Another film
By Alfredo
Published 9th June, 2010
Ieri sera, ho visto un bel film.
Eravamo al Sacher, per la rassegna Cannes a Roma.
Dopo un lunedì sera difficile, con la Palma d’Oro che ancora non riesco a decifrare, un martedì alla mia portata. Con uno di quei rari film che inizia quando finisce.
Si tratta di Another year, per molti il vincitore morale del festival.
Un film semplice, ben strutturato, mai banale. Soprattutto, scritto benissimo.
Al centro di quest’altro anno di vita, una coppia di sessantenni innamorati. Tom e Gerri.
Lui fa i buchi (ingegnere geologo), lei prova a scavarci dentro (psicologa).
Sempre calmi, allegri, in armonia con tutte le cose. Eleganti.
Attraversano le quattro stagioni, punti fermi di un mondo piccolo ma sempre in movimento. Tra parenti e amici, alti e bassi, allegria e disperazione.
Punto fermo dei punti fermi, un orto grande quanto un lenzuolo ma carico di frutti. È la terra che dà il senso della stabilità.
In primavera, si nasce. E si nasce anche neri. Perché il mondo va così.
In estate, ci si ritrova all’aperto. Esposti agli umori del tempo e dell’anima.
In autunno, sboccia l’amore. Che, quando è vero, va contro tendenza.
In inverno, si muore. O si scopre che una vita da morti è possibile.
Una vita da morti è possibile.
Mentre lo scrivo e lentamente rileggo, penso che – sì – forse questa è (anche) la chiave di lettura di Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives.
Ed è perciò che, nonostante il caldo senza respiro, finisco per non avere alcuna nostalgia dell’inverno.
Related posts:
- Quando si dice gustarsi un film
- Weekend di fuoco tra musica e cioccolato
- Ascesa agli inferi
- L’armonia assoluta
- Più efficiente Brunetta o Twitter?





Quando si è fortunati, la famiglia è un ecosistema perfetto.
Si, bel film ma ci sono alcune sfumature che mi hanno lasciato perplesso. Apprezzo l’approccio pacato e lucido della famiglia verso le situazioni esterne.Infatti i coniugi non si lasciano travolgere da ciò che li circonda, non per cinismo ma perchè hanno una propria visione della vita e sanno riconoscere le debolezze altrui e cercano di allevviarle con una parola d’affetto, con un abbraccio o con una tazza di thè. Ma il punto di vista del regista mi appare scontato, rapresenta solo un microcosmo relazionale dove i personaggi sono stereotipati: l’ingegnere e la psicologa che danno consigli di vita ad una segretaria depressa, molto classista come visione e penso che anche il regista ci sia arrivato infatti cerca di alleviare questo moralismo borghese facendo sporcare le mani a Tom e Jerry nel loro fazzoletto di terra o mostrando un amico di Tom che nonostante sia laureato vive momenti di depressione. La situazione però gli sfugge nel finale dove Tom e Jerry si vantano delle loro imprese in giro per il mondo grazie ai soldi fatti da Tom, che si lascia scappare: mentre gli altri viaggiavano in autostop noi andavamo in treno o in autobus.
Insomma lo status sociale dei personaggi pesa troppo e finisce per mostrare una saggezza borghese e un moralismo nauseante. Loro fanno discussioni di spessore e interessanti mentre la segretaria è brava solo a lamentarsi, manca un personaggio che viene dal basso capace di rovescire l’equivalenza ricco-colto=felice, povero-ignorante=infelice.