In alternativa

In alternativa

Alfredo

By Alfredo
Published 23rd December, 2009

Il nostro amico Philip Roth, che così spesso ci ha fatto compagnia quest’anno, da qualche parte scrive “nel bene e nel male, io posso fare solo quello che fanno tutti quelli che credono di sapere. Immagino. Sono costretto a immaginare. Si dà il caso che sia quello che faccio per vivere. È il mio lavoro. È l’unica cosa che faccio, ormai”.
Dedico la citazione a Vittorio e Francesco, che hanno discusso di recente sulla creatività.
Cosa sia, come si alimenti, quando coglierla.
In alternativa, la dedico a tutti noi.
Che, nel bene e nel male, abbiamo creduto di sapere dove stessimo andando. Che, sempre e comunque, siamo costretti a immaginare. Perché immaginare è ciò che facciamo per vivere.
Personalmente, però, non avrei mai immaginato di dovermi trovare difronte alla scelta se concedere o meno il part-time a un brillante dipendente e appassionato musicista.
Non avrei mai immaginato di dovermi trovare difronte alla scelta se assecondare o meno la richiesta di considerevole aumento di stipendio, da parte di un giovane quanto dedito dipendente.
Non avrei mai immaginato di dovermi trovare difronte alla scelta se manipolare o meno il calendario, spostando avanti di un mese la festa aziendale di Natale e tenendo così fede alla nostra natura anticonvenzionale.
Credevo di sapere e invece sapevo.
Che prima o poi, sarebbe successo.
Che prima o poi, avrei smesso di immaginare.
Che prima o poi, Natale sarebbe arrivato.
Con il suo freddo, con i suoi dolci, con il rumore delle nostre scelte.
Auguri a tutti per un 25 gennaio di rara felicità.

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9 Responses to "In alternativa"

  1. Caro Alfredo,

    Di fatto si, le scuole, molte scuole, moti insegnanti e molti ministri della pubblica istruzione fanno di tutto per uccidere la creatività. Una persona creativa usa la propria testa e non accettale regole. E quindi va repressa. Per nostra fortuna, perché altrimenti non faremmo il mestiere che facciamo, o comunque lo faremmo con difficoltà molto maggiori.

    Ma anche nelle strutture (come le agenzie) dove la creatività diventa un business, questa va incanalata, regolata, sfruttata perché possa rendere. Quindi, la creatività pura non è necessariamente una risorsa utile. L’utile è la creatività finalizzata allo scopo, no?

    Il mito della creatività nell’advertising è nato con la DDB di Bill Bernbach, ed è, appunto,un mito. Non è che le coppie creative che lavoravano per McCann, JWT o Ogilvy & Mather fossero meno creative, ma la parolina magica era “posizionamento”. Un gimmick di marketing che ha permesso di identificare DDB come l’”agenzia creativa2, significando che le altre erano troppo legate al marketing per portare davvero innovazione. E spesso, lo erano davvero. Ma intanto la creatività di Bill Bernbach e dei suoi ha cambiato il marketing.

    Anni dopo, ai nostri tempi la creatività si è identificata con il “non convenzionale”. Frotte di ignari studenti di scienze delle comunicazioni sognano di diventare guerriglieri o untori, non rendendosi conto che anche quel modello presto passerà di moda per essere sostituito dalla prossima rivoluzione lasciandoli a fare la parte dei tradizionalisti.

    In realtà cambiano i modelli, cambiano i contenuti, cambiano le strategie, ma la cosa che rimane immutabile è la nostra reason why: dare al cliente quello che vuole, il controllo sul suo mercato.

    Che questo avvenga in modo convenzionale, creativo o 2.0 al cliente non interessa, lui vuole il massimo profitto con il minor investimento possibile, e senza rotture di scatole. ed è quello che ci chiede, no?

    E chi noi gli da quello che chiede è un buon o un cattivo comunicatore, creatività a parte?

    I miei migliori auguri,

    Alex

  2. grazie, Alex.
    spunti interessanti e condivisibili.
    ai ragazzi che incontro all’università, a quelli più giovani con cui lavoro, dico sempre che il cliente non ha mai ragione (se non su cose meramente pratiche, tipo i tempi, of course). ma per arrivare a realizzare ciò, al cliente devi dare tutto te stesso. senza limiti oggettivi ma soprattutto soggettivi. ed è qui, che entra in gioco la capacità di analizzare, esplorare, comparare, provare, sondare, realizzare. in una sola parola, ripetuta fino alla noia, studiare, studiare, studiare…
    personalmente, ho frequentato alcune delle agenzie che citi e la differenza tra allora e oggi sta proprio in questo mettersi in gioco continuo e profondo, senza lo schermo (molto spesso distorto e distorsivo) della filiera classica (copy senior, direttore creativo, account, group account director, direttore generale e così via, a salire).
    sulla tomba di Bernbach, dice che sta scritto “I veri giganti sono sempre stati dei poeti, uomini che saltavano dai puri fatti al regno dell’immaginazione e delle idee”.
    ognuno di noi, nel proprio piccolo, può essere un gigante, un poeta o un re. ma non senza aver prima (costruito, consolidato e) dato se stesso

  3. Come faccio a non sottoscrivere in pieno la tua considerazione? Forse anche per quello amiamo il nostro lavoro, no?

  4. certo.
    amiamo il nostro lavoro, amiamo noi stessi

  5. i stupisce comunque che per un argomento interessante come questo siamo solo in due a dibattere…

  6. Le barriere all’ingresso sembrano tante. Forse perché dobbiamo ancora dare tutti noi stessi.

  7. @Francesco: Verissimo. Non so tu, comunque, ma io non saprei lavorare diversamente. :)

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