Maschilismo patinato
Pubblicato da Carla
C’era un tempo in cui la società era maschilista, in cui le donne erano identificate esclusivamente con il ruolo di moglie e di madre e ogni eccezione alla regola era guardata con sospetto.
La vita di un essere femminile non poteva che ruotare intorno a quella di un essere maschile e della prole; era in questa cornice che ogni donna doveva trovare la propria realizzazione, perché, manco a dirlo, la cura dell’altro, in quel tempo, era considerata un privilegio tutto femminile.
Ma poi, dopo teorizzazioni filosofiche, saggi, manifestazioni, coraggiosa militanza e fantomatici reggiseni bruciati, tutto ciò, finalmente, è finito.
Oggi non è più ammissibile che un uomo sostenga che il posto delle donne è a casa a girare il sugo, al punto che sentiamo il dovere morale di dare la caccia ai veli non meidinìtali.
Ai giorni nostri felici, vivaddio, siamo tutti invitati, maschi e femmine, ad autorealizzarci in ogni ambito e nessuno sembra più irrimediabilmente ingessato in un ruolo stabilito dall’alto.
A dispetto di tanta autodeterminazione, però, c’è ancora qualcuno che vuole farci credere che il compito di una donna è rendere felice l’esemplare di maschio che si trova accanto (auspicabilmente, questa volta, scelto da lei). Questo qualcuno, mio malgrado, non è un nostalgico dei vecchi tempi, o un seguace di spicciole teorie di determinismo biologico, che vede nell’utero la causa della debolezza del “gentil sesso”, ma gli autori delle riviste femminili che, nella maggior parte dei casi, sono proprio donne.
Da qualche mese faccio piccole escursioni in quel mondo patinato; tutto è iniziato un pomeriggio dal parrucchiere e da quel giorno è nata un’intensa frequentazione da cui fatico ad emanciparmi.
Al primo incontro è stato sgomento: perché anche wonderwoman si sarebbe sentita una formica rispetto ai modelli di donna che abitano quelle riviste. La donna che ci viene incontro tra l’indice e l’oroscopo è bella o, se proprio la natura non l’ha dotata, sa valorizzarsi per sembrare bella; è in forma, si prende cura della sua pelle, del suo giro vita, dell’altezza dei suoi glutei e della tonicità del suo interno coscia, sta attenta a quel che mangia; lavora, viaggia, e naturalmente ha un fidanzato che lavora, si mantiene in forma, è premuroso nei confronti delle proprie borse sotto gli occhi e delle zampe di gallina, e con cui fa del sesso “qualitativamente gratificante per entrambi”.
Fin qui nulla di inaspettato, sono andata al lavatesta sperando che nel mondo a nessuna donna venga mai in mente di mettersi a confronto con l’esemplare della rivista, che avevo appena posato.
Da quel giorno sono andata a cercare le tracce di quelle pagine anche su internet, ho raggiunto il sito giusto e mi si è spalancato un mondo. L’home page mi ha indirizzato alla rubrica How-to; una sorta di ricettario per qualsiasi obiettivo, dalla scelta del rossetto ai tutorial per l’uovo al tegamino, passando per i consigli in materia di relazioni sentimentali.
Proprio su quest’ultimi vale la pena spendere del tempo, perché è qui che ho stanato i promotori di antichi modelli di genere.
Cosa devono saper affrontare le donne di oggi secondo i nostri autori? Oltre a sfide inoffensive come quella di evitare la fiatella del mattino, ci sono una sfilza di consigli affinché lei sappia “mantenere lo scintillio durante la convivenza”, sappia accendere il desiderio sessuale, con l’imperativo categorico di rendersi attraente in ogni momento (inevitabile corollario), sappia come comportarsi se lui è lunatico, geloso, a tinta unita, a strisce, a pois, così che lo possa accontentare, sostenere, impomatare e cucinare. Lei deve, deve, deve fare una marea di cose e tutto questo al fine di conquistare prima, mantenere poi e soddisfare durante un uomo, che in tutto questo sembra avere l’unico onere di tornare a casa la sera.
Il tema più sconcertante, però, è quello del tradimento; accanto alla ricetta per “allenarsi alla fedeltà coniugale” e tenersi lontane dalla tentazione, c’è quella per affrontare un tradimento da parte del compagno. In sintesi: un uomo può anche inciampare in un errore nella vita di coppia, ma tu donna jamais!
Dopo aver fatto scorta di consigli perché il “mio uomo” sia sempre appagato, ed aver raggiunto un formidabile Know-how, non posso che notare che i ruoli da cui le donne pensavano di essersi emancipate, sono usciti dalla porta per rientrare dalla finestra, e continuano nell’impresa di organizzare la relazione tra sessi non più attraverso l’autorità dei costumi e della morale, ma strisciando amichevolmente tra le pagine delle riviste (e non solo).
Concludo dando voce ad un atroce dubbio: sebbene tentino di trasformarci in perfette ancelle per i nostri uomini, queste riviste (firmate da donne) spuntano come funghi e vendono… non sarà che, nonostante tutto, non ci siamo liberate fino in fondo di quel ruolo che ci è stato imposto dai tempi dei tempi?
Mollo tutto
Pubblicato da Daniela
L’abbiamo detto tutti.
L’abbiamo minacciato tutti.
L’abbiamo sognato tutti.
In verità, l’hanno fatto in pochi.
Prendersi un anno per cambiare vita. Dedicarsi un anno. Fermarsi per muoversi davvero, ri-partendo dal profondo. Partire per un viaggio in tre tappe. Con tre obiettivi apparentemente facili innati naturali profondamente umani. Un anno per assaporare il gusto delle cose vere e imparare ad essere, se non felici, almeno sereni.
Elizabeth Gilbert, Liz per gli amici, il suo viaggio l’ha fatto davvero. La storia l’ha raccontata in un libro da cui è stato tratto il penultimo film che sono andata a vedere, ieri, in anteprima.
Entriamo in sala con qualche minuto di ritardo, ci accoglie una New York profondamente business e una donna sull’orlo di un divorzio, ma è una premessa che sembra insignificante, siamo lì per capire come si fa quello che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo pensato di fare.
Il viaggio parte. E le atmosfere ti catturano. Mentre assecondi il dolce far niente, o, meglio, l’italico ozio, iniziano le chicche e i consigli. Scopri che puoi chiamare famiglia chi ti vuol bene, godere di una buona pizza senza preoccuparti della linea, vivere con equidistante equilibrio al centro tra Dio e l’Io. Mentre Liz entra nel vivo del suo viaggio tra commozione ed emozione, inizi a pensare con lei. Ogni battuta è preziosa; ogni incontro, comprendi, ha qualcosa da insegnarti. Nulla è come sembra e tutto è possibile, anche meditare, al caldo, tra gli insetti. E mentre la musica diventa il leit motiv (dalla canzone sbagliata del matrimonio fallito, alla musica yogi fino alla cassetta dell’incontro/scontro con l’uomo che forse sarà l’Amore) avverti che, alla fine puoi trovare l’equilibrio in te, e accogliere anche l’altro.
A fare da contorno, una Bali da visitare al più presto, la spiritualità indiana piena di ritmi e colori, la bellezza antica della città eterna.
Il film non perde il ritmo e in ogni scena si gode, si ride, si piange e, ovviamente si mangia, si beve, si prega e si ama. Ma la cosa più bella, per me, è che – per due ore – senza pudori e timori, vengono messi a tema quelle questioni che, raramente, mancano in una conversazione tra donne, amiche, confidenti. Si mette a tema l’io, si mettono a tema sogni, desideri, colpe o sensi di colpa, si mette al centro la vita con gioie e dolori, forze e debolezze. Si perdona e ci si perdona. Si rischia tutto per ritrovarsi e si decide di amare, perché “a volte perdere l’equilibrio per amore è parte del vivere una vita equilibrata”.
Finito il film, non resta che leggere il libro e guardare, con occhi diversi, il prossimo piatto di spaghetti al pomodoro. Assaporandolo.
Il successo delle community da latte
Pubblicato da Alessia the second
Devo ammettere che il marketing mi ha sempre affascinato. Pur avendo scelto una facoltà umanistica, rimanevo colpita dalle materie economiche e statistiche. Bastava una percentuale, un pi-greco o semplicemente il simbolo della sommatoria a darmi la grinta. “Economia” è stata infatti una delle materie che ha catturato la mia attenzione e proprio oggi, leggendo un articolo di Rob Howard, mi è tornata in mente la teoria del “ciclo di vita del prodotto” dell’economo Philip Kotler. Secondo l’autore, le web community hanno un proprio ciclo di vita: nascono, si sviluppano, crescono e se non “curate” possono collassare. Tra i motivi di maggior collasso è citata l’erronea convinzione del gestore di considerare la sola apertura di una comunità virtuale come il prerequisito di un successo. Purtroppo mi è capitato di vedere profili e pagine aperte e lasciate abbandonate a se stesse, senza la creazione di un forte sentimento continuo in grado di generare interesse e sviluppo intorno alla web community. Un altro motivo di collasso può essere quello di credere che l’aumento del numero dei membri della web community possa migliorarne il successo. Su quest’ ultimo punto ritengo che bisogna considerare il modo in cui il web community manager cerca i componenti della rete sociale; nel momento in cui le persone ne entrano a far parte grazie all’instaurarsi del passaparola, il gruppo sarà formato da chi realmente è interessato alla web community. Le comunità virtuali devono essere coltivate e secondo Rob Howard, il successo si ottiene se si creano contenuti, si conoscono i processi di condivisione e se si ha una strategia ben definita. L’obiettivo di un buon web community manager dovrebbe essere quello di raggiungere la fase tanto cara al “Boston Consulting Group“: “Mucca da latte”. Questa è la situazione grazie alla quale si possono ottenere buoni guadagni con investimenti limitati, grazie alla credibilità e all’interesse che solo un buon web community manager è in grado di dare.
Che razza di città
Pubblicato da Daniela
Scusate ma sento l’esigenza di un off-topic.
La capitale d’Italia è ancora chiusa per ferie. Oggi, lunedì 23 agosto continuiamo a muoverci in una città fantasma. Non un bar aperto, non un’edicola, non un alimentari, non un ristorante.
A farci compagnia e a garantire i servizi minimi – il pane, il latte, la frutta, un ristorante per chi ha ancora il frigorifero vuoto – sono solo loro, amati e odiati, oggetto di leggi e divieti, desiderati e temuti, indispensabili e ingombranti, oggetto e mai soggetto. Cittadini, essere umani con una marcia in più, venuti da lontano, ricchi di storie e tradizioni, sono gli unici che tengono in piedi l’Italia, E nessuno vuole riconoscerlo.
Arabi, indiani, cinesi, egiziani garantiscono la sopravvivenza in una città deserta. Cittadini del mondo, gran lavoratori, con una seconda generazione che prepotentemente si sta integrando, vivono con noi celando una potenza e un’energia che prima o poi emergerà. Uomini e donne dinamici e cosmopoliti, giovani in una città vecchia (perché al passo con i tempi), acuti in una città miope (perché capaci di cogliere le opportunità di una apertura fuori tempo), scattanti in un città grassa (perché mai sazi di ciò che hanno e tesi verso quello che potrebbe accadere), innovatori in una città ministeriale (perché consapevoli che ad agosto il mondo non si ferma).
E mentre tutto continua a dormire (al 1 settembre mancano ancora otto giorni), li ringrazi ogni giorno e ti domandi cosa accadrebbe, cosa accadrà quando prenderanno in mano le sorti di questo paese, quando formeranno una rappresentanza politica, quando metteranno in campo – non solo economico – doti, attitudini, saperi, conoscenze e quella innata voglia di cambiare e crescere che, speriamo, passi per osmosi anche ai nostri figli.
Re-tuning
Pubblicato da Alfredo
Era un modello Autovox grigio e nero e captava i rumori di fuori attraverso un’antenna che svettava dal finestrino destro come una piuma dal cappello di un alpino. Era la prima autoradio che in famiglia abbiamo maneggiato.
Proprio così, maneggiato. Due manopole. Una a sinistra (per il volume), l’altra a destra per la sintonizzazione. Il display in mezzo, con la levetta a fare su e giù tra le due bande.
Ascoltavamo poche musicassette, tempestati com’eravamo dai giornali radio che mio padre leggeva con le orecchie. Fino all’ultima notizia di sport. Dunque, l’ordine di arrivo di qualche corsa ciclistica preparatoria ai classici mondiali di settembre (tenevo per Moser anche se mi sembrava più prete di Saronni, lui troppo italiano per imporsi a livello internazionale). Perché ad agosto, stavamo tutt’insieme e tutt’insieme ci muovevamo lungo la A1 o la E45, da sud a nord.
Generalmente, considerati tempo e clima, si parlava di governi balneari che nulla avevano a che fare con la gestione dei litorali. Onde anomale della politica italiana, prima e più delle benedizioni montanare da ampolle scure o oscurantiste.
Quando poi ci fermavamo da qualche parte e la estraevamo (l’Autovox) per paura che ce la rubassero, era un altro tipo di maneggiamento (il correttore automatico mi dà vaneggiamento e inquieto penso che il correttore automatico mi conosca più di quanto immagini). Si andava fieri, dell’Autovox sottobraccio, che ti faceva costruire un semicerchio sulla destra, con il gomito appuntito e pericolosamente proteso verso il fianco dei passanti di ritorno.
Aspettando di risalire in auto, giocherellavo con il tasto eject.
Mi sono sempre piaciute le vacanze on the road, sin da allora.
Mi piace guidare, mi piace fermarmi, mi piace guardare attorno, mi piace immaginare.
Mi piace ascoltare la radio, mi piace ascoltare le notizie.
Quest’estate, una grande novità ha sconvolto le mie abitudini di automobilista.
Per la prima volta, una radio che non sia Isoradio è partner di Autostrade per l’Italia. Si tratta di RTL 102.5.
Al di là delle ragioni commerciali che hanno condotto alla scelta di una radio privata per la diffusione in via ufficiale di aggiornamenti sulla viabilità, abbiamo assistito ad un confronto aperto e forte (in termini di comunicazione) tra le due emittenti.
Un’esemplare battaglia di posizionamento, talmente lampante da risultare addirittura accademica.
Per RTL 102.5, la novità è così importante da lasciarle annunciare (nientedimenoche) cancelliamo il passato. Da oggi, nulla sarà come prima.
Diretto, impattante, senza dubbio vero, abrasivo.
Isoradio, invece, ha sentito l’esigenza di mutare il proprio. Non rinunciando al ruolo di servizio informativo ma puntando con maggiore forza sulla musica. Così da condividere un più informazione sicura, più musica italiana.
Preciso, qualificante, furbo, direi quasi obbligato.
Abbiamo assistito, dunque, ad un chiaro e voluto sconfinamento (pesante, in un caso; raffinato nell’altro) nei reciproci (e fino a ieri, distinti) campi d’azione. Capita sempre più raramente, perciò mi sono lasciato andare a queste riflessioni.
Non sappiamo se sarà sufficiente per Isoradio un più o un sicura o un’italiana, per continuare a primeggiare nella memoria e nelle abitudini degli automobilisti (a partire da me); di sicuro, possiamo immaginare che, per RTL 102.5, saranno altissimi i ritorni in termini di branding (a partire dalla presenza del nome sui tutor lungo i tratti autostradali, dove è vietato altrimenti fare pubblicità).
Anche perché, la sensazione che ho ricavato da automobilista e ascoltatore, è che RTL 102.5 non ha ancora saputo (o voluto? del resto, modificare un profilo consolidato e vincente è la cosa più difficile) dare un taglio alla propria programmazione utile ad esaltare il contenuto informativo di cui dispone in esclusiva.
Mi ricorda il primo Milan berlusconiano (lo sapevo, che finivamo per parlare di calcio…), che acquistava grandi giocatori anche solo per tenerli in panchina. Dava prova di forza, otteneva titoli di giornale, incrementava il numero di abbonati, indeboliva la concorrenza.
Ha sì vinto tanto, in Italia e nel mondo, ma oggi, a pochi anni di distanza, smarrendo quella parvenza di identità artificiosamente costruita con investimenti irrazionali, è ridotto a farsi dare in prestito giocatori dal Genoa e a vedere la rivale più importante, l’Inter, vincere in sequenza tutto il vincibile.
Ma quelli, diranno con sicurezza a RTL 102.5, erano altri tempi.
Ed è vero.
C’era ancora l’Autovox con l’antenna da alpino. C’erano ancora le musicassette. C’era De Napoli.
Ma, al di là di ogni metafora, resta (centrale) il problema dell’identità. Della sua costruzione, della sua tutela. In auto e fuori.





