suoi figli e una dichiarazione d’amore di un figlio verso il padre. Il tema comune è la custodia della memoria, la stessa memoria che ieri mi faceva sentire vicina ad una donna nigeriana – da anni a Los Angeles – che mi raccontava quanto le mancassero le cose antiche. E ci trovavamo vicine nel sentire l’old, il vecchio, come testimonianza di ciò che c’era e ci sarà, memoria fatta in pietra, tradizione che, appunto, tramanda, collega, unisce passato e futuro. Ho letto un libro sulla memoria, sul valore di conservarla, sul valore di un eroe borghese come Giorgio Ambrosoli. Un libro, anzi una storia vera, che inizia proprio il giorno della mia nascita il 27 settembre 1974. Ho visto opere realizzate da occidentali, chiese per lo più,testimonianza di una fede o di un senso che oggi non ritrovo più in giro. Ho visto a Reims l’angelo del sorriso che ti accoglie sulla porta della cattedrale e un finanziere svizzero che ti chiede soldi per attraversare il territorio. Ho visto il mare, la collina, le Alpi. Assaggiato cannella e kebab, carne alla brace e pesce di lago, patate in tutte le forme. Ho scoperto quanto possa essere svizzera Torino e quanto italiana Locarno, triste quando finisce il festival. Ho visto convivere a Liegi, popoli diversi e lasciare morire, nelle acque del mare nostrum uomini eritrei. Ho visto donne al volante, uomini al bagno nel lago di sera, ho visto quanto l’inglese sia sconosciuto a noi, popolo del g8, e noto, insieme ad almeno un altro paio di lingue, alle popolazioni del cosiddetto sud del mondo. Ho visitato treni e cappelle, luoghi pensati per le vedove perché non si sentissero escluse dalla vita sociale. Ho visto passeggini biposto e 3 bimbi per famiglia. Scuole riaperte il 17 agosto e birra a 9 gradi. Sono salita su un faro e ho ammirato un mulino da vicino, mi sono specchiata in un lago, in un canale, nello specchio di un pub. E mentre ritempravo il corpo e lo spirito l’inconscio sognava, libero. E quando la musica degli Abba, si alternava a De Andrè e alla Mannoia, ho attraversato tunnel e gallerie, senza fari. Visitato outlet e botteghe. Conosciuto bar gestiti da sole donne. Cantato e ballato al matrimonio della mia amica toscana.
Mi sono re-innamorata dell’uomo che amo.
Poi, mentre tornavo a casa, sull’autobus, la più bella chiusura per l’ultimo giorno di ferie, ho incontrato una bimba etiope, con la mamma e la nonna. Una bimba serena, libera, energica. Carica di vita e di gioia. Senza paura. Dolcissima e forte.
Un segno di speranza per l’inizio di un nuovo anno.







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