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Acqua in bocca, siamo in Gunpania

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Permettete? Un pensiero gunpano.
Il terzo atto del collettivo Gunpania è andato in scena. Ci hanno preso gusto questo pugno di giovani e brillanti artisti di strada ad animare, anzi rianimare, le giornate della popolazione salernitana capitata casualmente e fortunatamente a contatto con le loro performance.
Questa volta il tema è diverso. Non più malavita, camorra, omertà, ma inquinamento. Il palcoscenico è cambiato. Il mare, icona indiscussa della nostra città, è stato questa volta il protagonista. Siamo all’inizio dell’incantevole lungomare Trieste, il centro di Salerno, sull’antica spiaggia di Santa Teresa. Una bambina viene estratta dall’acqua, il corpo esangue. Annegata in seguito all’ingestione della putrida acqua marina del litorale salernitano. Un familiare corre per raggiungere la bambina, probabilmente la sorellina, bloccato dai corpi speciali prima di inquinare le prove sulla scena, già abbastanza inquinata.
Una comunicazione dura come un pugno nello stomaco, forse di più. Questi ragazzi hanno capito che per smuovere le coscienze non basta parlare, bisogna colpire. E con il melting pot culturale costituito da teatro, arte e denuncia sociale che hanno messo in piedi hanno trovato il modo giusto per farlo. Ripagati dal plauso di una folla corposa e interessata alle loro performance.
Chiudo con una citazione:
Cosa ci rende unici non è né la condizione di nascita né lo stato sociale né quello che comunemente si ritiene sia il sapere. L’identità è data dal coraggio di essere quello che si è e dal rispetto profondo per la propria vita e dal giusto valore che le diamo. E allo stesso tempo l’identità è l’unica vera fonte di potere degli esseri umani. Solo se si ha un’identità si può cambiare il mondo, apprezzare la vita, capire cos’è. (cit. S. Guzzanti)

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Gunpania mia

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Permettete? Un pensiero patriottico.
Tanto per ritornare sul discorso “wajò vavatten! ca nun c sta nient“, ecco che mi ritrovo a scrivere di un’altra bellissima iniziativa organizzata proprio la scorsa settimana a Salerno, quartiere Mercatello (dove sono nato e cresciuto). È giovedì mattina quando in piazza Monsignor Grasso, da un cespuglio sbucano un paio di gambe. Una vittima. Un cadavere. Una scena da film con tanto di specialisti della scientifica già sul posto per i primi rilievi del caso. Non è CSI, non è un serial, non è vero, non in questo caso almeno, è Gunpania®.

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Nel periodo in cui siamo in piena promozione del film Draquila, e ci troviamo tutti i giorni a dover parlare di tragedie, fatti di cronaca, sensibilizzazione sociale, ingiustizie quotidiane, è un piacere imbattersi in azioni di marketing non convenzionale capaci, in modo semplice e intelligente, di tenere alta l’attenzione su temi delicati, soprattuto in un territorio difficile e poco ricettivo come quello campano.
Proprio per parlarvi di Gunpania® scrivo questo post. Perché sono rimasto estasiato dall’entusiamo dimostrato da Vincenzo Luca Forte, responsabile marketing&comunicazione del progetto, nel raccontarmi la loro storia e dalla grande genuinità dell’intero progetto. Per conoscerla mi è bastato richiedere l’amicizia presso il loro profilo facebook e subito ho potuto tartassare Luca di domande. Posto le due più significative. Eccole qui:

Da dove nasce l’idea del progetto Gunpania®?

GUNPANIA® cerca di sensibilizzare, in modo moderno e giovane, le coscienze dei nostri ragazzi su alcuni argomenti molto delicati, come la delinquenza giovanile e la droga, mostrandoli nella loro cruda realtà attraverso una strategia comunicativa caratterizzata da semplicità ed ironia. Cerchiamo di coinvolgere gli adolescenti di entrambi i sessi, compresi in una fascia di età tra i 12 e i 20 anni, appartenenti a classi sociali medio basse, localizzati nelle periferie delle nostre città. GUNPANIA® intende trasmettere il seguente messaggio: pur essendo nati, cresciuti e vissuti in un territorio problematico, è possibile vivere in maniera civile e rispettosa della società.

Gunpania, Mercatello (SA)

Trovo il vostro logo un’intuizione geniale. Com’è nato?

Il logo nasce per caso dopo il consueto pranzo domenicale, in cui tutto il nostro gruppo creativo si riunisce come una vera e propria famiglia, aspettavamo il caffè. Nell’attesa del caffè pensavamo proprio a quanto noi campani siamo legati alle tradizioni, come O’Cafè appunto. Intanto, ci fissammo tutti a guardare la cartina dell’Italia. Uno di noi esclamò: «Vi immaginate l’Italia senza la Campania? ».  Mio Nonno che stava ascoltando il ragionamento come ciliegina sulla torta di un Brainstorming del tutto spontaneo rispose con tono tra il rassegnato e il nervoso: «La Campania starebbe meglio pe fatt suoj e il resto dell’Italia pure, accussì quelli ra part e copp (il Nord) non ci potrebbero discriminare indistintamente ed etichettarci come Camorristi [… ], e noi finalmente ci pigliass’m e responsabilità e finiremo di piangerci addosso».
Così dopo le sagge parole di Mio Nonno, staccammo la Campania dall’Italia ritagliandola con delle forbici, e mentre ridevamo sul gesto simbolico del nostro Art Director (mio nipote di appena 8 anni) prese la forma della Campania, la impugnò ed esclamò: «Zio!! BANG BANG! ». Mio nipote aveva inventato un logo di una valenza sociale incredibile. UN BAMBINO DI SOLI 8 ANNI. Da quel gesto la Campania si trasformò, per noi, in Gunpania.

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Ecco cosa succede a mischiare passione e motivazione. Geniali!

Coca cola happiness

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Permettete? Un pensiero cocanomalo.
Nel periodo in cui dovevo scrivere la tesi sono andato molto alla ricerca di spunti utili per avere l’idea giusta. Chiedevo soprattutto a miei colleghi quale fossero, o fossero stati, i loro lavori. Non voglio esagerare ma almeno una persona su quattro mi diceva che in qualche modo parlava di Coca Cola. Niente da dire. La sua comunicazione è da sempre affascinante, è uno dei brand più longevi della storia, è top of mind nel suo settore merceologico, è un top spender in comunicazione su scala planetaria, è top in tutto in pratica.
Erroneamente però si è portati a pensare che un brand forte sia sempre sorretto da campagne promozionali, diciamo, all’altezza. Non è sempre vero, il video di seguito lo dimostra. Il concept è sempre quello della “felicità alla portata di tutti”. Da qui ad installare un distributore di felicità in un campus universitario americano il passo è breve.
Ora mi chiedo. Quanto sarà costata questa comunicazione? Facciamo 2€ per ogni bottiglia di coca cola, 5€ la pizza al salame, e 0€ il panino farcito formato  XXL (perché solo la visione di una tale leccornia non ha prezzo! ).  Come sono non si può stimare la considerazione del brand.

L’anno virale che verrà

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Permettete? Un pensiero per niente poetico.

L’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va“, cantava Lucio Dalla.
E non perché si stia senza parlare, anzi. Forse perché si parla troppo, a sproposito.
L’anno che è agli sgoccioli mi ha consegnato in dono una parola nuova, magica direi per certi versi, o potrei dire portafortuna, neanche sbaglierei. Questa parola è viralità.
Il significato del termine è a dir poco intuitivo e propedeutico.
Viralità = Virus.
Virus = Contaggio.
Contaggio = Epidemia.
Il processo è logico e lineare. Ma c’è una cosa che è evidentemente poco evidente. Cosa inneschi il contaggio.
E già, stiamo parlando di un virus. Chi mai vorrebbe entrare a contatto con un virus?
Immaginate di trovarvi un giorno alla porta di casa un tipo bassino, diciamo nano, un po’ ceruleo però paffuto e in buona salute, che vi chiede cordialmente:
- “Salve sig.ra Belpaese, sono il virus dell’herpes (Erpole?!?!?). Che dice, mi fa entrare per qualche giorno?”
E vedo la possibile reazione. La sig.ra Belpaese che corre sul pianerottolo rincorrendo tale molesto Erpole, brandendo il giornale del marito stile clava.
E stiamo parlando del virus dell’herpes!
Dall’AIDS al raffreddore il virus è una rottura di scatole di proporzioni bibliche. Ti tocca e sei fregato.
Rompe la tua routine quotidiana per qualche giorno, e poi passa. Sotto con il prossimo.
Così come i virus che provocano malattie, i virus della comunicazione irrompono nella nostra routine travestiti da idee.
Creano una breccia tanto profonda nella nostra monotona giornata, che prima di accorgercene né stiamo parlando, riflettendo, scrivendo, condividendo.
Noi, portatori sani di un virus sano. Quello della creazione.
Non c’è processo più lineare di quello espresso dalla viralità. Meccanismo perfetto che non ha bisogno di forzature.
Ma allora perché sulla prima pagina di Repubblica di oggi, 29 dicembre, c’è un video virale con tanto di presentazione?

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Ever dream this man?

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Ormani ne parlano tutti. Di cosa parlino non si sa però precisamente. Ci si chiede solo questa domanda: Hai mai sognato quest’uomo?
No, sì, forse. Non si sa. Il fatto è che da un paio di giorni, tutti ne parlano, tutti ne scrivono. Il sito è davvero minimal. Costruito tutto sul volto di quest’osceno discendente della scimmia. La storia però è davvero interessante. Nel gennaio 2006, a New York, la paziente di un rinomato psichiatra disegna il volto di un uomo che ripetutamente appare nei suoi sogni. In più di un’occasione, l’uomo le dà un consiglio sulla sua vita privata. Quel ritratto rimane dimenticato sulla scrivania dello psichiatra fino a quando un altro paziente non lo riconosce, affermando di non averlo mai visto nella vita reale…
Ma non voglio svelarvi nient’altro. Tutto quello che c’è da sapere lo trovate qui.

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